VENIVAMO TUTTE PER MARE Julie Otsuka

VENIVAMO TUTTE PER MARE , di Julie Otsuka

venivamo tutte per mare
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L’edizione che ho comprato è quella speciale di Tea: una bellissima iniziativa che offre tre libri (i titoli li sceglie il lettore) da comprare insieme a prezzo scontato. Un invito alla lettura, per una compratrice compulsiva di libri come me, da cogliere al volo. Di questo ringrazio lo sforzo della Casa Editrice Bollati Boringhieri che da sempre cerca di coniugare qualità e convenienza. Fondata da Paolo Boringhieri nel 1957, storicamente la casa editrice sviluppa due percorsi: gli studi scientifici (matematica, logica, fisica, scienze naturali) e le materie umanistiche (storiografia, sociologia, antropologia, filosofia, discipline della psiche, storia dell’arte). Con l’arrivo di Giulio Bollati alla guida della casa editrice, nel 1987, viene dato nuovo impulso all’idea di una cultura integrata, non irrigidita da blocchi disciplinari. È così che nel 2011 pubblicano Julie Otsuka, una delle loro gemme accanto a nomi come Lucia Berlin, Giorgio Agamben, Serge Latouche, Giacomo Marramao, Jim Al-Khalili e Eric Cline. Ma dietro a un libro non c’è solo l’autore e l’editore, ci sono anche tantissime altre persone senza le quali il libro non vedrebbe mail la luce: parliamo dei traduttori, dei revisori, degli editor, dei correttori di bozze, degli agenti letterari, dei distributori, dei librai.

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Come dice nel suo blog, Silvia Pareschi, la traduttrice di questo libro: “quando compriamo un libro, di solito non pensiamo a tutto il lavoro che c’è dietro, a quante figure professionali hanno lavorato su quelle pagine dopo che l’autore ha scritto la parola Fine e ha spedito il manoscritto al suo agente.” Ecco, forse dovremo iniziare a vedere tutti i componenti della filiera del libro. Ci aiuterebbe a dare valore al lavoro da certosino, spesso pagato male, di tutte queste figure senza le quali la letteratura sarebbe qualitativamente e quantitativamente molto più povera. Con questo, voglio dire quanto sono grata a tutti voi che ci fate leggere! Mi ripeto, lo so, ma, grazie!

Ritornando all’autrice Julie Otsuka, di un anno più giovane di me, è nata a Palo Alto nel 1962, da genitori giapponesi, di prima e di seconda generazione. Infatti suo padre era un issei e sua madre una nissei, termini che usano i giapponesi americani per parlare dei figli nati in America e distinguere le generazioni. Per la terza generazione, quella di Julie, da parte di madre, si userebbe il termine sansei. Julie studia arte alla Yale University e successivamente storia dell’Arte alla Columbia University. Quindi si forma come artista e si dedica alla pittura. Solo in un secondo momento, in età matura incomincia a scrivere della sua storia. È così che nasce il suo primo libro, seguito da “Quando l’imperatore era un dio”, vincitore di premi e considerato da tutti un capolavoro. Anche “Venivamo tutte per mare” ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti ed è sicuramente una lettura intensa, intima, che non si dimentica.

Cominciamo dall’aggettivo intenso. Qui si intersecano diverse sfere, tutte di grande impatto: la condizione femminile giapponese, la migrazione, l’accoglienza in America, la seconda guerra mondiale, il trattamento dei giapponesi dopo la decisione roosveltiana di considerarli tutti nemici. L’aggettivo intimo ci riporta, invece, in una dimensione interiore tutta al femminile, resa ancor più drammatica e reale dall’uso del noi, di una collettività che tutti comprende e tutti accudisce. E via via si allarga nel corso della narrazione fino a includere tutti: uomini, donne, giapponesi, americani. Che non si dimentica. E come si fa a entrare in questa narrazione e uscirne fuori come se niente fosse? A trattenerci non c’è solo un pezzo di storia mai raccontata fino ad ora.

C’è la voce. La voce delle donne che diventa un coro. Un coro che diventa un oceano. Un popolo. Una luce di vita nella storia del recente passato, zeppa di vittime ancora da scoprire. Lo sapevate voi che nel deserto americano finivano in campi non ben definiti, i giapponesi, ormai cittadini americani? Forse sì, ma all’epoca non lo sapevano nemmeno i cittadini americani. I giapponesi sparivano, venivano fatti salire sui treni e nessuno sapeva dove andavano. E sapevate delle spose spesso bambine, spedite in massa a migliaia di giapponesi con l’ausilio della fotografia spesso truccata, che i futuri mariti ritratti in foto con abiti eleganti e promettenti una vita di agio e di lusso, non erano altro che rozzi contadini bisognosi di mano d’opera per sopravvivere? Avevano bisogno di mogli lavoranti, madri, zitte e sottomesse.

Un esercito di donne addomesticate, «quasi tutte» sapevano «cucinare, cucire, disporre i fiori, stare sedute per ore sui loro piedi piatti e lunghi, strappare le erbacce, spaccare la legna e trasportare l’acqua», ma anche «scrivere brevi poesie malinconiche sul passare dell’autunno, lunghe né più né meno di 17 sillabe.» (p.12) Conoscevano l’arte degli haiku. La forma poetica tradizionale giapponese. In esergo abbiamo accanto ad una citazione biblica un haiku di Mizuta Masahide (1657-1723) e la scena ricorda gli incendi che spesso scoppiavano improvvisi nelle case di legno della vecchia Tokyo. «Il tetto si è bruciato / ora / posso vedere la luna». Questo haiku è un invito ad andare oltre: i fatti anche più tremendi hanno sempre un aspetto positivo ed è quello e solo quello che ci deve rimanere caro.

La citazione dal libro del Siracide, invece, ha il senso di percepire la propria identità non nell’individuo ma nel gruppo di persone al quale si appartiene. E se questo gruppo di persone all’inizio sono le donne giapponesi, arrivate per mare in America, piano piano il gruppo si sfalda e nel noi entrano anche i mariti costretti a nascondersi per non farsi prendere perché nemici, i figli che sono più americani che giapponesi, i migranti tutti, che nelle liste ci sono anche gli italiani e i tedeschi, gli americani, che sono americani quelli che vivranno nelle loro case abbandonate. Il noi diventa un grande contenitore di umanità, dove tutto ha un senso e si nutre dell’essenza dell’altro. Il coro delle donne è il coro dell’umanità intera.

Come quello antico greco esprime una verità indissolubile e inamovibile: siamo quel che siamo nel bene e nel male ma in un mosaico dove ognuno di noi ha un posto che non esisterebbe se non ci fossero le altre singole tessere. E con Julie Otsuka, diventa l’unico protagonista possibile per un mondo migliore, per un futuro possibile, per obiettivi condivisi: soltanto tutti insieme potremo farcela. Il titolo originale, “Il Budda nell’attico” fa riferimento a tutto quello che chi immigra deve nascondere per sopravvivere. Ma è anche un’allusione al tetto bruciato dell’haiku in esergo.

Nell’attico, Buddha è prossimo alla luna e sarà il primo a vederla al momento giusto. Nel titolo italiano si è invece preferito evocare l’immagine potente iniziale delle donne per mare: una scelta editoriale che si spiega con le culture diverse che stanno alla base della letteratura che circola, e che circolando si arricchisce. Il noi si allarga. Io mi sento parte di questo noi. L’autrice e l’editore ci accolgono e noi non possiamo fare altro che accogliere loro.

Recensione di IO LEGGO DI TUTTO, DAPPERTUTTO E SEMPRE. E TU? di Sylvia Zanotto

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