DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA: NARCISO E BOCCADORO Herman Hesse

NARCISO E BOCCADORO Herman Hesse Recensioni Libri e News

NARCISO E BOCCADORO, di Herman Hesse

Recensione 1

A fine lettura, mi chiedo: cosa mi ha lasciato Narciso e Boccadoro? Cosa ho scoperto che non sapevo? Mi ha veramente affascinata la storia di un’amicizia cosi singolare di due esseri apparentemente opposti? Ma si tratta di amicizia poi? Oppure è qualcosa che va oltre? Mi sono piaciuti l’ambientazione, i dialoghi, le avventure voluttuose dell’errante Boccadoro, le ferme convinzioni spirituali di Narciso?

Non lo so. Tutto mi ha lasciata un senso di inquietudine e d’incompiutezza. Un senso di dolce e di amaro.

Ho percorso con Boccadoro le sue giovanili avventure e, calandomi  in esse,  ho visto il volto di Narciso, osservatore dagli vividi occhi e dalle labbra sottili, confondersi con quello di Boccadoro, dagli occhi innocenti e dalla bocca bramosa e vogliosa, la presenza del frate, Narciso, invisibile ed eterea,  lungo il tortuoso vagabondare di Boccadoro.

 

Ho scoperto che Narciso è Boccadoro e Boccadoro è Narciso, l’uno la parte mancante dell’altro, e che i due si incontrano e si riconoscono amandosi con indescrivibile sentimento giacchè  questo oltrepassa gli schemi conosciuti: amano se stessi riflessi l’uno nell’altro.

Spiritualità e carnalità, anima e corpo, libertà e ordine, istinto e  pensiero, tutta l’esistenza umana basata sulla duplicità, sul contrasto che si completa nelle due figure di Narciso e Boccadoro, l’una con l’altra elevandosi all’unicità.

Ma sebbene il fascino dei due personaggi, l’ambientazione medievale in una cornice tra fiabesca e onirica, la ricchezza di aggettivi e avverbi che rimarcano la descrizione della natura e dei sentimenti mi abbiano coinvolta, la storia mi è risultata dolorosa perché attraversa, nell’errare di Boccadoro,  tutte quelle fasi umane che portano inevitabilmente al declino. Nessuna speranza di salvezza, nessuna possibilità di arrestare il corso naturale di tutte le cose che sono destinate all’oblio. Nessun Dio, inadeguato creatore di un mondo imperfetto e fallace, che possa salvare sia il corpo che l’anima. Tutto è stato bello e brutto, tutto è dolce e amaro, tutto sarà forte e meschino in continuo ciclo di nascita, crescita, maturità e morte. Non c’è scampo.

 

Cosa rimarrà di Narciso e Boccadoro e di tutti noi? Questo infliggersi penitenze nelle celle del monastero (Narciso)  questo disperato e incessante vagabondare (Boccadoro), questa espiazione del peccato originale (Narciso), questa ricerca del bramoso peccare dei sensi e della carne (Boccadoro) a che pro? E le nostre corse disperate in questa società follemente ordinata, a che pro affaticarsi tanto?

Ma ecco che quando le mani scheletriche della “grande madre mietitrice” accoglierà i nostri corpi, affaccia sublime e imperiosa l’Arte che attraverso quelle mani peccatrici di chi ha toccato gli abissi, fonderà spirito e materia. Nell’Arte, nelle sue svariate forme,  finalmente Narciso e Boccadoro, la nostra duplicità, il gioco dei contrasti, si fonderanno nella massima espressione dell’umana immortalità.

Una grandiosa desolante consolazione!

“Ma in ogni sogno, in ogni sorta pensierosa  con lo sguardo aperto sulle valli fiorite e sfiorite, egli era tutto contemplazione, era artista, soffriva del tormentoso desiderio di scongiurare con lo spirito l’incantevole nonsenso della vita che passa, e di trasformarlo in senso”

Recensione di Patrizia Zara

 

Recensione 2

Racconto o fiaba? Metafora e personificazione del passaggio dal Medioevo all’Umanesimo e al Rinascimento.

 

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Narciso il saggio, l’asceta, il severo teorico rappresenta il calante Medioevo, bello, simpatica canaglia, seduttore e fascinoso con uomini e donne, curioso, irrequieto, della vita egli vuole assaporare tutto: vita di convento, vagabondaggio, avventure amorose (in una delle quali per poco non ci rimette la pelle!),

Boccadoro impersona l’incipiente Umanesimo che spalanca le porte agli “eroi” del Rinascimento italianio di Michelangelo, Raffaello, Botticelli, Leonardo…Non a caso l’unica cosa concreta che Boccadoro fa nella sua vita è l’artista scultore ligneo, ovviamente in modo sublime. La narrazione richiama la fascinazione delle fiabe dei fratelli Grimm, i fatti avvengono in una ideale Germania imperiale.

 

 

Presente e in forte evidenza la descrizione della peste nera del 1348, narrata con toni non boccacciani, ma manzoniani, da cui si notano calchi e molte citazioni. Bella a pag. 183 la descrizione della città /Comune che a me ha fatto ricordare il ciclo di affreschi dell’Allegoria ed Effetti del Buon Governo, 1338, di Ambrogio Lorenzetti.

Recensione di Antonio Rondinelli

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