LA SPARVIERA Gianna Manzini

LA SPARVIERA, di Gianna Manzini

 

 

Essere o non essere. Amleto o non Amleto. Vivere o non vivere. Il teatro aiuta. E quando la malattia ti ruba i giorni, il quotidiano li sottrae. Resistere. Parola d’ordine. Ma poi i ritmi della vita sono scanditi come tu non sai. Come tu non avresti mai sperato. In quel caso la sofferenza ti svuota e ti riempie di flussi e onde incerte, spumose, dense, intrise di visioni parallele.

Gianna Manzini è una figura poco nota e poco studiata. Fuori dalle antologie scolastiche o da programmi editoriali di promozione alla lettura dei dimenticati. Pistoiese di nascita, romana per scelta è stata una scrittrice italiana, figlia da parte di madre di quella borghesia toscana che non accoglie facilmente il diverso, come era il padre. Anarchico, antifascista, con idee rivoluzionarie, ucciso in un agguato fascista, le dedicherà un libro, “Ritratto in piedi”, vincitore del Premio Campiello.

 

 

Nel 1928 pubblica il suo primo romanzo, “Tempo innamorato” che fu accolto con ammirazione: Emilio Cecchi ne scrive una recensione, raggiungendo oltralpe André Gide e Valery Larbaud. Incomincia a scrivere per la rivista letteraria Solaria, conosce Arturo Loria, Alessandro Bonsanti, Prezzolini, De Robertis, Eugenio Montale, che a proposito del suo primo romanzo scrive “ha fatto già molto e molto ancora può fare per il romanzo italiano”.

È fra i fondatori della rivista Prosa, che non durerà a lungo, ma consentirà a Gianna Manzini di confrontarsi con autori europei come Virginia Woolf, Thomas Mann, Jean-Paul Sartre e Paul Valéry.

In parallelo scrive anche di moda. Con gli pseudonimi di Pamela e Vanessa, si diverte a confezionare articoli smaliziati, leggeri, buffi. All’entourage critico-letterario, cioè, a quelli che devono rinchiudere in scatole e etichette gli autori, questi articoli non piacciono un granché, considerando frivolo questo tipo di scrittura.

 

 

 

Nel 1953 pubblica il volume di racconti “Animali sacri e profani”, apprezzato dal giovane Pier Paolo Pasolini. Nel 1956, con il suo terzo romanzo, “La Sparviera”, vince il Premio Viareggio.

“La sparviera”, femminile di sparviere, è un piccolo rapace diurno dalle ali corte e dalla lunga coda, dal corpo magro e slanciato, dalla testa piccola che termina con un becco elegante. Grazie alla sua struttura aerodinamica, vola agilmente tra i rami intricati dei boschi. La femmina supera il maschio sia per lunghezza sia per apertura alare. E questa femmina è la belva che s’impadronisce del protagonista del romanzo: Giovanni Sermonti. La sua malattia. La tosse. La sua solitudine. Quella “cosa” si sovrappone alla realtà oggettiva, alle persone e impedisce una comunicazione non filtrata da “lei”. Nel bene e nel male. «Era “fatta di pettine”.» (p 41) Dice Giovanni quando tenta una descrizione per l’amichetta alla festa; la festa data dalla mamma per festeggiare la sua guarigione dopo una lunga e spossante lotta contro tosse e febbre.

 

 

L’amica, Stella Calenza ora è piccola, ma già le sue domande scatenano in Giovanni movimenti inconsueti, a lui sconosciuti, che non lo lasceranno più. Da grande sarà ancora succube della magia del primo incontro. È stato subito amore, amore a prima vista, quel genere di amore che si consuma nelle parole, nelle rivisitazioni letterarie, nell’invenzione fantasiosa, nel divagare insieme oltre il tempo, oltre il quotidiano, oltre se stessi. Come la sparviera: «era in tanti modi, cambiava […] si snodava, si agitava, diventava prima alta, poi larga; e, mutata in un enorme straccio di fumo, l’avviluppava.» (p 42-43)

La sparviera assume mille sembianze. Anche quella del fantasma. «Anche trasparente» (p 43) Non a caso viene evocato il fantasma del padre di Amleto; compare in un gioco di finzione e recitazione, gioco che ritroviamo non solo nella struttura del libro diviso in tre parti come se fossero i tre atti di una tragedia, ma nelle prove teatrali dove i due attori della scena dell’infanzia, recitano ora da grandi, in una vera sala di teatro, confrontandosi con il gigantesco, insormontabile, iconoclastico Shakespeare. Si ritrovano; ritrovano la sparviera: «un “noi” forte, netto, che legava. In quell’aula-teatro e altrove, ben oltre le pareti della stanza, in questo istante e da tanto tempo, loro due, numerosi, un coro, si trovavano saldamente uniti, diventavano “noi”. Certo non il fantasma soltanto, ma ogni incubo, Stella metteva in fuga con i suoi fermi occhi celesti.» (p 94)

 

 

Scandito dal ritorno della malattia, dall’incontro con Stella, il romanzo si articola come se fosse una pièce teatrale. Una tragedia che si sviluppa parallela al quotidiano svolgersi del tempo, dove madri e mogli amano, ma non sono amate da Giovanni allo stesso modo in cui ama Stella e in cui Stella ama lui. Quel rapimento è atemporale. «Capire significa inoltrarsi» (p 104) Come il rapimento della sparviera: «il percorso della tosse» (p 104)

«Quasi sempre, d’un male, si dice che uno l’ha voluto. No, è un’altra cosa: si forma una colleganza strana; un’intesa non cercata, anzi temuta.»  (p 105) E allora i volti, l’amore, la malattia diventano volti di fumo, agonia, anelato desiderio: «Il cavallo era la fantasia? Era il ricordo? Era quel po’ di febbre […] Era l’amore? Era la Sparviera, o tutto questo insieme?» (p 108) Scrittura alta, come l’Amleto di Shakespeare: «la stessa intesa che non sgarra d’un ette: significati aperti, intenzioni riposte, ritmo. Tono. È qualcosa di diverso l’amore?» (p 120-121) Qualcosa di più grande di noi: «Improvvisando la sua parte con la piccina in quell’autunno lontano, se n’era accorto di andare oltre il gioco, di oltrepassare un certo segno.»  (p121) Oltre la comprensione e la vita comune, il da farsi giornaliero che uccide le parole della fantasia: «tutt’e due inseguivano ciò che della vita cade dal giro quotidiano, e che può essere rintracciato soltanto dalle sillabe di qualche poeta» (p 139)

 

 

Giovanni aveva acquisito un’arte: l’arte di non morire nel quotidiano grazie al lungo scavare dentro di sé della malattia, era come «sostituito» (p 143). Stella, invece, era un pianeta a sé stante: in lei confluivano grandissime qualità: «infatti prima che un’attrice, Stella Calenza era un poeta.» (p 157)

E allora sovrastano sulle altre dimensioni della scrittura, le dimensioni della tragedia. Sconfiggere la malattia, cedere all’amore. Possedere il dolore, penetrarlo, come si fa in un atto sessuale. O morendo all’improvviso. Come fanno i movimenti shakespeariani. «Movimenti affidati alla sua fatuità? No; un ritmo c’era. Per riuscire a scoprirlo lui lo accenna dentro di sé; lo insegue; mentre quella via via lo suggerisce, lo spiega.» (p 189) L’amore sta lì in quel muoversi dentro in un reciproco tendersi verso l’altro. Tendere verso l’assoluto. La vita oltre la morte. La morte oltre la vita. «Fu una convulsione; uno spasimo. L’ultimo.» (p 189)

Una scrittura, contemporanea, ricca, mai scontata, che si adagia negli interstizi fra generi letterali e generi di genere. Un romanzo che è tragedia, poesia e… movimento dell’anima. Gianna Manzini? Da leggere e studiare. Da scoprire. Ha tanto da rivelare.

 

Recensione di IO LEGGO DI TUTTO, DAPPERTUTTO E SEMPRE. E TU? di Sylvia Zanotto  

 

LA SPARVIERA Gianna Manzini

 

 

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