REQUIEM Antonio Tabucchi

Tabucchi

REQUIEM, di Antonio Tabucchi

 

Requiem
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C’era una volta, forse non c’è mai stata o forse ci sarà. Quando si parla di sogni e allucinazioni la realtà si sfalda, si sgretola e tutto diventa evanescente. Reale e immaginario si confondono, si mescolano, si attanagliano l’uno con l’altro perdendo il senso logico di ogni cosa pur mantenendo, paradossalmente, una certa consapevolezza esistenziale: sono o non sono i sogni messaggi del nostro inconscio?
“Requiem” è percorrere un sogno a occhi aperti una domenica di luglio lungo le strade roventi di una Lisbona popolata di fantasmi solitari che si materializzano nell’oscurità subliminale del protagonista. Le figure che si animano sotto la calura o si muovono in stanze private dalla loro originaria integrità, risultano compite, empaticamente insolite, dai dialoghi essenziali e semplici tanto da risultare eleganti e di suscitare un non so che di sottile inquietante ilarità (dal Ragazzo drogato al Padre Giovane, dal Controllore del Treno al Venditore di Storie,  dal Guardiano del Faro al Suonatore di Fisarmonica).

 

 

Un sogno delirante alla ricerca di una nostalgica verità in luoghi realmente vissuti e in luoghi realmente immaginati e in entrambi casi mai dimenticati.

È una storia senza plot priva di tempo e di spazio. È una pagina di un diario materialmente mai scritto. Un ultimo saluto a chi è trapassato senza spiegazioni, senza un perché. È un omaggio a Lisbona,  terra caliente tanto affascinante quanto indecifrabile. Una città da gustare nelle sue tradizionali pietanze, da assaporare nel suo buon vino, nell’inquadratura delle sue luci con le loro ombre.

Il Tabucchi, in Requiem, si presenta come un metafisico romanziere, amante di quell’inquietudine pessoana, e ci trascina pacatamente nel suo vortice allucinogeno regalandoci il suo sogno portoghese fra le note di una semplice fisarmonica da tasca.

Non ha bisogno dell’organo: la sua scrittura cattura per la naturalezza, per la sua sincera trasposizione dimensionale fra quello che c’è e quello non c’è più e quello che non c’è mai stato.

 

 

E la sommessa disperazione, rimorso dell’impotenza del sognatore, si spegne nell’addio rivolto verso una luna in un cielo che sappiamo non appartenerci.

È stata una bella lettura, proprio bella perché sinceramente non è facile raccontare un sogno con uno stile così pulito tanto da risultare di una lucidità disarmante.

Vi auguro buona lettura e mi raccomando indirizzate i vostri sogni verso la bellezza perché la realtà, spesso, fa proprio schifo.

“Allora  tutto era diverso, tutto molto più brillante, come se fosse più pulito. Era la gioventù,  dissi io, erano i nostri occhi”

Recensione di Patrizia Zara

Requiem Antonio Tabucchi

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