ANDORRA Peter Cameron

ANDORRA, di Peter Cameron (Adelphi)

 

 

…e poi c’è Peter Cameron, con cui passeresti la notte. Nel senso che accetteresti di buon grado una dilatazione del tempo, per immergerti nelle sue storie, nella sua scrittura elegante e perfetta, senza spigoli, senza essere costretto a dover andare a dormire.

Le parole sulla pagina sono frutto di un ragionamento semplice e lineare. Non c’è altro modo, per far filare una frase, che far combaciare quella parola con quell’altra. Così, con estrema naturalezza. Più semplice di così, ti dici, non potrebbe essere. E invece…

Passano le ore e non te ne accorgi. Tiri fino a tardi, addentrandoti nella notte come avvolto da quel mantello di parole, ogni pagina un giro di mantello sulle spalle. Una pagina, un giro, una pagina, un giro.

Qualcosa di simile ti accade con la precisione scientifica, assoluta di McEwan; con la prodigiosa intelligenza della prosa di Marìas, che pare frutto del ragionamento di otto cervelli che pensano in contemporanea; accade con il rigore etico di Dürrenmatt, con Auster, con Julian Barnes. Accade con Doig, accade con il mondo creato da Don Robertson, i cui libri sono cerchi concentrici che, allargandosi sull’acqua, finiscono per toccarsi, per entrare l’uno nell’altro.

Accade con l’umanesimo religioso di Marilynne Robinson e con il virtuosismo di Tiffany McDaniel, una delle sue più degne eredi.

Accade con la scrittura di Mendelsohn, che non dà nulla per scontato, mentre ti trasemtte un mare di conoscenza e fa vibrare perfino la più minuscola e invisibile delle tue corde interiori.

E te ne stai lì, al caldo di quel mantello che Cameron ti poggia sulle spalle. Che siano le atmosfere oniriche di un qualche freddo Nord (“Cose che succedono la notte”) o la sperduta pampa uruguaiana (“Quella sera dorata”); che siano i comuni appartamenti, teatro dei suoi racconti (“Cosa fa la gente tutto il giorno”, “Gli inconvenienti della vita”) o ancora la elegante campagna inglese de “Il weekend” (con quel meraviglioso punto interrogativo a chiudere il libro). A qualunque latitudine, al sole o sotto la pioggia, sono le relazioni fra le persone a muovere le storie. L’incontro, quel preciso istante, «quei piccoli momenti della vita in cui il modo in cui interagiamo con gli altri ci cambia per sempre».

Così è in questa Andorra immaginaria, dove un uomo in fuga dal proprio passato decide di stabilirsi, per ricominciare una nuova vita. Saranno gli incontri con le persone che abitano questo luogo affascinante ed escotico, a segnare per sempre la vita dell’enigmatico “naufrago” , mentre i corpi di due uomini riaffiorano dalle acque.

«Accanto a me, sul pavimento, era ammonticchiata una pila di libri e nell’oscurità vidi che in cima c’era una Bibbia. La copertina di pelle nera si stava disfacendo e quando la presi ne cadde qualche frammento. “Gesù pianse”. Pensavo che fosse in Giovanni e mi accovacciai per tentare di trovare il più breve versetto biblico.

Gesù pianse nell’orto oppure sulla croce in cima al Golgota? No… no, in Giovanni non riuscivo a trovarlo. Mi misi a sfogliare gli altri Vangeli – Matteo, Marco, Luca – scorrendo velocemente le pagine come di carta velina ma non c’era neanche lì. Io almeno non lo trovavo. Forse “Gesù pianse” non è nella Bibbia, così come “Suonala ancora, Sam” non è in Casablanca. Ciò nonostante mi sentivo ancora un po’ defraudato per essermi affidato al libro sacro e non aver ricevuto aiuto.

Poi lo vidi: “Gesù pianse”. Due parole delimitate da punti fermi. Era in Giovanni, molto più indietro di quanto avessi pensato: Gesù pianse sul sepolcro di Lazzaro prima di farlo risorgere. Gesù pianse perché lo amava, e lo fece risorgere. Mi sentii in imbarazzo: avevo pensato che piangesse per il suo calvario, quando le cose si mettevano male, ma non era così. Aveva pianto per un’altra persona».

Peter Cameron

“Andorra”

Adelphi.

Recensione di Valerio Scarcia

L’isola dei tesori, dove gli animali sono preziosi

Commenta per primo

Commenti

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.