ALLA CORTE DEI FEACI Antonio Martone 

ALLA CORTE DEI FEACI, di Antonio Martone (De Frede Editore)

 

 

 

 

“Alla dolce follia
E terribile
Delle stagioni che trascolorano lente
Alle donne e agli uomini
Che m’hanno ispirato un verso”

Il libro di Antonio Martone è un libro di poesie.
Non le solite poesie moderne, nate dall’estemporaneità dei sentimenti e delle emozioni. No. In giro se ne sono troppe e molte non scavano nulla e non lasciano nulla.
Le poesie di Martone sono poesie consapevoli, sofferte, epiche.
I versi sono frutti germogliati da radici nutrite dal susseguirsi dei giorni, mesi, anni, dalle stagioni, intaccati dal tempo.
Ogni parola risulta soppesata, meditata, accurata. E si percepisce lo sforzo dell’autore nello strutturare in un percorso temporale lineare, in una logica ordinata, quei flussi di memoria, malinconici e struggenti che come cavalli selvaggi galoppano nei ricordi.
Uno sforzo immane che lacera l’anima ma non la vanifica, che spezza il cuore ma non lo indurisce. Anzi.
Una poesia esistenzialista ed evocativa cantata con la voce armoniosa e suadente di un aedo, cantore che emerge dal nulla.
Perché prima o poi ognuno di noi, proprio come Ulisse, approderà nell’isola di Schera, alla Corte dei Feaci, solo e nudo con addosso l’invisibile mantello del Nostos, il desiderio del ritorno a “casa”. In quella “casa” dove tutto ha avuto inizio perché tutto finisce da dove inizia: un pianto per nascere, un pianto per morire.
Il desiderio di riagganciarsi alla radice madre di una Natura che vista con gli occhi sembra sempre uguale ma illuminata dal cuore risulta di una strabiliante e misteriosa bellezza.
E la memoria, indenne alla fugacità del presente, è l’unico bagaglio di volti, gesta, colori, suoni, trasmissibile ai posteri.

 

 

 

“Nel cervello c’è una zona speciale che potremmo chiamare memoria poetica che registra tutto quello che ci affascina o commuove cioè che rende bella la nostra vita” (Milan Kundera).

Antonio Martone sa cantare la sua memoria.
Tuttavia la sua prosa assurge un ruolo universale di condivisibilità, poiché egli sente in sé il destino comune a tutti i uomini: essere e tempo sono e accadono in una contemporanea interpretazione poetica; il presente, la sola cadenza che viviamo, è un filo impalpabile che riusciamo solo ad intuire, perché l’attimo che viviamo è già scomparso nell’istante che si è vissuto.
Le poesie sono semplicemente bellissime perché risultano imperniate di un sentimento di nostalgico rimpianto, di malinconia, di gusto romantico della solitudine, accompagnato da un intenso desiderio di qualcosa di assente che la memoria si sforza di concretizzare con le stilizzate parole poetiche, senza aggiungere altro.
Ed è per questa ragione che le poesie di Martone si devono bere a sorsi, si devono leggere a piccoli dosi affinché si possa assaporare l’essenza di una vita passeggera che sfugge incessantemente dalle dita: se non si può cogliere l’attimo almeno ne rimane il sapore!

 

 

“Ai giochi d’un tempo
A stagioni di tiepide brezze
Ai campi di grano
Ai filari di viti a perdita d’occhio
Al fresco odoroso di euforici giorni
Ai pomeriggi mai spenti
Alle sere di festa
Pensai
Di incubi e lutti
Di pianti e di attese
Di fetide ore strozzate
Allor
Inconsapevole ancora
(“RIFUGIO”, poesia tratta dal libro “Alla corte dei Feaci”

N.B: le poesie sono precedute da un’interessantissima introduzione.

Recensione di Patrizia Zara
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