IL LIBRO DEL MESE: VORREI CHIEDERTI DI QUEL GIORNO Lorenzo Tosa

IL LIBRO DEL MESE: VORREI CHIEDERTI DI QUEL GIORNO, di Lorenzo Tosa (Rizzoli – gennaio 2024)

La verità di chi resta

Spesso scegliamo certi libri per trovarci pezzetti di noi, quell’emozione di vedersi allo specchio e dirsi “anche io, anche a me, proprio uguale!” Talvolta si tratta di masochismo, ma tanto necessario: quel bisogno di ripercorrere storie che ci somigliano per vederci più chiaro, per delineare contorni. Pura catarsi insomma.

Il libro di Lorenzo Tosa, Vorrei chiederti di quel giorno, Rizzoli, mi è venuto incontro per caso, ammesso che il caso esista. L’ho trovato in audiolibro e ho trascorso con lui ore che a reggersi forte agli appositi sostegni non basta. E non solo perché è scritto bene, non solo perché questa storia è potente, ma perché a leggerlo è proprio lui, e io vorrei incontrarlo solo per chiedergli: come hai fatto?

Questo memoir ha come sottotitolo “vita e morte di un ragazzo che era mio padre”, un uomo che si è tolto la vita a trentatré anni dopo aver accompagnato all’asilo i due figli. Un uomo di cui l’autore, che all’epoca aveva due anni e mezzo, non ha memoria, e c’è un momento – perché arriva sempre un momento: una fotografia, una musica, la domanda di un figlio – in cui qualcosa accade e ti mette davanti all’urgenza di comprendere cosa sia successo, scoprire, ricostruire la verità. E non sempre è facile: “ignorare, come conoscere, è una forma di salvezza”.

 

 

Lorenzo Tosa ha compiuto un lavoro di indicibile accuratezza, ha impiegato anni a fare ricerche, interviste, letture, a scandagliare la memoria di un uomo e dell’Italia negli anni Sessanta e Settanta. Sì, perché Bruno Tosa ha vissuto la sua breve vita votandosi anima e corpo alla politica, in quegli anni così carichi di ideali e ideologie che hanno portato alcuni di quei giovani a deragliare nella lotta armata. Non Bruno, un uomo buono che ha fatto parte della frangia pacifista di Lotta Continua e che, quando il movimento è perito, non è riuscito a trovare un altro modo di vivere e ha finito per rimanere attorcigliato su sé stesso.

È la storia di una famiglia che non sa come prendere questo figlio e poi questo marito, che ne osserva in silenzio le idee così ferree, i sogni sghembi, l’incapacità di aderire a qualunque modello di vita che sia regolare. Un uomo “troppo”: troppo amante, amato, creativo, sensibile.

Quando Bruno Tosa si arrende, la famiglia sceglie l’unica strada che le permetta di sopravvivere: ricopre, nasconde, rimuove tutto ciò che quell’uomo è stato, così ai due orfani viene consegnata una versione edulcorata e ripulita dei fatti che ha il calore di una coperta di lana nelle sere d’inverno: copriti che fa freddo.

 

 

 

Ma la rimozione, che per alcuni è vitale, può essere molto pericolosa e rischia di esplodere facendo molto male. È da qui che parte Lorenzo Tosa, in una coraggiosa indagine per scoprire chi fosse suo padre, affinché la storia di quell’uomo, che è anche la sua, non resti muta e venga tramandata con tutta la tenerezza che può metterci un figlio alla ricerca del padre.

“La parola suicidio non si è palesata subito, se ne stava lì, sospesa, come se appartenesse a un patrimonio di pudicizia comune e arcaico rispetto che le impediva di essere pronunciata. Ma era già tra loro”. È questa la pietra più pesante da spostare. È purtroppo frequente che, persino di fronte all’evidenza, chi resta cerchi altre parole, definizioni creative, favole ingegnose. Ma quella no, non perché sia una vergogna, ma perché fa troppo male, è una parola ingombrante che suona come un atto d’accusa e un grido inascoltato che ti rimane addosso, è una rabbia così grande che non si riesce a trovarle un posto.

Un genitore che si toglie la vita marchia sui figli una precisa evidenza: non sono stati abbastanza. Ed è una colpa difficile da estirpare, a meno, appunto, da dare un altro nome alla cosa: la malattia, la follia, la depressione, la politica, le difficoltà. È così che prende piede “la rassicurante omertà” di una famiglia e di una società che all’epoca – purtroppo spesso come oggi – non ce la fa a guardare in faccia la malattia mentale.

 

 

A mano a mano che i testimoni della vita di Bruno offrono al figlio frammenti della sua vita, anche il lettore percepisce la testa che gira, la voglia di scavare ancora, di capire perché, di trovare il come. Diventa urgenza e sete ascoltare le narrazioni dei compagni di lotta, degli amori, dei sopravvissuti di una Storia che ha lasciato indietro non poche persone, e con loro mogli, figli, genitori. “Vorrei che fosse un romanzo” scrive a un tratto Lorenzo Tosa, una frase che dice tutta la difficoltà di un viaggio così ispido e al contempo così avvolgente. Sarebbe più facile che lo fosse, sì, ma non lo renderebbe altrettanto imprescindibile.

Voci, lettere, scritti, disegni, diari: ogni testimonianza possibile di e su quell’uomo viene rigirata, rovesciata su un tavolo, esposta. E allora viene da chiedersi se sia giusto, se se ne ha la facoltà: a chi appartiene davvero una persona quando non c’è più? Quanto diritto abbiamo di metterla a nudo, di andarla a tirare giù a forza da dove si era rintanata? Ma non c’è scelta: così come l’uomo ha scelto di morire, è giusto che chi resta possa scegliere di vivere, e se per farlo è necessaria una vivisezione ben venga, ognuno deve restare a galla come può.

 

 

La ricostruzione storica di quegli anni così difficili per il Paese è un vivido viaggio nel tempo, tra ciclostili, assemblee, testi, confronti, rabbia, bivi in una Genova scattante dove si lavora all’Ansaldo e il ponte Morandi è in costruzione. Ed è interessante come a un certo punto tutto questo non sia più scindibile dalle persone che lo vivono: quanto, del periodo vissuto, diventa carne e pensieri e sangue di una donna o un uomo? Ci sono stati momenti nella Storia in cui questa non era prescindibile dalle persone che la attraversavano, ed è il caso di Bruno. Un periodo in cui qualunque decisione veniva condivisa e il personale, davvero, era politico. Forse l’unico modo per comprenderlo appieno per chi è nato dopo è proprio riviverlo attraverso chi c’era, provare a stare in quelle stanze ingorgate dal fumo, girare per quelle strade, attaccare manifesti, salire in un numero incredibile su eroiche automobili. Non tutti sono usciti indenni da qualcosa di così forte, qualcuno si è perso, qualcuno ha rimosso e magari ha cambiato totalmente pelle, talvolta rinnegando ogni cosa. Ma è impossibile non restare coinvolti dalla determinazione di quei giovani, dalla loro forza, da loro modo sgangherato di vivere.

Bruno ha amato molto in un modo che il figlio definisce impacciato, ed è un’immagine felice per dire di chi non sa bene come stare al mondo, come mettere le mani, le gambe, la testa. E molto è stato anche amato, il che, come scrive Carver, dà senso a una vita.

 

 

Lorenzo Tosa ha scritto questo libro senza mai perdere l’equilibrio, senza scivolare nella retorica né nel sentimentalismo, ha alternato fatti oggettivi a onde emotive poderose riuscendo a non cadere e, cosa non da poco, senza mai giudicare. Vorrei potermi complimentare con lui. E dirgli quanto è stato coraggioso e quanto questa sua opera abbia salvato non solo sé stesso. Perché una cosa è certa: per quanto si possa comprendere e rispettare la scelta della rimozione da parte di chi resta, essa è allo stesso tempo la condanna più implacabile verso chi quella rimozione non l’ha scelta, e sarà costretto a scendere negli abissi più profondi per fare un lungo, lunghissimo viaggio a ritroso in cui non gli sarà concesso di aver paura dei mostri e dei fantasmi che gli arriveranno addosso, dovrà tirare dritto intrepido fino a ricomporre l’ultima tessera del mosaico e, solo allora, potrà essere libero.

Quanta fatica “lasciare che il passato diventi passato”, spesso non basta una vita e a volte ci si accontenta delle “favole come la forma più igienica di menzogna”: anche quello è un modo per ottenere “una laurea honoris causa in sopravvivenza”.

Purtroppo non sempre c’è un maresciallo che raccomanda di mettere in salvo i bambini: nella confusione e nello smarrimento generale che segue a un suicidio, spesso i piccoli assumono l’importanza della carta da parati. E allora salvarsi è molto più difficile.

 

 

Questo libro è un cammino difficile verso la verità che, se raggiunta, significa salvezza. È un metodo per attenuare il dolore e dargli un nome, pacificandosi. È un modo di seguire una storia da diversi angoli, alcuni fiabeschi, altri rudi, altri dolcissimi, dove è lecito persino pensare che chi si lancia nel vuoto forse voleva solo provare a volare.

La psicologia ha mostrato molto bene come i segreti di famiglia possano rovinare le vite dei discendenti, ricadendo su persone inconsapevoli come un’impietosa mannaia. In questo senso il lavoro di Lorenzo Tosa è preziosissimo anche per i lettori a cui questo libro darà il coraggio di raccontare, di alleggerirsi. E allora può diventare un viaggio molto più ampio, verso la dolcezza di una macchinina blu fissata a una lapide con lo scotch – quello piccolo – (ma anche un pupazzetto rosso, una bomboniera di laurea), in quei quattro minuti in cui possiamo parlare con i morti e raccontare loro tutto quello che è successo oltre, dopo quel giorno. E provare tanto sollievo e gratitudine verso quei “cerchi che alla fine, senza alcun preavviso, si chiudono”.

 

Recensione di Roberta Yasmine Catalano

 

 

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