UNDICI SOLITUDINI Richard Yates

UNDICI SOLITUDINI, di Richard Yates

Si può essere soli in mille modi e per mille motivi.
Soli per stanchezza, per incapacità di amare. Soli perché chiusi all’altro o perché incompresi. Soli perché il tuo sogno non è condiviso, o perché le tue lacrime hanno un sapore amaro solo per te.
Soli perché lì fuori c’è troppo chiasso o troppo luccichìo, e non te ne hanno messo a parte.
Soli per scelta, per abitudine, per destino, per ammenda.

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E in questa nebbia di solitudine, può capitare che penetri uno squarcio di luce a dare vigore, speranza, riscatto.. ma dura solo un attimo, che basta per farti riassaporare quanto acre sia il sapore dell’alienazione.

Undici scatti di vita non vissuta e tante le sensazioni lasciate da questa raccolta, che ha il pregio di farmi apprezzare la forma del racconto, da me mai particolarmente amata, e soprattutto di farmi conoscere per la prima volta Yates, la sua scrittura nitida, precisa, la sua capacità di dire molto più di quel che viene realmente detto, concentrandolo in un hic et nunc densi di significato.

 

 

Le storie narrate, al di là di qualche particolare riferimento alla società sognante e disillusa del sogno americano, sembrano sospese in una dimensione atemporale che può riguardarci tutti e, anche se molti racconti presentano un finale aperto, sono tuttavia in grado di lasciare una sensazione netta, che sia di disgusto, di amarezza, di compassione o di tenerezza. Dalla scuola all’ufficio, dall’ospedale alla caserma, alla vita matrimoniale… non ci sono vinti, non ci sono vincitori, non ci sono neanche storie degne di essere narrate, ma come in un fotogramma scorrono persone, destini, vite che potevano andare diversamente e non si è voluto, potuto o, semplicemente, non si è ricevuto ancora, e forse per sempre, il giusto raggio di luce:

 

 

“E dove sono le finestre? Da dove entra la luce?
Bernie, vecchio amico, perdonami, ma per questa domanda non ho la risposta. Non sono neppure sicuro che questa particolare casa abbia delle finestre. Forse la luce deve cercar di penetrare come puo’, attraverso qualche fessura, qualche buco lasciato dall’imperizia del costruttore. Se è così, sta’ sicuro che il primo a esserne umiliato sono proprio io. Dio lo sa, Bernie, Dio lo sa che una finestra ci dovrebbe essere da qualche parte, per ciascuno di noi”.

L’ultimo racconto, da cui è tratto questo brano, è illuminante sul processo creativo della scrittura, ponendosi come tetto conclusivo ed eloquente dell’intera raccolta.

Consigliato a chi ama leggere, trovando bellezza nell’essenza, ma anche a chi ama scrivere.

Recensione di Magda Lo Iacono

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