SE TU FOSSI UN CAVALLO, di Ghassan Kanafani (Jouvence – giugno 2026)

Cercavo 𝑅𝑖𝑡𝑜𝑟𝑛𝑜 𝑎 𝐻𝑎𝑖𝑓𝑎 e mi sono ritrovata tra le mani 𝑆𝑒 𝑡𝑢 𝑓𝑜𝑠𝑠𝑖 𝑢𝑛 𝑐𝑎𝑣𝑎𝑙𝑙𝑜. Stesso autore: Ghassan Kanafani, scrittore palestinese morto a trentasei anni, o meglio ucciso nel 1972 da quella violenza che non è cambiata col cambiare delle epoche.
Scrittore politicamente impegnato, fu ucciso a Beirut da un ordigno esplosivo collocato nella sua automobile, insieme alla giovane nipote che era con lui.
Otto sono i racconti che compongono la raccolta: la politica vi si affaccia spesso, dichiarata o soltanto intuita, e mette a nudo la solitudine dell’essere umano insieme a quella degli animali.
Il libro si apre proprio con il racconto che dà il nome all’opera, 𝑆𝑒 𝑡𝑢 𝑓𝑜𝑠𝑠𝑖 𝑢𝑛 𝑐𝑎𝑣𝑎𝑙𝑙𝑜. Un padre e un figlio, un rapporto teso, una macchia sulla pelle che, da comune ‘voglia’, si trasforma in una premonizione. Superstizione. La vita che si ripete…
Due sono i racconti in cui compaiono i gatti: 𝐿𝑎 𝑠𝑝𝑜𝑛𝑑𝑎 e 𝐼𝑙 𝑠𝑢𝑜 𝑏𝑟𝑎𝑐𝑐𝑖𝑜, 𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑚𝑎𝑛𝑜 𝑒 𝑙𝑒 𝑠𝑢𝑒 𝑑𝑖𝑡𝑎. In entrambi, la sofferenza dell’essere umano si riflette in quella, altrettanto straziante, dell’animale.
Altro animale, ma questa volta si libra nell’aria tersa del deserto. Un falcone, che dà il titolo al racconto, risparmia la vita a una gazzella durante una battuta di caccia. Un’amicizia per la vita, o forse per la morte…
Da un falcone a un uccellino il passo è breve. Ma mentre il primo vola libero nel deserto, il secondo è rinchiuso in una gabbia. Non gli importa se sia piccola o grande: è caparbio e non dà alcuna soddisfazione al bambino che è insieme suo padrone e suo carceriere. Meglio la morte, che non è una sconfitta, ma l’annullamento dell’oppressore.
È forse il racconto più politicizzato dell’intera raccolta. Il contrasto che ho trovato più netto è quello tra l’ingenuità di un bambino e il ruolo che finisce per ricoprire: quello di aguzzino. Involontario?
Come sarebbe un mondo binario? Anzi no, un mondo in cui può esistere una sola cosa alla volta. In 𝑀𝑒𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙 𝑚𝑜𝑛𝑑𝑜 succede proprio questo. Abd al-Rahman, con un occhio solo, vede una cosa sola per volta. Se esiste la felicità, per esempio, non può esistere la tristezza… e, in fondo, non sarebbe neanche male… niente vite condivise.
Verità o allucinazione? Realtà o sogno? Nel racconto 𝐼𝑙 𝑝𝑎𝑒𝑠𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑖𝑛𝑖𝑒𝑟𝑎 i due piani si fondono a tal punto da non riuscire più a distinguerli, con un finale ambiguo che potrebbe prestarsi a entrambe le interpretazioni. Io preferisco quella onirica… Pura atmosfera alla Murakami, se non fosse che Kanafani scrive questo racconto nei primi anni sessanta, cioè circa vent’anni prima che Murakami pubblichi il suo primo romanzo.
Il libro si chiude con 𝑆𝑖𝑡𝑢𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖𝑓𝑓𝑖𝑐𝑖𝑙𝑒, il racconto di un professore che si interroga su cosa insegnare, alle prese con una classe priva persino dei libri. Ma ecco che un bambino, piccolo narratore, richiama l’attenzione dell’intera classe raccontando la storia del padre calzolaio e della sua bottega, che si trova più in basso della villa di un riccone, dove arrivano tutti i suoi resti, i suoi rifiuti…
Un tipo di ‘politico’ diverso, non occupazione o resistenza, ma gerarchia di classe pura.
Otto racconti, otto storie di vita, tutte diverse ma accomunate dall’isolamento esistenziale, dall’alienazione, dal sentirsi estranei alla società e in alcuni casi anche dalla propria terra. Da qui scaturisce la sofferenza: quella dell’anziana con il vestito della festa, del beduino che non si sente a suo agio in città, del padre calzolaio, morto più di una volta nello stesso racconto.
Otto piccole perle da leggere con il cuore aperto.
Recensione di Monica Battaglia


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