Abbiamo intervistato Enrico Franceschini e approfondito vari temi legati al suo ultimo romanzo “Arrivederci Londra”

Abbiamo intervistato Enrico Franceschini e approfondito vari temi legati al suo ultimo romanzo “Arrivederci Londra”

 

Recensione n. 294

 

Enrico Franceschini

 

 

Buongiorno e grazie per aver accettato questa intervista. Le chiedo innanzitutto di presentarci il suo ultimo romanzo Arrivederci Londra.

“E’ un thriller semiserio, una dark comedy, un giallo un po’ da ridere, ambientato nell’Inghilterra della Brexit. C’è dentro lo shock per il ‘divorzio’ della Gran Bretagna dall’Unione Europea, la delusione simile a un tradimento sentimentale provata da quattro milioni di europei che ci vivevano e che l’amavano, e poi, dopo l’aggressione xenofoba subita da uno di loro, il desiderio di vendicarsi sui brexitiani e così facendo magari contribuire a fermare la Brexit. È una storia leggera, che fa sorridere, ma che invita anche riflettere sul senso di identità e di appartenenza”.

 

Lei ha lavorato come corrispondente dall’estero in varie sedi, tra cui Londra per l’appunto. Ci sono degli elementi autobiografici o che comunque l’hanno aiutata nella realizzazione di quest’opera?

“Assolutamente sì. Io sono uno di quei quattro milioni che si sono sentiti traditi dalla Brexit. Giravo il mondo da un quarto di secolo quando il mio giornale mi ha trasferito a Londra. In America, in Russia, in Medio Oriente, mi ero sentito uno straniero. In Inghilterra mi pareva di essere tornato a casa! Il mio passaporto, quello della Ue, era identico a quello dei cittadini britannici. Avevo i loro stessi diritti. E poi invece un giorno i britannici hanno deciso che ero diverso da loro, che non mi volevano più”.

 

 

Nel libro ci sono ben dodici protagonisti, giornalisti di varie nazioni. Possiamo dire che rappresentano metaforicamente l’Europa stessa con i loro ideali, il proprio pensiero e con la difficoltà di fare i conti con una svolta storica tanto inaspettata?

“Certamente. Il mio romanzo comincia come certe barzellette etniche: ‘Ci sono un italiano, un francese e uno spagnolo’. Poco per volta facciamo la conoscenza di questi tre e di altri nove, ciascuno rappresentante di un diverso Paese europeo (tranne la Francia, che di giornalisti nel gruppo in questione ne ha due, e il libro spiega perché). Ognuno rispecchia le caratteristiche nazionali, diciamo pure gli stereotipi: gusti differenti, gastronomia differente, anche idee politiche differenti. Ma le cose che li fanno sentire simili sono più numerose di quelle che li differenziano. Che è poi, secondo me, la forza dell’Europa unita. Banale come il modo di dire: l’unione fa la forza. O il moto dei tre moschettieri: uno per tutti, tutti per uno. Solo che i moschettieri erano tre, quattro con D’Artagnan, qui i protagonisti sono dodici. Riusciranno ad andare d’accordo e a vendicarsi del tradimento degli inglesi? Cambieranno il corso della Storia? Oppure il loro folle piano li farà finire in prigione? Come in ogni giallo, bisogna arrivare in fondo al romanzo per scoprirlo”.

 

Nel libro i protagonisti decidono di “colpire” coloro che hanno aderito alla Brexit. Con quali criteri ha ideato le vittime di questa vendetta?

“Con criteri presi dai dati statistici che emersero dal referendum del 2016. Nelle aree in cui la maggioranza della popolazione era giovane, aveva vinto con ampio margine il sì a restare nella Ue. In quelle dove la maggioranza era anziana, aveva vinto il no alla Ue. Nelle aree con un grande numero di laureati aveva prevalso il sì all’Europa. In quelle con pochi laureati aveva prevalso il no. In sostanza, i vecchi avevano rubato il futuro ai giovani, gli ignoranti agli istruiti. Seguendo questo quadro della situazione, i dodici giornalisti cominciano con combinare scherzi atroci alle categorie più chiaramente brexitiane. E poi dagli scherzi passano alle maniere forti”.

A un certo punto entra in gioco una coppia di ispettori che per determinate caratteristiche richiamano per certi versi Miss Marple e Poirot, due detective narrativamente “infallibili”. Qual è il motivo di questa scelta?

“Poiché il romanzo racconta un piano criminale, diciamo pure il progetto di una serie di omicidi, era inevitabile che la polizia fosse chiamata a indagare su quello che sta succedendo. E in molti se non tutti i gialli ci sono poliziotti, detective, investigatori. I due che ho scelto, così come i dodici giornalisti, sono da un lato seri, dall’altro fanno sorridere. Lei è in gamba ma disillusa e rappresenta un certo tipo d’Inghilterra. Lui è pigro, non molto sveglio, ma felice del proprio ruolo, e ne rappresenta un altro tipo. Ma la loro indagine è complicata. Ci sono tanti tipi di serial killer, dice il sergente Jim all’ispettrice Rachel, ma non ho mai incontrato un serial killer di vecchi inglesi ignoranti”.

Senza voler svelare il finale non posso non notare la bellezza poetica dell’immagine utilizzata come conclusione. A quasi dieci anni dal risultato del referendum come vede la situazione del Regno Unito e quali le possibili prospettive?

“Volevo che il romanzo uscisse in occasione del decennale perché in un certo senso la Brexit è stata l’inizio del declino per il Regno Unito: da allora in questo Paese è andato tutto storto. C’è stato un declino economico. Politicamente, si sono avvicendati sei premier diversi in dieci anni. Perfino la casa reale è entrata in crisi: è morta la regina Elisabetta, il principe Harry ha litigato con il fratello William e se n’è andato in America, poi è scoppiato lo scandalo del principe Andrea, culminato in questi giorni con il suo arresto. Sono stati i dieci anni che hanno sconvolto gli inglesi. E da un lato gli inglesi se ne rendono conto: nei sondaggi, ora, la maggioranza ammette che la Brexit è stata un danno. Eppure, altri sondaggi indicano che, alle prossime elezioni, potrebbe vincere il nuovo partito populista fondato da Nigel Farage, colui che fu il promotore della Brexit. Insomma, il disagio sociale rimane e la gente continua a credere in qualche pifferaio magico per uscirne. La mia impressione è che questo spaesamento, in Inghilterra come altrove, sia il risultato dei grandi mutamenti della nostra epoca: la globalizzazione innanzi tutto, che ha fatto un gran bene a quello che un tempo chiamavamo Terzo Mondo, ma molto male all’Occidente. Però non dispero che gli inglesi possano uscire da questa crisi. Perciò il mio romanzo si intitola Arrivederci Londra. Non è un addio, è un arrivederci. Ci siamo separati, ma potremo incontrarci di nuovo. Perché come scrivo nel libro una cosa è certa: gli inglesi appartengono all’Europa e l’Europa è più povera senza gli inglesi”.

Ho trovato la lettura molto avvincente e coinvolgente anche nei momenti apparentemente più statici e ho trovato molto piacevole il giusto dosaggio di elementi storici, del giallo e della commedia nera. Quanto sono per lei gli elementi essenziali per una buona narrazione e per veicolare determinati messaggi?

“Diceva un grande scrittore inglese del passato, Somerset Maugham: ‘Esistono tre regole per scrivere un romanzo. Purtroppo, nessuno sa quali siano’. Una battuta degna dell’humour inglese, ma con un messaggio concreto: ossia che non ci sono regole per scrivere un romanzo. Esistono romanzi di ogni genere e di ogni stile: se funzionano, sono buoni romanzi, altrimenti no. Detto questo, è indubbio che alcuni elementi aiutano una buona narrazione e a trasmettere un messaggio: creare dei personaggi che appassionano, avere una trama che non annoia. E, riguardo al messaggio, emozionare piuttosto che predicare. Mi viene in mente la battuta di un grande produttore cinematografico, Jack Warner, fondatore della Warner Bros, quando gli chiesero che messaggio aveva un certo film da lui appena prodotto. Se voglio mandare un messaggio, rispose Warner, chiamo la Western Union, cioè la società che trasmette i telegrammi. Meglio avere una storia da raccontare, intendeva Warner, meglio trasmettere emozioni, e poi in qualche modo eventualmente un messaggio ci sarà anche in quelle”.

Mi ha fatto molto riflettere il fatto che molte testate per cui lavorano i protagonisti decidano di chiudere le loro sedi. Lei che è giornalista come vede attualmente lo stato dell’editoria e quali sono le sfide, le opportunità e le difficoltà della sua professione al giorno d’oggi?

“I giornali di tutto il mondo sono in crisi. Hanno meno soldi, chiudono le sedi di corrispondenza, tagliano lo staff. Il motivo è che la rivoluzione digitale ha cambiato il modo in cui si apprendono le notizie. Ora basta un’occhiata a un sito e, ancora di più, all’incessante tam-tam dei social, per sapere cosa succede nel mondo, senza bisogno di comprare un giornale o abbonarsi all’edizione web. Ma per avere un’informazione di qualità, equilibrata, credibile, autorevole, bisogna pagare. I giornali migliori riusciranno a trovare la formula per andare avanti. Ci sarà sempre bisogno di giornalisti. Se uno ha mal di denti, va dal dentista, non dal primo che incontra per strada. Lo stesso vale per informarsi”.

Rimanendo in tema è più che evidente che la comunicazione e il confronto passino sempre più spesso dai social network. Qual è il suo rapporto con questa realtà?

“Sui social ci sono anch’io: su X, su Facebook, su Instagram. Un po’ per promuovere i miei libri, un po’ per fare circolare gli articoli pubblicati sul mio giornale: così so esattamente quante persone li hanno letti e magari pure cosa ne pensano. Ma sono sui social anche per mettere un ‘mi piace’ a un amico lontano, per scambiare un commento su qualunque tema, talvolta per leggere qualcosa di interessante che sui giornali mi era sfuggito. E quando dico giornali, intendo giornali digitali: personalmente non leggo più giornali di carta da anni, è molto più rapido e comodo leggerli sul telefonino. Naturalmente i social hanno anche aspetti molto negativi, diffondono odio, bullismo, fake news. Tendono a esasperare, esagerare, provocare, perché la rissa attira di più di un ragionamento pacato. Ma questo vale anche per altri media, per esempio i talk-show televisivi. Insomma, i social sono una realtà ancora relativamente nuova, destinata a evolversi, probabilmente bisognosa di maggiori controlli. Ma hanno anche molti aspetti positivi dal punto di vista della coesione sociale, come suggerisce la parola stessa. Ogni evoluzione tecnologica e nelle comunicazioni comporta problemi. Ma non per questo vorremmo tornare ai monaci amanuensi”.

Vorrei cogliere l’occasione di farle due ultime domande parlando di un suo romanzo che, personalmente, consiglierei nei programmi scolastici, La mossa giusta (a sua volta consigliatomi dal mio libraio di fiducia). L’opera, partendo dalla vita del campione di scacchi Ossip Bernstein, ci offre un’ampia panoramica storica che va dalla fine dell’800 a quasi i giorni nostri. Quali sono gli obiettivi che si era posto nella realizzazione di questo lavoro e quanto li vede attuali nei temi che tratta?

“Ecco, l’idea per questo romanzo mi è venuta proprio dai social! Una persona che avevo conosciuto su Twitter, come si chiamava ancora X, mi mandò un messaggio privato in cui diceva: mi piacciono i suoi libri, dovrebbe scriverne uno su un giocatore di scacchi che, durante la guerra civile russa del 1918-’20, si salvò la vita dando scacco matto all’ufficiale bolscevico che stava per farlo fucilare. Una scena degna di un romanzo di Dostoevskij. Ho fatto un po’ di ricerche, ho scoperto che Bernstein era un personaggio straordinario, un ebreo errante protagonista di una fuga senza fine attraverso il Novecento, facendo fortuna tre volte e perdendola tre volte, e a portargliela via furono le tre grandi ideologie di quel secolo: prima il comunismo, poi il capitalismo, infine il nazifascismo. Ma sulla sua vita non c’erano abbastanza notizie per scrivere una biografia, Così ho colmato i vuoti con la fantasia e scritto un romanzo”.

L’opera ci mostra tante cose fondamentali, non ultimo il fatto che eventi storici apparentemente slegati siano in realtà fittamente intrecciati e abbiano radici ben più remote di quel che crediamo. Dal momento che le conseguenze di eventi remoti hanno ripercussioni proprio nella nostra attualità, quanto crede sia importante una conoscenza storica quanto più possibile estesa e approfondita e quanto può aiutare in tale senso la narrativa moderna? Grazie di cuore per la disponibilità.

“Chi non studia la storia, afferma un noto detto, è condannato a ripeterla. Ma studiare a volte è faticoso e, se il testo o l’insegnante non sono bravi, può risultare noioso. La narrativa offre una strada di conoscere la storia senza annoiarsi. E i miei romanzi usano quello che ho imparato con il giornalismo per mescolare storie di fantasia e storia vera, con un imperativo: cercare di non annoiare chi li legge. Ringrazio io il Passaparola dei Libri per questa bella chiacchierata!”

Intervista di Enrico Spinelli

 

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