Abbiamo intervistato Giorgia Lepore e approfondito il suo personaggio Gerri Esposito partendo dal romanzo “Forse è così che si diventa uomini”

Abbiamo intervistato Giorgia Lepore e approfondito il suo personaggio Gerri Esposito partendo dal romanzo “Forse è così che si diventa uomini”

Intervista n. 293

 

Giorgia Lepore

 

 

1 Buongiorno e grazie per aver accettato questa intervista. Come ci presenterebbe il suo ultimo romanzo “Forse è così che si diventa uomini”?

Buongiorno a voi e grazie. E’ un noir, ma è anche un romanzo di formazione, un percorso di crescita doloroso e difficile. Del resto, lo dice il titolo. Poi, come tutti romanzi del noir mediterraneo, è un’analisi sociale e culturale di un territorio, in questo caso pugliese. Il noir in fondo è una sorta di “vestito”, che si usa per raccontare una storia. E questa è la storia di destini umani che si incrociano, portando a una evoluzione traumatico ma necessario. 

 

 

2 Questo è il quarto romanzo ad avere come protagonista Gerri Esposito, come lo presenterebbe a chi non lo conosce?

Gerri è un ispettore di polizia di origine rom, cresciuto a Napoli in una casa famiglia, perché è stato abbandonato da sua madre da piccolo. Questa è la ferita che si porta dentro, e che condiziona tutti i suoi comportamenti. Si ricorda quel momento, sebbene fosse solo un bambino, e si ricorda che sua madre gli aveva detto che sarebbe tornata a prenderlo. Invece non è più tornata, e la domanda che lo ha sempre ossessionato è perché lei sia sparita nel nulla. Nonostante ciò, ha avuto una infanzia e adolescenza tutto sommato serena, sotto la protezione di Don Mimì, il prete che lo ha cresciuto, e di Adelina, una suora laica che gli ha fatto sentire una forte presenza materna. Gerri è alla costante ricerca di una identità e di radici che non riconosce in nessun posto: ha cambiato vari nomi nel corso della sua vita; ha vissuto in vari luoghi, senza sentirsi mai a casa in nessuno di essi; varie relazioni, perché si innamora contemporaneamente di più donne e non si impegna con nessuna. E’ testardo e solitario, ironico e malinconico, profondamente razionale e logico, ma allo stesso tempo istintivo e intuitivo. Insomma, è una contraddizione continua in ogni suo aspetto. 

3 Come è evoluto nel corso delle storie questo personaggio? E quali tratti suoi l’hanno un qualche modo sorpresa nella sua maturazione?

Gerri è cresciuto moltissimo. Potrei dire che è cresciuto con me, perché di certo io non sono la stessa del 2012, anno a cui risale la prima stesura de I figli sono pezzi di cuore. E’ cresciuto, maturato, ha preso coscienza di molte sue “crepe”, cerca di mantenere un controllo anche se non sempre vi riesce. Forse la cosa che mi sorprende di più è questa consapevolezza, e la graduale volontà e capacità di far saltare almeno qualche “lucchetto” del suo passato. 

4 Punto di riferimento per Gerri in questa indagine, come già in passato, è la mammana Angela. Qual è il valore di questa figura e la sua importanza nelle storie dell’ispettore?

E’ l’irrazionale che irrompe senza controllo nella sua vita, come nella vita di tutti noi. E’ un contatto con la parte più profonda e inconscia, con tradizioni ancestrali. Gerri è attratto da lei perché rappresenta un ponte con un altrove mai esplorato, e perché sente che in qualche modo questo altrove ha a che fare con le sue origini, o almeno con la suggestione di esse. Ma Angela è anche l’irrazionale nelle storie che racconto, è un contraltare alla modalità logica di un’indagine, e se vogliamo è la parte irrazionale che è presente nelle nostre vite, ciò che rifiutiamo e bolliamo come superstizione e però allo stesso tempo ci attira, che magari andiamo a spiare di nascosto, dagli altri e da noi stessi. 

5 Quali sono le sfide, gli ostacoli e le opportunità nell’approcciarsi a un nuovo giallo? E quanto è importante un bel tessuto narrativo rispetto alla difficoltà di individuare il colpevole prima della fine del libro?

Partendo dal presupposto che io preferisco muovermi nella categoria molto più ampia e duttile del noir (o potremmo usare anche il termine altrettanto generale di crime), non sento di dover obbedire alle regole del giallo classico tradizionalmente inteso. Quindi non è così importante individuare il colpevole all’ultima pagina, non è quello che mi interessa. A volte posso decidere di usare lo schema classico, a volte viro sul thriller, a volte uso il noir solo come veste per raccontare altro: una società, le relazioni, i contesti. Il tessuto narrativo è fondamentale, la storia, le persone che agiscono in essa e che la creano. Iniziare una storia nuova è una sfida ogni volta, perché non so dove mi porta, non so chi sono gli attori, devo conoscere loro per prima cosa e capire cosa vogliono raccontarmi. Gli ostacoli sono le sfide stesse: quella forse più complessa, per me che non faccio parte del mondo giuridico, è inserire tutto in un contesto credibile dal punto di vista delle indagini e della procedura. Questo è importantissimo e ci lavoro con grande attenzione. 

6 Il suo ultimo romanzo ha vinto il Premio Scerbanenco del 2025. Prima di tutto complimenti! Le chiedo poi se Giorgio Scerbanenco ha avuto e in che modo una qualche influenza nella sua scrittura o nelle creazione delle sue trame.

Scerbanenco è uno dei primi autori di giallo italiano che ho letto, quando ero ragazzina. C’era un suo libro che circolava per casa, e io, che ero sempre a caccia di roba da leggere, fui attratta dal titolo, Venere privata. Pensavo a tutt’altro, e ricordo che all’inizio rimasi disorientata, poi attratta da quel libro per me strano, un giallo ambientato a Milano. Ero abituata ai gialli di Agatha Christie, di Ellery Queen, e quella modalità di poliziesco era per me del tutto nuova. Credo sia stata la prima volta che ho pensato che il giallo poteva avere delle caratteristiche differenti, e soprattutto un’ambientazione italiana. E se è vero che ciò che leggiamo e apprendiamo da adolescenti ha sicuramente un impatto maggiore su di noi, direi che è possibile che quell’incontro mi abbia influenzata. 

7 Qual è il valore per lei di questo autore è quali sono a suo dire le sue opere più significative?

Sicuramente l’aver portato il giallo in una ambientazione metropolitana, italiana, che a quell’epoca non era così praticata. Una facilità di scrittura, una versatilità incredibile sia come giornalista che come scrittore. Io ho letto tutta la serie del Duca e sono affezionata a quella, al personaggio, che ha fatto scelte scandalose all’epoca ma che lo sarebbero anche adesso, ed è per questo modernissimo. Un altro libro molto bello è La sabbia non ricorda, che in realtà è un romanzo d’amore, a testimoniare ancora una volta ciò che dicevo prima: il noir è un vestito, ma ciò che si cela dentro è la storia. Scerbanenco, che aveva questa capacità innata di incrociare i generi, lo aveva capito molto tempo fa. 

8 Lei è archeologa, praticamente il lavoro che tutti quelli almeno della mia generazione volevano fare da piccoli. Come si sposa col mestiere della scrittrice, quali sono i punti di contatto e le differenze maggiori?

Ahahaha, lo capisco, io ho deciso proprio da piccola di fare l’archeologa, e ho tenuto fede a quel sogno, scontrandomi poi con una realtà molto più dura e decisamente meno romantica. Ma è stato il grande amore della mia vita, in ogni caso. I punti di contatto sono molteplici, in primo luogo la forma mentis, il modo di ragionare a incastro, la raccolta degli indizi, come dei pezzi di un puzzle incompleto che ti devono far ricostruire un contesto. “Scavare” nella terra non è poi così diverso dallo scavare nella realtà. Un altro punto di contatto secondo me è il rapporto con la morte. Può sembrare strano, ma è un elemento importante in archeologia. Poi ci fai l’abitudine, ma le prime volte non è così facile – o almeno per me non lo è stato –  avere un contatto così “intimo” con un essere umano, con ciò che ne resta. C’è un attimo di sospensione, in cui ti chiedi chi era, perché è lì, cosa gli è successo. Un po’ ciò che accade a Gerri di fronte alle vittime. 

9 Ormai la comunicazione, la condivisione e il confronto passano spesso per i Social, qual è il suo rapporto con questa realtà?

C’è stato il periodo di diffidenza, poi quello di timido approccio, poi l’innamoramento, poi l’ossessione, poi la rottura. Adesso mi muovo nei social molto da spettatrice, riservandomi ogni tanto il piacere di giocare. Credo che a un certo punto diventino noiosi, ma non credo siano questa cosa demoniaca o al contrario fantastica. E’ uno strumento, e dipende da come questo strumento si usa, come tutte le cose umane. 

10 Come ultima domanda, tornando a Gerri Esposito, sappiamo che ha ricevuto una trasposizione filmica in primavera. Qual è stata la sua reazione nel vederlo passare dalla carta stampata allo schermo? E cosa pensa del risultato? 

Un’emozione difficile da descrivere. Come quando nasce un figlio, e lo vedi per la prima volta, la materializzazione di un sogno, di un’idea. Credo di essere stata molto fortunata a vivere questa emozione, e l’ho vissuta come un grande regalo. Il risultato è fantastico, gli attori, la regia, la fotografia, la musica, tutto è stato un bellissimo viaggio, di grande qualità, e non fa niente se alcune cose sono diverse da come le ho scritte. Anche in questo, un libro è come un figlio: a un certo punto prende vita e va per la sua strada, e non è più di chi lo ha fatto nascere, ma di tutti, di chi lo incontra sul suo cammino. 

 

Intervista di Enrico Spinelli

 

 

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