L’UOMO CHE RIDE Victor Hugo

L'uomo che ride

L’UOMO CHE RIDE, di Victor Hugo

Ursus e Homo, un viandante e il suo lupo, vagano per l’Inghilterra. Ursus è un dottore, ma anche un farmacista; è un teatrante ventriloquo e, allo stesso tempo, un filosofo, un dotto e un saggio. Parla alla misera folla, la inebria con le sue lunghe orazioni e, tra una citazione e l’altra, rivela delle verità basilari che riguardano il funzionamento del mondo finora conosciuto; ma guai a parlarne apertamente: il sistema non si può cambiare.

 

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“Ma perché il popolo è ignorante? Perché deve esserlo. L’ignoranza è custode della virtù. Dove non ci sono prospettive, non ci sono ambizioni; l’ignorante è in una notte benefica che, sopprimendo lo sguardo, sopprime le brame. Di qui l’innocenza. Chi legge pensa, chi pensa ragiona. Non ragionare è un dovere; è anche una fortuna. Queste sono verità incontestabili in cui si regge la società”.

“Chi non è padrone dei propri pensieri, non è padrone delle proprie azioni”.

Ursus lo sa bene, non prova a ribellarsi eroicamente, sa che ogni sforzo sarebbe vano. Preferisce vivere nell’ombra, tra i poveri, ma serenamente.
Questo finché una notte, durante una tormenta di neve, bussa alla porta del suo carretto di legno un bambino, con in braccio una neonata di pochi mesi.

 

 

Questo bambino si chiama Gwynplaine. E’ stato abbandonato sull’isola di Portman da una banda di comprachicos, degli zingari che erano soliti comprare bambini per deturparli, per renderli “animali da circo”, dei saltimbanchi, dei clown ecc.; un business non indifferente.

Sul suo volto vi hanno lasciato una condanna: una bocca spalancata fino alle orecchie, una risata eterna che, allo stesso tempo, in chi la guarda, provoca ilarità e incute paura, infine ribrezzo. Gwynplaine è condannato a portare per sempre una maschera da mostro, sopra ad un’anima nobile e virtuosa, che, nella stessa tormenta di neve, ha salvato una bambina dalla morte sicura. Una bambina cieca che Ursus chiamerà Dea, un angelo sceso in terra.

 

 

Ursus decide di prendersi cura di questi due orfanelli, e, una volta cresciuti, crea insieme a loro uno spettacolo a metà fra il teatrale e il circense, “Caos Vinto”, che riscuote un enorme successo e dà loro una grande felicità, che, di fatto, è il riscatto dei poveri.

“Se la miseria umana si potesse riassumere, sarebbe stata riassunta da Gwynplaine e Dea. Sembravano nati ciascuno in un comparto del sepolcro: Gwynplaine nell’orrido, Dea nel buio. […] In Dea c’era qualcosa del fantasma, in G. dello spettro. Gwynplayne, che vedeva, aveva una possibilità straziante, che non esisteva per Dea, cieca: paragonarsi agli altri uomini. Paragonarsi significa non capire più. Avere, come Dea, uno sguardo vuoto da cui il mondo è assente, è un’indigenza suprema e tuttavia inferiore a quella di essere il proprio enigma […]. Dea aveva un velo, la notte, e Gwynplaine una maschera, la sua faccia. […] Un decreto di sventura pesava visibilmente su quei due esseri umani, e mai fatalità aveva trasformato a tal punto, intorno a due creature innocenti, il destino in tortura e la vita in inferno. Ma loro erano in Paradiso. Si amavano”.

“Al fondo del loro amore c’era un prodigioso bisogno reciproco: G. salvava Dea, Dea salvava G. Incontro di sventure che produce adesione. Abbraccio di due creature inghiottite dal gorgo. Niente di più stretto, niente di più disperato, niente di più sublime”.

 

 

Tuttavia questa felicità e questo successo non possono durare a lungo: soprattutto quando la storia di Gwynplaine si intreccia con quella dei Lord, che, si sa, sono nemici del popolo: Lord David Dirry-Moir, la promessa sposa Lady Josiane, e il perfido servitore Barkilphedro. A causa di questi incontri la vita del ragazzo sarà cambiata per sempre: quello che sembra un grande colpo di fortuna si rivela, in realtà, un pessimo scherzo del destino; dall’apogeo della felicità, Gwynplaine arriva a toccare il fondo degli abissi.

Il mondo dei Lord è troppo distante dal suo, affinché possa essere compreso: “Io sono colui che viene dalle profondità. Milord, voi siete grandi e ricchi. […] Il sole è il diritto. Voi, invece, siete il privilegio. Chi è il padre del privilegio? Il caso. E chi è suo figlio? L’abuso. Né il caso né l’abuso sono solidi. […] Io vengo ad avvertirvi. Vengo a denunciarvi la vostra stessa felicità. E’ fatta dell’infelicità altrui. Voi avete tutto, ma il vostro tutto è fatto del nulla degli altri. Milord, io sono l’avvocato senza speranza, difendo una causa persa. Questa causa la vincerà Dio. Io non sono niente, sono solo una voce. Il genere umano è una bocca e io sono il suo grido. Voi mi ascolterete”.

“Che ci faccio qui? Vengo a essere terribile. Sono un mostro, voi dite. No, sono il popolo. Sono un’eccezione? No, sono come chiunque. L’eccezione siete voi. Voi siete la chimera, io sono la realtà. Io sono l’uomo. Sono lo spaventoso uomo che ride. Ride di cosa? Di voi. Di se stesso. Di tutto. Cos’è il suo riso? Il vostro delitto e il suo supplizio. Questo delitto ve lo getta in faccia; questo supplizio ve lo sputa in viso. Io rido, che vuol dire: io piango”.

 

 

E’ un romanzo triste, cupo e dall’atmosfera gotica. Lo consiglio tantissimo perché è commovente, fa riflettere sul significato di giustizia e destino, povertà e ricchezza, virtù e vizio, bene e male, Dio e Satana, amore ed eros. La scrittura di Hugo è raffinata e poetica, evoca sensazioni e immagini impalpabili.

L’unico difetto di questo romanzo è la lentezza della prima metà del libro, dove Hugo spiega il contesto inglese e riversa in queste pagine tutto il suo sapere; ma vi assicuro che la seconda metà del libro è poesia pura. Mi rimarranno sempre nel cuore questi personaggi, la loro bontà e la saggezza spesso ironica e spiritosa di Ursus.

Recensione di Martina Zucchini

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