VERDERAME, di Michele Mari (Einaudi)

Michele Mari ci introduce in un’estate sospesa, rurale e un po’ allucinata del 1969, dove il piccolo Michele vaga tra filari e casolari come un accolito inesperto impegnato a decifrare il catechismo segreto dell’infanzia.
Le giornate sono impregnate di quel verde luminescente che dà il titolo al romanzo, e di cui Felice, il lavorante del nonno, è l’officiante inconsapevole: lui che cosparge le viti con la polvere azzurra del verderame, trasformando la campagna in un santuario metallico, profumato di chimica e di mistero.
Felice, figura dolce e inquietante allo stesso tempo, non è affatto un patriarca, tutt’altro: è un uomo semplice, quasi timido, che si muove nella tenuta come una creatura pastorale, affidabile e un po’ storta. La sua progressiva perdita di memoria è il vero enigma del romanzo: un velo che gli cala sugli occhi mentre continua a lavorare, quasi fosse egli stesso una pianta che soffre una strana malattia della coscienza. E il piccolo Michele assiste a questo smarrimento con la paura devota che si riserva ai fenomeni sacri: come se Felice stesse scomparendo sotto i suoi occhi in un miracolo al contrario.: un “mostro” da conoscere.
Mari intreccia la trama con una lentezza rituale: il nonno distante, severo come un reliquiario chiuso; la casa che sembra respirare; l’infanzia che pulsa di paure e presagi. Tutto vibra, come nelle prose lucide e insieme piene di delirio: un rosario di visioni, un teatrino domestico dove ogni gesto assume il peso di una profezia.
E allora Verderame diventa una processione di memorie che si ossidano: Felice che lentamente si dimentica tutto; Michele che tenta di afferrarne l’ombra con lo sguardo; la campagna che continua a respirare nel suo verde corrotto.
Alla fine, ciò che rimane è un’infanzia che impara la fragilità del mondo: l’idea che anche gli adulti, specie quelli buoni, quelli che lavorano in silenzio tra le viti, possano dissolversi. E il verderame, come un sacramento, sigilla tutto con la sua patina: un colore che non conserva, ma consuma, e che proprio per questo diventa indimenticabile.
Recensione di Egle Spano’


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