THÉRÈSE RAQUIN Émile Zola

THÉRÈSE RAQUIN

THÉRÈSE RAQUIN, di Émile Zola

Prima edizione francese, Lacroix, 1867
Ora che il Coronavirus ci comprime, lasciarsi ‘decomprimere’ da un grande maestro della penna naturalista è un vero piacere e antidoto contro la quarantena forzata.

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La prima edizione italiana di “Thérèse Raquin” risale al 1877, Milano Edizioni Simonetti. Fra le più recenti ricordiamo la traduzione di Enrico Groppoli per Garzanti del 1988; quella di Maria Teresa Mereu per Loescher del 1992, la traduzione di Katia Lysy per Frassinelli nel 1995; sempre dello stesso anno è il lavoro di Maurizio Grasso per la Newton Compton, del 1999 quello di Paola Messori per Bur e, infine, Giuseppe Pallavicini si cimenta nella traduzione di “Thérèse Raquin” per Einaudi nel 2001. Essendo bilingue, ho riletto un’edizione del Livre de Poche in lingua originale, una vecchia edizione fra l’altro che mi ha riportato indietro nel tempo. Il tempo del liceo, delle grandi scoperte, quando una nuova lettura aggiungeva un tassello alla mia formazione, alle mie aspirazioni, alle mie relazioni.

 

“Thérèse Raquin” è uno dei primi romanzi di Émile Zola, un romanzo-studio ‘psicologico e fisiologico’, in riferimento al carattere sperimentale al quale si ascrive l’opera del grande scrittore naturalista francese. La tecnica è quella dell’osservazione e della descrizione oggettiva, secondo il punto di vista certo dell’autore omnisciente, che cerca però di assomigliare il più possibile a una macchina fotografica, imparziale e senza giudizio, il cui unico obiettivo è restituire un’immagine della realtà il più fedele possibile. Appassionato di fotografia e prima ancora di pittura, l’idea che mi sono fatta di questo monumento d’uomo è in primis quella di un pittore, di un fotografo che però usa le parole come tecnica espressiva.

THÉRÈSE RAQUIN Émile Zola

La prima parte del lavoro è la ricerca della documentazione, pazientemente raccolta e affiancata da un’acuta osservazione delle persone umane. Nel 1866 appare su Le Figaro un abbozzo di racconto, “Dans Paris. Un mariage d’amour”, i tre personaggi principali hanno nomi diversi, Michel, Suzanne e Jacques, ma sono gli stessi che in “Thérèse Raquin” si chiameranno Camille, Thérèse e Laurent. Il giovane Émile è molto preso dalla trama e l’anno successivo il romanzo è pronto e viene dato alle stampe con l’editore Lacroix. La scelta del nome conferisce alla ragazza la qualità del personaggio principale e al romanzo sottrae, per volontà dell’autore, il carattere sensazionalista di certi titoli a cui si richiama il titolo del primo racconto, dove fra l’altro i personaggi si chiamano diversamente e dove ancora non appare Madame Raquin. Le reazioni della critica furono spietate, attribuendo all’opera una certa pornografia e grossolanità e offesero Zola nel profondo, al punto di spingerlo a difendersi apertamente sulla stampa.

 

Va ricordato, che più o meno in contemporanea, del romanzo, Zola aveva anche pubblicato una versione teatrale che fu realizzata e criticata su palcoscenico. L’autore doveva anche rispondere delle reazioni rispetto alla messinscena della pièce, contro la censura che gli veniva fatta, che però non si opponeva alle pubbliche esibizioni in cui giovani ballerine facevano vedere la carne delle loro cosce. La vera pornografia, secondo Zola, risiede nel perbenismo ipocrita di altre manifestazioni artistiche, quali le operette, apprezzate e non oggetto di vilipendio come la sua Thérése, che al contrario espone solo ciò che la vita le ha dato: una sofferenza inverosimile, le cui componenti isteriche sono portate all’estremo, laddove si annida l’interesse dell’autore, osservatore della natura umana.

 

Nella seconda edizione, uscita poco dopo la prima, Zola aggiunge una premessa dove definisce chiaramente la sua estetica e la sua poetica. Il problema morale non è un vero problema, quando si parla di letteratura, perché la letteratura è una scienza, e le accuse d’immoralità, se di scienza si parla, cadono nel nulla. La descrizione dei fatti – anche i più osceni – e dei personaggi è stata condotta «con la sola curiosità dello studioso. In qualità di “scrittore-chirurgo” ha cercato unicamente la verità, in tutte le sue manifestazioni, seguendo scrupolosamente un’indagine fisiologica e psicologica. “Thérèse Raquin” si avvale di quello che lui chiama il metodo moderno che non è altro che «lo studio del temperamento e delle modifiche profonde cui va incontro un organismo, sotto la pressione dell’ambiente e delle circostanze». Non il gusto delle corruzioni umane l’ha guidato, ma l’amore per l’analisi scientifica e onesta, per la descrizione della realtà.

La trama è semplice e narra la storia di una giovane orfana, che da bambina viene consegnata dal fratello a Madame Raquin dopo la morte della madre africana. Il temperamento animalesco di Thérèse viene soffocato in un ambiente triste e grigio, dove accanto a lei, la zia cresce Camille, un figlio di salute fragile, e di poche vedute. I due divenuti grandi si sposano, e il trio vive sopra il negozio vicino al Pont-Neuf dove il giovedì sera ospitano amici per passare il tempo giocando e bevendo tisane. Una di queste sere arriva Laurent, dall’indole ‘sanguigna’ e subito fra lui e Thérèse nasce un’attrazione morbosa e fisica. La loro relazione li spingerà a uccidere Camille, ma il dopo sarà una lenta e inesorabile discesa all’inferno. Incapaci di godersi l’impunità, la coppia finirà per morire nel rimorso e nel dolore. È incredibile come la realtà abbia stravolto i piani degli amanti che non riescono più ad amarsi una volta commesso il delitto.

 

Una lucida e dettagliatissima analisi delle conseguenze del crimine rendono questo romanzo un capolavoro del noir e dell’horror. Fra le tante conseguenze, Laurent, perdigiorno, aspirante pittore riesce a mettere su tela la sua ossessione, il volto del defunto Camille sfigurato dopo il ritrovamento nel fiume. Piccola perla: l’amico pittore riconosce in questi dipinti un talento che però si annulla subito in quanto ritrae solo e unicamente un volto; l’amore per la pittura e la fotografia fuoriesce da questo dettaglio e ci restituisce un Zola umano che avrebbe dato ai suoi protagonisti altre vite se solo fossero stati capaci di sottrarsi alle loro indoli animalesche e all’ambiente meschino che li circonda.

“Thérèse Raquin” rimane nel tempo un classico intramontabile la cui lettura prende e trasporta senza mai perdere d’intensità. I personaggi sono descritti con minuzia di particolare da sembrare dipinti o fotografati: il lettore li vede e li respira quasi. La realtà esce dalle pagine del libro e entra nelle nostre stanze. Riempie la nostra quotidianità. Come dicevo all’inizio di questo consiglio di lettura: ora che il Coronavirus ci comprime, lasciarsi ‘decomprimere’ da un grande maestro della penna naturalista è un vero piacere e antidoto contro la quarantena forzata.

I consigli del Caffè Letterario Le Murate Firenze, di Sylvia Zanotto

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