L’ORCHIDEA Fabio Ceraulo

L’ORCHIDEA, di Fabio Ceraulo (Edizioni Clandestine – febbraio 2026)

«A volte il passato non torna: semplicemente resta, in attesa che qualcuno trovi il coraggio di guardarlo.»

Leggendo “L’Orchidea” di Fabio Ceraulo mi sono ritrovata subito dentro un territorio narrativo conosciuto: misteri familiari, eredità ingombranti, un passato che non smette di reclamare ascolto. La vicenda si inserisce nella grande tradizione dei romanzi che intrecciano memoria, segreti e ferite del Novecento, e in più di un passaggio ho avvertito echi — sfumati ma presenti — de “Il profumo delle foglie di limone” di Clara Sánchez, soprattutto nella riflessione sulla persistenza del male e sulla sua capacità di insinuarsi nelle vite presenti attraverso tracce e testimonianze che continuano a far male.

La storia si apre con un’immagine potente: l’anziano Giulio Brancato, immobile in una casa di cura a Palermo, prigioniero del suo corpo dopo un ictus ma non della sua coscienza. Nei suoi occhi inquieti si intuisce un segreto che nessuno ha saputo leggere. Quando muore in circostanze sospette, suo nipote Giulio Rizzolo eredita non solo una casa e un diario, ma un compito. Quelle pagine riportano alla luce un passato rimasto sospeso, perché il passato — quando non trova pace — ritorna sempre.

E ciò che riaffiora non è soltanto una storia familiare: sono gli echi dell’Olocausto, gli orrori che hanno attraversato l’Europa e che continuano a vibrare nelle generazioni successive come una memoria che non si lascia archiviare.

Una delle scelte più interessanti del romanzo è l’apertura verso il Sudamerica. Ceraulo esce dai suoi confini abituali, non solo geografici — spingendosi fino all’Uruguay — ma anche narrativi.

L’Uruguay non è un semplice cambio di scenario: è un altrove che amplia lo sguardo, un luogo dove la storia europea incontra altre memorie, altre ferite, altre identità. Ho percepito un dialogo sotterraneo con la grande tradizione sudamericana, quella che intreccia destino, colpa e redenzione senza mai perdere il contatto con la realtà.

E qui emerge un tratto che riconosco da sempre: Ceraulo è un profondo conoscitore della sua città, Palermo, che ama e racconta in tutte le sue forme — luminose e oscure — con una verità che non concede sconti. In questo romanzo, quella Palermo così reale e pulsante si intreccia con le atmosfere sudamericane, latine, creando un ponte narrativo sorprendente e coerente.

Ceraulo non imita: ascolta, assorbe, rielabora. E questo arricchisce il romanzo, donandogli un respiro nuovo.

Ciò che potrebbe sembrare familiare — i segreti di famiglia, le memorie sospese, le ombre del Novecento — viene trasformato dalla sua scrittura. La prosa è limpida, colta, misurata: restituisce freschezza a temi già frequentati e mantiene sempre un equilibrio che privilegia autenticità e verità emotiva.

E poi c’è la vera rivelazione del romanzo: la storia d’amore.

Una novità che mi ha felicemente spiazzata.

Ceraulo la affronta con una delicatezza nuova, lasciando che il sentimento attraversi la trama senza invaderla, come una luce discreta che illumina senza mai abbagliare. È un amore trattenuto, quasi timido, che aggiunge profondità emotiva alla vicenda e mostra un autore capace di ampliare il proprio registro con naturalezza.

Nel finale, qualche colpo di scena arriva davvero, ma sempre con la misura che riconosco da tempo: nulla è gratuito, nulla è eccessivo, tutto resta fedele alla verità dei personaggi.

“L’Orchidea” è, per me, una lettura raffinata, costruita con cura, capace di accompagnare il lettore dentro una storia elegante e consapevole, che dialoga con le ombre del Novecento e con gli orrori che ancora ci interrogano.

P.S. — Il mio grazie all’autore

Alla fine del libro, voltando l’ultima pagina, ho trovato un dono inatteso: il mio nome nei ringraziamenti.

Un gesto che mi ha profondamente toccata.

E lì, inevitabilmente, ho ripensato al mio percorso di lettrice:

da “Palermo Nascosta” a “Il tredicesimo giorno”,

da “Anime di polvere” a “Falconera”,

ai passi di una voce che ho visto crescere, maturare, aprirsi a nuovi orizzonti senza mai perdere autenticità.

Per questo, più che mai, sento che il grazie è mio:

per le emozioni che mi ha regalato,

per la compagnia silenziosa e luminosa dei suoi libri,

per la cura con cui continua a raccontare Palermo e il mondo,

per la sua capacità di rinnovarsi restando fedele a se stesso.

Essere riconosciuta da un autore che leggo da anni è un dono.

Continuare a leggerlo, un privilegio.

Recensione di Patrizia Zara

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