Dialogo tra Kafka e il Conte Ugolino – Il cuore di tenebra di una paternità infernale

Dante 700 Seconda puntata

Dialogo tra Kafka e il Conte Ugolino – Il cuore di tenebra di una paternità infernale

Dante 700 – Dalla Selva oscura alla Mirabile Visione

Lettera al padre, di Franz Kafka

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Lettera al padre Franz Kafka
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Il viaggio nella Commedia continua e il protagonista di questa seconda tappa è un grande interprete del ‘900, uno dei più grandi: Franz Kafka e la sua Lettera al padre.

Non un romanzo ma un angoscioso soliloquio che Franz scrive pochi anni prima di morire.

Lettera al padre è uno spaccato di anima, è una sorta di resa dei conti, è una denuncia, è un’accusa non solo al padre Hermann ma anche a sé stesso. Un Kafka autentico che ammette con sincerità e precisione le proprie debolezze e la propria intima paura.

In questa lettera Kafka scrive quello che in 36 anni non è mai riuscito a dire a questo padre-padrone, all’uomo che più di ogni altro lo ha influenzato.

 

IL CONTE UGOLINO

 

“Carissimo padre,

di recente mi hai domandato perché mai sostengo di aver paura di te. Se anche tento di risponderti per iscritto, il mio tentativo sarà necessariamente assai incompleto sia perché nello scrivere mi sono d’ostacolo la paura che ho di te e le sue conseguenze, sia perché la vastità del materiale supera di gran lunga la mia memoria e il mio intelletto”.

L’assurdo è che Franz non consegnerà mai questa lettera. Hermann Kafka non saprà mai quello che il suo primogenito pensava di lui, del loro rapporto, di sé stesso.

 

 

Poco importa, nulla probabilmente sarebbe cambiato…

Non un rapporto padre-figlio, non un rapporto fatto di confidenza, confronto, dialogo, scontro e incontro, scambio, crescita, conoscenza e maturazione, tutt’altro. Franz ed Hermann hanno vissuto solo con lo sguardo rivolto verso sé stessi; Hermann concentrato sull’attività di famiglia, Franz completamente dentro la scrittura.

“Tutto il mio essere è determinato dalla letteratura, uno stile di vita che ho osservato scrupolosamente fino ai miei trent’anni; se lo abbandono smetto di vivere.”

Hanno vissuto dandosi le spalle, immobili e fissi sulle loro posizioni, statici, congelati…ghiaccio, materia inerte l’uno per l’altro, esattamente come i dannati di Inferno XXXIII, proprio come il protagonista di questo canto memorabile, il Conte Ugolino.

E così sveliamo la seconda tappa del nostro viaggio nella Commedia di Dante.

Siamo nel nono cerchio, quello dei traditori della patria, del partito, degli ospiti e degli amici.

Qui Dante incontra il Conte Ugolino della Gherardesca, che subito ruba la scena. Una figura imponente tutta concentrata sulla sua storia e che si presenta con prepotenza, sfoggiando il suo titolo, la sua importanza, il suo rango.

“tu dei saper ch’i’ fui Conte Ugolino”

Uomo di potere, pieno di sé, sicuro della sua forza, della sua determinazione, della sua posizione di dominio sugli altri…

“Dalla tua sedia a dondolo governavi il mondo. La tua opinione era giusta, tutte le altre erano folli, esagerate, pazze, anormali. E la tua fiducia in te stesso, era tale che non avevi neppure bisogno di essere coerente, senza per questo smettere di avere ragione”

 

 

Questo pensa e scrive Franz di suo padre. Un uomo troppo forte, lui solo un bersaglio. Un padre che lo ha cresciuto con insulti, minacce, ironia e risolini cattivi.

Un padre autoritario ma non autorevole.

Un padre capace di dettare e imporre le proprie regole ma il primo anche a trasgredirle.

Un padre che non è stato un esempio, anzi al contrario, un educatore manchevole, un padre infernale.

Hermann Kafka e Ugolino due figure che hanno perso la loro funzione genitoriale perché incapaci di amare, di confortare e consolare i propri figli, incapaci di entrare in relazione con loro. Restano freddi, impietriti, davanti alle loro richieste di aiuto e d’amore, chiusi dentro sé stessi.

 

Lettera al padre

“Ond’io guardai

nel viso a’ mie’ figliuol sanza far motto.

Io non piangëa, sì dentro impetrai”

Così reagisce Ugolino quando si rende conto che i suoi figli sono condannati a morte certa. Resta di ghiaccio, incapace di dire una parola di conforto o di fare un gesto di affetto. Un muro impenetrabile.

Un genitore che disumanamente rinuncia al suo ruolo.

“Io avrei avuto bisogno di un po’ di incoraggiamento, un po’ di gentilezza, di qualcuno che mi lasciasse un po’ aperta la mia strada. Invece tu me la sbarrasti. Sicuramente con le migliori intenzioni, quelle di farmene imboccare un’altra. Ma io non ne ero capace”

Questo chiede Franz a suo padre.

Franz ha vissuto con il peso schiacciante delle grandi aspettative paterne e con gli immensi sensi di colpa per non averle potute soddisfare. Lui il primogenito che non è stato in grado di portare avanti l’attività di famiglia, anzi ha solo perso tempo a studiare prima e a scrivere poi.

Ecco il motivo del suo sentirsi sempre inadeguato, un incapace, un fallito tanto da chiedere al suo amico Max Brod, che gli resterà a fianco fino alla morte, di bruciare tutti i suoi scritti affinché non venissero mai letti. Kafka non si è mai sentito all’altezza.

 

mmm

 

L’Inferno è il regno dell’incompiutezza, dell’immobilità, della paralisi ed è anche il regno di chi non si prende mai le proprie responsabilità.

“Ahi dura terra, perché non t’apristi?”

Il grido di Ugolino…ecco di chi è la colpa, della terra che non ha messo fine alle loro sofferenze!

“Anch’io credo che tu non abbia colpa alcuna del nostro allontanamento. Ma non ne ho colpa neppure io.”

Questo forse il vero Inferno. Non c’è solo una paternità infernale, un rapporto padre-figlio infernale. C’è l’incapacità di volersi trovare, l’incapacità di volersi confrontare.

 

 

Se nel Canto XXXIII i figli di Ugolino chiedono apertamente aiuto al padre

“Padre mio, ché non mi aiuti?”

e addirittura in un immenso gesto di amore e sacrificio si offrono a lui:

“Padre, assai ci fia men doglia

se tu mangi di noi: tu ne vestisti

queste misere carni, e tu le spoglia”

Kafka resta immobile, rivolto fino alla fine verso sé stesso.

Anche se le colpe non sono egualmente distribuite, Hermann è sicuramente l’emblema di una “paternità infernale”, Franz non riesce ad uscire dal suo stato di paralisi, non riesce a dire una sola parola…il suo non consegnare la lettera ne è la prova.

Kafka non è stato abbastanza forte da prendere in mano la sua vita.

“Talvolta mi immagino la cartina del mondo con te sdraiato sopra. E mi sembra di poter scegliere per la mia vita solo le regioni che tu non copri. E il mio concetto della tua grandezza è tale che i luoghi che restano per me, sono pochi e spesso inospitali”

Di Cristina Costa
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