Le variazioni Reinach Filippo Tuena

Le variazioni Reinach, di Filippo Tuena (Nutrimenti – gennaio 2024)

Sfugge continuamente di mano allo scrittore, al cercatore di storie, il libro che ha deciso, anzi promesso, di scrivere.

Come potrebbe essere altrimenti? C’è un enorme buco nero, un pozzo profondissimo, che inghiotte le vite dei protagonisti di questa storia. Come fare, si chiede lo scrittore, per tener fede alla parola data? Con quali mezzi, quali strumenti, potrà mai riuscire a reperire tutte le informazioni, le date, i dettagli, per far combaciare tutti i pezzi, per costruire una narrazione?

Come riuscirà, lo scrittore, il cercatore di storie, a raccontare fino in fondo la vita (le vite) dei Reinach, famiglia facoltosa e rispettata della nobiltà parigina di inizio ‘900? Collezionisti d’arte, membri dell’aristocrazia del tempo, intimi amici, fra gli altri, di Proust e Paul Valéry, questi quattro “scomparsi” verranno inghiottiti dall’enorme voragine della follia nazista. Sprofonderanno in quel pozzo, senza alcuna possibilità di uscirne. Spazzati via per sempre dalla faccia della Terra.

Come rendere comprensibile al lettore, questa storia che prende le mosse dalla Parigi patinata e ovattata a cavallo fra i due Secoli, fra gare di equitazione, ritratti a firma di Renoir, cene di gala, musei e ville maestose, per tingersi via via di un nero più nero della notte, in quei luoghi inumani che hanno ospitato la più grande tragedia del Secolo?

Proprio come accadrà appena un paio d’anni dopo ne “Gli Scomparsi” di Daniel Mendelsohn (pubblicato in Italia nel 2007, mentre la prima edizione de “Le variazioni Reinach” risale al 2005) , il lavoro dello scrittore sarà soggetto a numerose correzioni, aggiunte, svolte improvvise. “Variazioni” , appunto, quelle che in campo musicale intervengono per modificare la melodia, l’armonia, il ritmo di una composizione.

“A Search for Six of Six Millions”. Questo il sottotitolo del libro di Mendelsohn. Sei su sei milioni. Perché sono quei sei che a lui interessano. Sono i “suoi” sei, quelli che ha deciso di seguire. Qualcosa di molto simile accade nelle “Variazioni Reinach”. L’attenzione del cercatore di storie si concentra sui quattro membri della famiglia Reinach, poi su uno dei quattro, Léon, il padre di famiglia, il ‘Compositeur de musique’.

Ma c’è un’altra, importante somiglianza fra i due libri. Rigurarda la ricerca, il metodo di indagine, il cambio di strategia.

Se Mendelsohn comprende, grazie ad una geniale intuizione di suo fratello, che dovrà operare un rovesciamento di quel metodo, riformulare le domande rivolte ai testimoni, modificare il suo approccio alla storia, per ottenere le risposte che cerca, il cercatore di storie delle “Variazioni Reinach” , in piedi sul bordo di quel pozzo profondo, alle prese con una svolta imprevista, dovrà decidere se saltare o meno.

Per ritrovare i Reinach, per ritrovare Léon, dovrà accedere alle più oscure profondità di quel pozzo. Dovrà scendere con lui nell’inferno dantesco del campo di sterminio, dove ogni individualità è annientata; fra i “sommersi”, in quell’enorme e informe moltitudine, «…sì lunga tratta di gente, ch’io non avrei creduto che morte tanta n’avesse disfatta».

Sarà lì, nella generale indeterminatezza del quadro generale – in balìa di tutti i suoi “forse”, i “probabilmente”, i “sembrerebbe che…” – , sarà proprio lì la potenza del suo racconto, la forza disperata del suo lavoro, l’efficacia delle sue numerose “variazioni”.

Intingendo la penna nel calamaio dell’incerto, il narratore avrà dalla sua il più utile, il più vero, il più prezioso e fedele degli strumenti a sua disposizione: il “privilegio del dubbio”.

E noi con lui, viso a viso con quell’orrore, come il Principe di Danimarca che impugna il teschio di Yorick, al cospetto del becchino che scava la fossa. Noi con lui, dentro quel vuoto mostruoso. Noi con loro, il cercatore di storie e il suo racconto, il ‘Compositeur de musique’ e il suo spartito perduto.

«L’orrore!» dice Kurtz alla fine di “Cuore di tenebra“. «L’orrore!»

Filippo Tuena

“Le variazioni Reinach”

Nutrimenti.

Recensione di Valerio Scarcia

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