DANTE 700 MIDDLESEX…LA CHIAVE PER IL PARADISO

DANTE 700 quarta puntata

MIDDLESEX…LA CHIAVE PER IL PARADISO

Chi è la Calliope di Middlesex? E cosa ha in comune con la Musa di Dante?

DANTE 700 – Quarta Puntata

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DANTE La divina commedia

 

Ma qui la morta poesì resurga,

o sante Muse, poi che vostro sono;

e qui Calliopè alquanto surga,

seguitando il mio canto con quel suono

di cui le Piche misere sentiro

lo colpo tal, che disperar perdono.

Pg I, 7-12

 

Proseguiamo il nostro viaggio, siamo ormai ad un passo dal Paradiso.

Non potevo non citare i meravigliosi versi di Purgatorio I, l’invocazione alle Muse, a Calliope in particolare, la Musa della Poesia, per noi anche e soprattutto la protagonista della nostra quarta tappa del viaggio sulle orme di Dante nella Commedia.

Chi è la Calliope di Middlesex? E cosa ha in comune con la Musa di Dante?

 

middlesex.

 

Anche lei “resurge”, dopo un viaggio nel tempo, nello spazio e dentro di sé, Calliope risorge, lei concepita proprio la Domenica di Pasqua di Resurrezione.

E Dante varca le soglie del secondo Regno proprio lo stesso giorno riappropriandosi del proprio corpo, che nell’Inferno non aveva più percepito.

Con un tenero rito di purificazione Virgilio restituisce a Dante il suo corpo fisico e lo ripulisce dalla fuliggine infernale.

 

Quando noi fummo là ‘ve la rugiada

pugna col sole, per essere in parte

dove, ad orezza, poco si dirada,

ambo le mani in su l’erbetta sparte

soavemente ‘l mio maestro pose:

ond’io, che fui accorto di sua arte,

porsi ver lui le guance lagrimose:

ivi mi fece tutto discoverto

quel color che l’inferno mi nascose

Pg I, 121-129

 

La sacralità del corpo è la prima tematica che avvicina Middlesex al Purgatorio dantesco.

Il corpo che abbiamo incontrato all’Inferno è un corpo offeso, inabitato, incompiuto, dannato.

In Purgatorio invece risorge! Diventa un corpo recuperato, consapevole, onorato seppur ferito.

Middlesex è la storia di un “corpo recuperato”, è la storia di una mutazione genetica del V cromosoma che dalla Grecia di inizio ‘900 arriva in America agli inizi degli anni ’60 sopravvivendo a tre generazioni.

 

 

Entra nella storia della famiglia Stephanides l’8 gennaio del 1960: è lei, è Calliope.

 

“Ero una bambina. Quarantotto centrimetri e mezzo di lunghezza, tre chili e trecentoquattro grammi di peso”

Callie viene allevata, educata, vestita, trattata e considerata una bambina perché apparentemente e ad una visita medica superficiale, appare essere una bambina.

In realtà è un ermafrodito: è maschio e femmina insieme. Ha entrambi i genitali, coniuga la sensibilità e la delicatezza della sua parte femminile con i desideri amorosi e le pulsioni sessuali di quella maschile.

 

“Gli ermafroditi esistono da sempre, Cal. Da sempre. Secondo Platone l’essere umano originario è ermafrodito. Lo sapevi? In origine la persona era composta da due metà: una maschile e una femminile. Poi sono state separate. Per questo tutti sono sempre alla ricerca dell’altra metà. Tutti tranne noi che le abbiamo già tutte e due”

 

D. V.

 

 

Ma i genitori non sono pronti ad accettarla, l’America del tempo non è pronta ad accettare una identità indefinita.

E allora a Callie viene praticamente imposta una delle due.

Ha solo 14 anni…

“Sanza vostra domanda io vi confesso

che questo è corpo uman che voi vedete;

per che ‘l lume del sole in terra è fesso”

Pg III, 94-96

 

Io esisto! Io sono una rivelazione!

Questo dice Virgilio di Dante alle anime purganti soprese dal fatto che lui faccia ombra perché dotato di corpo fisico.

E anche Calliope urla a gran voce la sua identità e si riappropria del proprio corpo, a 14 anni, in una clinica delle malattie sessuali e dei disturbi dell’identità di genere.

A piccoli passi, non senza attimi di scoramento.

 

“Però c’erano momenti di confusione mentre fissavo il mio corpo che cambiava. A volte non lo riconoscevo nemmeno. Fu in una di quelle camere di motel che feci la conoscenza del mio nuovo corpo, delle sue istruzioni specifiche e delle controindicazioni.

Fu così che Cal  scoprì sé stesso, in voluttuosi liquidi e sterili apogei”

 

La storia di Cal, non più Calliope o Callie, è una storia di formazione, di crescita, di trasformazione, di dolore, di buio profondo e di lampi di luce.

Il suo è un animo ferito, un corpo diviso, ma un corpo consapevole di quello che è e soprattutto di quello che vuole essere.

 

“La sua espressione era quella di una madre che guarda il medico togliere le bende al figlio vittima di ustioni gravissime. Si sentiva schiacciata dalla mia trasformazione ma per il mio bene l’avrebbe sopportata.

“Non credi che sarebbe stato più semplice restare com’eri?”

“Io sono sempre stato cosi…”

 

 

In Purgatorio III Dante ci presenta un corpo ferito, vissuto ma proprio per questo pieno di regale bellezza e gentilezza, un corpo abitato e onorato e quindi destinato a risorgere.

E’ Manfredi, figlio di Federico II di Svevia, nipote dell’imperatrice Costanza d’Altavilla.

 

Io mi volsi ver lui e guardail fiso:

biondo era e bello e di gentile aspetto,

ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.

Quand’i’ mi fui umilmente disdetto

d’averlo visto mai, el disse: “Or vedi”;

e mostrommi una piaga a sommo ‘l petto.

Poi sorridendo disse: “Io son Manfredi,

nepote di Costanza imperadrice;”

Pg III, 106-113

 

Il viaggio di Calliope è un’odissea vera e propria, dove non mancano gli aspetti epici, propri della cultura di Eugenides, di origine greca.

Per tutto il romanzo aleggia l’ineluttabilità del fato, della casualità, dello zampino di qualche entità divina…

L’interferenza che segna la vita di Cal è proprio alla nascita:

 

“Che cosa vide? Il chiaro mollusco dei genitali femminili. Il dottore avrebbe dovuto scostare le pieghe per vedere meglio, però non lo fece. Perché proprio in quell’istante l’infermiera Rosalee gli toccò accidentalmente un braccio. Il dottor Phil guardò in su. Ero nata da soli cinque minuti e già i temi della mia vita, casualità e sessualità, si annunciavano.”

 

Da quel preciso momento Callie diventa la figlia che Tessie e Milton avevano sempre desiderato. E lei perché avrebbe dovuto pensare di essere qualcosa di diverso? Forse perché in età adolescenziale si sente più attratta dalle compagne di scuola piuttosto che dai compagni?

 

Ermafrodito.

 

“Gli eventi davvero importanti non dipendono mai da noi. La nascita, per esempio, e la morte. L’amore. E ciò che l’amore ci lascia in eredità ancora prima che nasciamo”

Di fronte però a chi vuole decidere per lei, a chi vuole fare di lei ciò che non è, Cal spezza la catena di fatalità decidendo di scegliere per sé.

 

“E così sta nascendo una nuova e strana possibilità. Compromessa, indefinita, abbozzata, eppure non del tutto rimossa: il libero arbitrio. La biologia ci dà il cervello, la vita lo trasforma in una mente”

 

Il Purgatorio è anche un inno al libero arbitrio, lo scopo dell’uomo è quello di raggiungere la felicità ma per farlo deve saper scegliere e decidere, bisogna voler uscire dal ghiaccio e dall’immobilità infernali e mettersi in cammino. Dipende da noi, essenzialmente da noi.

Questo spiega a Dante, Marco Lombardo in Purgatorio XVI. Il cielo dà inizio alle azioni umane ma in ogni caso l’uomo può scegliere tra bene e male, tra giusto e sbagliato e la volontà è in grado di vincere ogni disposizione celeste.

Solo così sarà giusto essere premiati per le virtù e puniti per le colpe.

 

Voi che vivete ogne cagion recate

pur suso al cielo, pur come se tutto

movesse seco di necessitate.

Se così fosse, in voi fora distrutto

libero arbitrio, e non fora giustizia

per ben letizia, e per male aver lutto.

Lo ciel i vostri movimenti inizia;

non dico tutti, ma, posto ch’i’ ‘l dica,

lume v’è dato a bene e a malizia,

e liber voler; che, se fatica

ne le prime battaglie col ciel dura,

poi vince tutto, se ben si notrica.

A maggior forza e a miglior natura

liberi soggiacete; e quella cria

la mente in voi, che ‘l ciel non ha in sua cura.

Pg. XVI, 67-81

 

Cal non aspira ad essere né femmina né maschio. La sua ricerca è verso un punto di equilibrio tra i due generi che gli permetta di essere l’unica cosa che veramente è, cioè sé stesso, UNICO.

 

 

“…Calliope è dovuta morire per far spazio a Cal? A tutte queste domande offro la stessa verità lapalissiana: ci si abitua praticamente a tutto. Dopo il mio ritorno da San Francisco cominciai a vivere da maschio e la mia famiglia scoprì che, contrariamente all’opinione diffusa, il sesso di una persona non è poi così importante”

 

Non v’accorgete voi che noi siam vermi

nati a formar l’angelica farfalla

che vola a la giustizia sanza schermi?

Pg. X, 124-126

 

Non c’è viaggio senza guida, Cal come Dante ha incontrato le sue, indispensabili per arrivare alla soglia del suo personale compimento.

 

La prima guida di Dante è il poeta Virgilio, che lo accompagna per la maggior parte del suo viaggio, da Inferno I a Purgatorio XXX.

Virgilio è un pagano, è un dannato, conosce bene l’Inferno, ci si orienta senza problemi. Il Purgatorio invece non lo conosce per niente, non c’è mai stato, non sa bene dove andare, chiede indicazioni alle anime purganti. Virgilio è una guida imperfetta.

Così come è imperfetta la prima guida di Cal.

Bob Presto, l’unico uomo tra i tanti che gli offrono un passaggio in auto, nel suo viaggio verso San Francisco, che si accorge che in Cal c’è qualcosa di diverso. Presto intuisce che Cal non è il solito ragazzo che ha lasciato casa per andare in università.

Bob Presto è riuscito a scorgere qualcosa di più. E’, come Virgilio, un uomo decisamente infernale, un uomo che vive nei bassifondi di San Francisco, gestore di locali a luci rosse ed offre a Cal aiuto e protezione.

 

“La cosa che desideravo di più al mondo era chiamare casa, invece telefonai a Bob Presto. Disse che sarebbe venuto a prendermi subito”

 

Così risponde Dante al richiamo del suo maestro che lo vede titubante in Purgatorio V:

 

“Perché l’animo tuo tanto s’impiglia”,

disse ‘l maestro, “che l’andare allenti?

che ti fa ciò che quivi si pispiglia?

Vien dietro a me, e lascia dir le genti:”

Pg V, 10-13

 

Che potea io ridir, se non “Io vegno”?

Pg. V, 19

 

Virgilio resta accanto a Dante mentre discende nelle sue profondità, Virgilio spiega a Dante che il viaggio verso l’Inferno è necessario.

Lo accompagna all’Inferno perché sa che solo così potrà poi risalire, questa è l’unica via, nessuna scorciatoia.

Scendere, toccare e sondare gli abissi più bui dell’anima per tornar a riveder le stelle.

 

 

E Bob Presto porta Cal nel suo inferno…

“Presto era uno sfruttatore, uno che sguazzava nei bassifondi del sesso, comunque sarei potuto finire peggio. Anzi senza di lui forse non avrei mai trovato me stesso”

 

E come sare’ io sanza lui corso?

chi m’avrìa tratto su per la montagna?

Pg III, 5-6

 

Dante e Cal arrivano in cima alla montagna. Il primo incontro la sua Beatrice, Cal invece incontra Zora, un ermafrodito come lui.

 

“Dante perché Virgilio se ne vada,

non pianger anco, non piangere ancora;

chè pianger ti conven per altra spada”.

Quasi ammiraglio che in poppa e in prora

vien a veder la gente che ministra

per li altri legni, e a ben far l’incora;

Pg. XXX, 55-60

 

Beatrice trascina Dante verso l’alto e lo sgrida perché ancora non è arrivato alla meta e non può permettersi di piangere per la scomparsa di Virgilio, il viaggio è ancora da finire.

 

E così fa Zora con Cal, lo istruisce, lo fa studiare, lo invita alla lettura dei grandi testi ma soprattutto gli dice che in lui non c’è niente di sbagliato.

Che se in alcune culture gli ermafroditi sono considerati mostri, in altre è esattamente il contrario.

Zora gli fa capire che non è solo al mondo, che il sesso è biologico e il genere è culturale.

Zora ha spianato la strada alle successive lotte per l’identità sessuale.

 

“La sua attività politica consisteva soprattutto nello studiare e nello scrivere e nei mesi in cui abitai da lei, nell’educarmi, per guidarmi fuori dal quel che lei considerava il grande buio del Midwest dov’ero cresciuto”

Alla fine Cal ha imparato a conoscersi e ad accettarsi, e anche se non ha compiuto a pieno il suo percorso verso il paradiso…ci è andato comunque molto vicino…

 

 

“Con i capelli corti i miei occhi sembravano ancor più grandi, perfino più grandi di quelli di un’icona bizantina, ero come una di quelle figure che salgono la scala del Paradiso, lo sguardo rivolto verso l’alto, mentre, i compagni di sotto cadono tra i demoni e le fiamme”

 

Come la scala tutta sotto noi

fu corsa e fummo in su ‘l grado superno,

in me ficcò Virgilio li occhi suoi,

e disse: “Il temporal foco e l’etterno

veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte

dov’io per me più oltre non discerno.

Tratto t’ho qui con ingegno e con arte;

lo tuo piacere omai prendi per duce;

fuor se’ e l’erte vie, fuor se’ de l’arte.

Vedi lo sol che ‘n fronte ti riluce;

vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli

che qui la terra sol da sé produce.

Mentre che vegnan lieti li occhi belli

che, lagrimando, a te venir mi fenno,

seder ti puoi e puoi andar tra elli.

Non aspettar mio dir più né mio cenno:

libero, dritt e sano è tuo arbitrio,

e fallo fora non fare a suo senno:

per ch’io te sovra te corono e mitrio

Pg. XXVII, 124-142

 

Di Cristina Costa

 

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