IL CIRCOLO DEI CONGIURATI, di Paolo Lanzotti (TEA – ottobre 2025)

“Il circolo dei congiurati” di Paolo Lanzotti mi ha giocato uno di quegli scherzi psicologici da manuale. All’inizio mi sono ritrovato, come una mente traditrice, a cercare Marco Leon (personaggio di un’altra serie dell’autore) in ogni calle veneziana. Un po’ come quando, dopo una lunga relazione, attribuisci il nome dell’ex a ogni nuova malcapitata.
Colpo di scena: non c’era.
Al suo posto è spuntato Teodoro Valier, che non si è fatto pregare per occupare ogni spazio disponibile: la trama, la mia immaginazione e, soprattutto, il tempo. Non solo il suo, ma quello di tutto il romanzo. A un certo punto, infatti, la storia smette di essere una semplice “vicenda con un protagonista” e si trasforma in una stampa d’epoca del Risorgimento: nitida al centro, un po’ ingiallita ai bordi, profumata di storia e di polvere. Addio cartolina patinata. Benvenuti nella Venezia del 1850: stanca, ferita, stretta nella morsa austriaca, appena uscita dai sogni del ’48 e già piombata nella più grigia delle realtà.
Valier è un investigatore che dell’eroe da romanzo giallo conserva solo una qualità essenziale: risolve i casi. Prima ancora, però, è un uomo esausto. Carriera, status, fiducia nello Stato (non proprio un dettaglio marginale, in quegli anni) e perfino la famiglia: tutto è finito nel Canal Grande. Gli restano un cervello affilato, un’ironia più amara del caffè del giorno dopo e un talento per la logica che ricorda molto – e non è un caso – il metodo maniacale di un certo Poirot. Niente baffi cerati, però: al loro posto una discreta collezione di cicatrici, fuori e dentro. È un uomo che ragiona così bene proprio perché ha già visto crollare il palcoscenico della propria vita, e ora osserva le macerie con occhio clinico.
Il romanzo trova il suo punto di forza in un equilibrio particolarmente riuscito. Da una parte c’è l’indagine classica, fatta di interrogatori, pedinamenti e ricostruzioni pazienti; dall’altra, momenti di introspezione in cui Valier è costretto a fare i conti con il proprio passato tanto quanto con l’assassino di turno. Ci sono inseguimenti e colpi di scena, certo, ma senza fuochi d’artificio gratuiti. Tutto è credibile, misurato, incastonato in una cornice storica così solida che ci si potrebbe appoggiare. La repressione austriaca, il clima di sospetto, le ambiguità della polizia: ogni elemento è reso con una cura per le fonti che non scivola mai nel saggio travestito da romanzo. Lanzotti, in sostanza, sa raccontare la Storia senza metterle il cappello in testa e costringerla a recitare una parte.
Nota di merito finale, che sfiora il feticismo da bibliofilo: l’eleganza della scrittura trova un curioso riflesso nell’oggetto-libro stesso. Pagine pesanti, qualche lieve imperfezione di stampa, caratteri che a volte sembrano aver bevuto un goccio di troppo di grappa. Dettagli che, invece di disturbare, contribuiscono all’illusione di avere tra le mani qualcosa di coevo alla storia narrata. Un difetto? Forse. O forse un ulteriore, geniale strato di immersione. Dopotutto, anche la Venezia del 1850 non era esattamente perfetta e allineata — ed è proprio per questo che, tra queste pagine, respira e vive in modo così convincente.
Recensione di Vincenzo Anelli


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