In famiglia abbiamo sempre mangiato PANE e PALLONE – FEBBRE A 90′ Nick Hornby

Febbre a 90

In famiglia abbiamo sempre mangiato PANE e PALLONE – FEBBRE A 90′, di Nick Hornby

Mio padre e mio zio giocavano a calcio. Erano dilettanti e tifosi appassionati ed avevano l’abitudine di descrivere le proprie ‘imprese’ sportive come se ogni volta avessero giocato una finale mondiale. Da questo si può capire il perché nella mia famiglia si sia sempre mangiato pane e pallone. Da bambino e credo all’incirca fino ai vent’anni, trasportato dall’onda passionale paterna, ho amato il calcio ed il mio amore l’ho esteso fino a quei stupidi gesti scaramantici di cui ero solito coprirmi prima di ogni partita della mia squadra del cuore.

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L’ho amato, sono stato amato e al tempo stesso anche profondamente ferito. Un po’ come è capitato a Nick Hornby con il suo Arsenal. Nick racconta in tono ironico e appassionato tutto il suo amore e la sua ossessione per questo sport e per i gunners. Le sue parole mi hanno fatto ricordare la gioia infantile nel preparare dopo un’importante vittoria la maglia con cui il giorno dopo sarei andato a scuola, sfilando in maniera trionfale nei corridoi insieme ai miei compagni delle medie.

Rivedo il sorriso del giornalaio nel vendermi la Gazzetta, un ormone sulla cinquantina, capelli radi, pancia da navigato bevitore di birra e di una bontà unica. C’è stato un tempo in cui proprio come Nick il calcio era parte integrante dei miei giorni, soffrivo e mi indignavo per un gol mancato, per un acquisto che non ritenevo all’altezza, per una sconfitta così umiliante da rendermi per giorni di pessimo umore.

 

Hornby il tifoso e la sua ossessione per i gunners mi hanno fatto vivere una seconda volta quei momenti, anni in cui il rituale del sabato era quello di prepararmi ore prima la maglia, la sciarpa ed il ticket per andare a ritirare il biglietto, in modo che non avrei perso tempo nel cercare il tutto quando decidevo che era ora di partire per andare allo stadio e prendermi i posti migliori.

Con il tempo questa magia è andata sempre di più dissolvendosi fino a scomparire (?) ed oggi vedo il calcio con gli occhi di chi è consapevole che davanti a se ha due squadre, due società il cui unico interesse e quello di vendere spettacolo per aggiudicarsi il consenso -ed il portafoglio- del pubblico.

 

Non so se mio figlio sarà amante del calcio, in casa non mancano certo gli stimoli visto che il babbo gioca ancora, ma se così fosse sono sicuro che ogni volta che lo vedrò esultare per un gol o una vittoria della sua squadra del cuore, il mio sguardo sarà dolce e tenero come quello di quel giornalaio cinquantenne che teneramente ricordo, con la speranza di avere più capelli in testa ed una pancia meno invadente.

Quello descritto da Nick Horby è un atto d’amore per il calcio, un sentimento sbocciato a dodici anni, affievolito nel tempo ma che ancora non ha intenzione di spegnersi.

Di Daniele Galli 

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