Abbiamo intervistato Valter Tucci e approfondito vari temi partendo dal suo saggio L’intelligenza delle prede

Intervista n. 319
Buongiorno e grazie per aver accettato questa intervista. come ci presenterebbe “L’intelligenza delle prede“?
È un libro contro uno degli errori più resistenti del nostro tempo: l’idea che chi comanda capisca il mondo meglio degli altri.
Il predatore cerca sempre di occupa la scena, ma la preda legge l’ambiente. Coglie i segnali deboli, cambia traiettoria, coopera e sopravvive all’imprevisto. Il predatore vuole vincere l’incontro, e ne fa un culto, una religione del successo; la preda vuole semplicemente continuare dopo l’incontro, e così facendo permette al mondo di continuare.
Il libro propone quindi un’altra misura dell’intelligenza: non quanto potere riusciamo ad accumulare, ma quanto futuro lasciamo possibile. Oggi abbiamo una civiltà potentissima e, proprio per questo, pericolosamente poco intelligente.

Il saggio parte da quelle che la società tende a mettere in secondo piano, le prede, i vulnerabili. Quali sono i principali elementi che ribaltano il ruolo di questi rispetto ai “forti”, ai predatori?
Il vulnerabile possiede informazioni che il potere non riceve più. Chi vive al centro viene protetto dalle conseguenze delle proprie decisioni; chi vive ai margini le avverte per primo.
Per questo la vulnerabilità può diventare un organo di conoscenza. Non rende automaticamente migliori, ma obbliga a sviluppare attenzione, flessibilità e cooperazione.
Ogni società chiama “fragili” coloro che percepiscono in anticipo le sue crepe. È un modo comodo per screditare l’allarme senza affrontare l’incendio.
I margini, dunque, non sono soltanto luoghi da assistere: sono i sensori che il potere spegne quando non vuole più conoscere la realtà.
Mi ha colpito molto nell’introduzione il riferimento storico alle stragi di Capaci e Via D’Amelio. In generale la Storia è fatta da atti dei vulnerabili che resistono e rovesciano le sorti del mondo, basti pensare alla Resistenza per fare un altro esempio. Nonostante questo nella nostra cultura viene sempre valorizzato il ruolo della figura forte, come si spiega questa contraddizione?
Perché il potere ha un ufficio stampa che fa solo propaganda. La forza cerca spesso di produrre immagini memorabili: il capo, l’uniforme, la conquista. La resistenza produce reti, procedure, informazioni e piccoli atti difficili da trasformare in monumenti.
Falcone e Borsellino avevano già sconfitto culturalmente la mafia quando smisero di inseguire soltanto i criminali e cominciarono a ricostruire il sistema. Anche la Resistenza non fu soltanto eroismo armato: fu un’intelligenza collettiva fatta di staffette, rifugi, silenzi e fiducia.
La storia viene spesso firmata dai potenti, ma materialmente scritta da persone senza firma. Celebriamo il comandante perché ci risparmia la fatica di riconoscere che il cambiamento nasce quasi sempre da una moltitudine.
Uno dei messaggi che ci portiamo dietro dalla lettura è che “il vulnerabile è colui che può cambiare le regole del gioco e sviluppare un’intelligenza nuova”. Il limite del potere e del male sta dunque nella loro prevedibilità?
Il potere diventa prevedibile quando scambia la ripetizione per forza. Minaccia, accentra, sorveglia, umilia. Alcuni leader politici oggi rappresentano quasi didatticamente questa forza lineare: davanti a un sistema complesso, aumenta la pressione e la chiama soluzione.
Ma un mondo non lineare non obbedisce a lungo alla forza lineare. Ogni intimidazione produce adattamenti, alleanze inattese e conseguenze che sfuggono al controllo.
Il punto debole del predatore è credere che conoscere le paure di una persona significhi possederla. Ma l’essere umano non coincide con ciò che teme.
Dovremmo perciò riconoscere un nuovo diritto: il diritto a non essere completamente prevedibili. In un’epoca che vuole profilare ogni scelta, l’imprevedibilità è diventata una libertà politica.
Quali sono a suo dire i principali stratagemmi e le lezioni che dobbiamo imparare dagli “ultimi” per poter veramente sviluppare un’intelligenza nuova?
Anzitutto, che non si combatte il potere nel campo scelto dal potere. Se l’altro domina con la velocità, bisogna rallentare; se domina isolando, bisogna creare reti; se prospera nel silenzio, bisogna esporlo.
La seconda lezione è che ritirarsi non significa sempre perdere. La preda sa abbandonare una posizione per conservare la capacità di agire. Solo una cultura ossessionata dall’ego può considerare ogni arretramento una sconfitta.
Infine, gli ultimi ci insegnano a distinguere chi ci vede da chi ci individua. Chi ci vede riconosce una persona. Chi ci individua cerca una vulnerabilità da utilizzare.
Gran parte del potere contemporaneo non vuole conoscerci: vuole soltanto renderci leggibili.
Il progresso tecnico e scientifico e il sempre maggiore impiego dell’intelligenza artificiale potrebbero in qualche modo aiutare l’essere umano in questo senso? E dove si continua a sbagliare nel loro utilizzo?
Certamente. Può riconoscere strutture invisibili, migliorare diagnosi, ampliare l’accesso alla conoscenza e restituire capacità a chi ne era escluso.
Ma il vero pericolo non è una macchina che si ribella. È una macchina che obbedisce perfettamente a un obiettivo stupido.
Se le chiediamo soltanto di aumentare produttività, consenso, profitto o permanenza su una piattaforma, l’IA tratterà come errore tutto ciò che rende umani: il dubbio, la lentezza, l’eccezione, il ripensamento.
Intanto il capitale tecnologico entra direttamente nella politica. Figure importanti oggi tra affari e politica non vendono soltanto tecnologie: contribuiscono a progettare un mondo nel quale infrastruttura privata, sorveglianza e governo diventano sempre meno distinguibili.
La domanda, quindi, non è se l’IA ci sostituirà. È chi avrà il potere di stabilire ciò che l’IA considererà desiderabile.
Altro elemento del progresso, nel bene e nel male, è lo sviluppo dei Social come piattaforme di condivisione e confronto/scontro. Cosa ne pensa e qual è il suo rapporto con questa realtà?
I social hanno dato voce a chi non ne aveva, ma hanno anche scoperto che la voce umana può essere trasformata in materia prima.
Non sono semplicemente piazze. Una piazza appartiene ai cittadini; una piattaforma appartiene a chi può modificarne invisibilmente le regole. Nei social non sappiamo davvero perché vediamo qualcosa, perché qualcos’altro scompare e chi guadagna dalla nostra reazione.
La politica lo ha capito perfettamente. Molti leader non cercano più cittadini da convincere, ma sistemi nervosi da eccitare. La rabbia è diventata una tecnologia elettorale.
Anche la retorica di certi leader di questi giorni funziona così: prende differenze complesse, le irrigidisce in categorie elementari e chiama “normalità” ciò che coincide con il proprio perimetro. È una scorciatoia cognitiva prima ancora che politica.
Il rischio non è soltanto che i social ci rendano aggressivi. È che ci facciano credere intelligente tutto ciò che riesce a provocarci.
Tornando al concetto di “male” lei nel 2019 ha pubblicato un saggio a riguardo, “I geni del male”. Senza volerci addentrare troppo in un argomento che richiederebbe maggiore spazio, quali sono secondo lei gli elementi di questo sentimento che sottovalutiamo e quanti ne diamo per scontati?
Il male contemporaneo ama presentarsi come procedura. Nessuno decide davvero, nessuno è pienamente responsabile, ciascuno ha soltanto eseguito, comunicato, votato o consigliato.
Per questo il suo principale alleato non è più la ferocia, ma la deresponsabilizzazione. Anche abbandonare la stanza dei bottoni un istante prima del disastro, dopo aver prestato voce, mani e silenzio alle decisioni che lo hanno preparato, è vigliaccheria travestita da coscienza.
La politica è piena di conversioni che arrivano quando il prezzo della fedeltà supera i suoi vantaggi. Non sono ripensamenti morali: sono operazioni di cosmetica biografica.
È il machiavellismo dei poveri: si crede sottile, ma rivela soltanto quanto poco basti per comprarne il coraggio.

In ultimo guardiamo a “Il mistero del sonno”. Tanto si è immaginato e tanto si è scoperto su questa parte apparentemente improduttiva della nostra vita, secondo lei quali sono i grandi misteri, se ci sono, che ancora sfuggono alla nostra razionalità?
Il mistero non è soltanto che cosa faccia il cervello mentre dormiamo. È perché la vita abbia conservato una condizione nella quale rinunciamo ogni giorno a controllo, vigilanza e produttività.
Forse il sonno contiene una lezione che la nostra epoca rifiuta: non tutto ciò che ci mantiene vivi può essere trasformato in prestazione.
La società contemporanea vorrebbe occupare anche la notte: notifiche, lavoro, consumo, dati. Dormire resta una delle ultime esperienze non completamente colonizzate dal mercato.
È uno sciopero biologico della coscienza. E forse proprio per questo una civiltà che dorme male finisce anche per pensare male: più reattiva, più impaurita e più facile da governare. Come vede, ancora una volta una cattiva politica e una cattiva propaganda interpretano male la natura.
Un’ultima domanda, ringraziandola per la disponibilità. Ho avuto modo di apprezzare la sua prosa ricca di elementi scientifici ma con riferimenti concreti riportati in una narrazione tanto divulgativa quanto ben fruibile a chi abbia voglia di approcciarvisi. Quanto e importante l’equilibrio tra divulgazione e narrazione per trasmettere determinati messaggi?
La scienza senza racconto rischia di restare vera ma impotente. Il racconto senza scienza può diventare potente ma falso.
La divulgazione deve stare esattamente in questa tensione: rendere accessibile la complessità senza amputarla. Non deve offrire al lettore una favola rassicurante, ma strumenti migliori per sopportare l’incertezza.
Oggi questo compito è anche politico. I demagoghi vincono quando forniscono spiegazioni più semplici dei problemi. La buona divulgazione deve fare il contrario: produrre idee all’altezza dei problemi, non problemi abbassati all’altezza degli slogan.
Divulgare, dunque, non significa semplificare il mondo. Significa impedire che la sua complessità venga sequestrata dagli esperti o falsificata dai propagandisti.
Intervista di Enrico Spinelli
L’INTELLIGENZA DELLE PREDE – Valter Tucci
L’INTELLIGENZA DELLE PREDE I poteri dei vulnerabili cambieranno il mondo Valter Tucci


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