GENERAZIONI Gianni Vacchelli

Mi limitavo ad amare te, di Rosella Postorino

GENERAZIONI, di Gianni Vacchelli (Mimesis)

 

 

Una madre che s’inabissa nei fondali di Milano, portando con sé il suo piccolo come una vittima sacrificale; un vecchio che si innamora di un fiume come ci si innamora di una donna – o meglio, dei capelli di una donna; un figlio che invade il territorio del matricidio (situazione narrata, a cavallo tra cronaca e mito, in due racconti fra loro molto diversi); il miracolo che fa guarire un bambino dotato di una sensibilità speciale. Sono solo alcuni dei quindici racconti che compongono Generazioni, raccolta pubblicata nel 2016 da Gianni Vacchelli per Mimesis. Le storie di Vacchelli sono imprevedibili e dissimili, proprio come le tecniche e le misure adottate per raccontarle; riassumendone ogni trama, avremmo l’impressione di saltare dal realismo magico alla tragedia classica, dal thriller psicologico alla fiaba, dalla Bibbia a Arancia Meccanica.

 

 

Generazioni è, finora, l’unico libro di racconti nel repertorio del suo autore. Si tratta di un lavoro portato avanti negli anni: circa venticinque, da quando Vacchelli era poco più che ventenne fino a quando, quarantottenne, decide di mandare in stampa la raccolta. Numerosi sono non soltanto gli elementi che rendono ciascun racconto differente dagli altri, ma pure i dettagli che tracciano somiglianze tra queste quindici storie di liberazione e abisso (come si legge nel sottotitolo). A partire dai nomi dei personaggi e dalle ambientazioni. Le vicende di Giacomo, Anser e Pigolino, Giacomo V., Beatrice, Giacomo Vacchagotta, Elia e tanti altri percorrono itinerari nello spazio e nel tempo, che spesso riconducono ad alcuni luoghi (Milano, la Valle d’Aosta, il Trentino) e a certe stagioni della vita (l’infanzia, l’adolescenza, l’età delle madri e dei padri).

 

 

Protagonista di Generazioni è il tempo, come si evince sin dal titolo. Tempo che abita nei personaggi; ma anche il tempo che agisce sulla scrittura di Vacchelli, se è vero che l’autore ha dovuto attraversare diverse età per portare ciascun racconto, diciamo così, al punto di ebollizione. E proprio le età degli uomini sono i pilastri su cui si regge l’architettura della raccolta, costruita come omaggio ai Dubliners. Quindici titoli suddivisi – senza alcun accorgimento grafico o didascalia a specificarlo (la vena enciclopedica di Vacchelli e il suo amore per gli edifici narrativi sono, come quelli di Joyce, lontani dalla pedanteria) – in due gruppi da tre, due da quattro, più un racconto conclusivo. La successione delle serie di racconti inizia con le storie dell’infanzia (tre), prosegue con quelle dell’adolescenza (quattro), l’età adulta (quattro), quindi le mutazioni e le trasformazioni (tre). Tutto come nei Dubliners; e, come nell’opera joyciana, il quindicesimo titolo è sia un finale che racchiude e aggiunge qualcosa agli altri quattordici, sia un racconto fuori quota.

 

 

Con Generazioni, Vacchelli costruisce un mondo di finzione, corale e verosimile, dentro al quale mette alla prova intuizioni e deduzioni sul mondo. E non lo fa separando la speculazione teorica (sul reale) dalla pratica di vita dei suoi personaggi (fittizi). Vacchelli racconta storie e persone, un po’ fotografa e un po’ inventa – ok, fa fiction; solo che la fiction diventa, per lui, il vaglio attraverso cui mettere alla prova la propria attitudine contemplativa. Se le idee restano astratte e non riescono a farsi carne e psiche nel sortilegio della pagina, allora sono da rimeditare. È una cosa rischiosissima, che gli riesce molto bene.

Recensione di Michele Castelli

GENERAZIONI, di Gianni Vacchelli

 

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