GRANDE KARMA. Vite di Carlo Coccioli Alessandro Raveggi

GRANDE KARMA. Vite di Carlo Coccioli, di Alessandro Raveggi

Tre città, Città del Messico, Parigi e Firenze, fanno parte del viaggio intrapreso a ritroso da Enrico giovane ricercatore universitario, alla ricerca di un ultimo libro inedito di Carlo Coccioli, “Grande Karma”. Queste tre città così diverse tra loro, sono tre momenti fondamentali della vita (delle vite) di Coccioli.

 

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A Firenze visse la gioventù e le prime esperienze con la scrittura. Era nato a Livorno da madre ebrea livornese e padre cattolico originario di Taranto, il padre era un militare, ma antifascista, per i suoi incarichi di lavoro, da metà degli anni ‘20 al ‘40, quando fu catturato dagli inglesi, fece spola con la famiglia tra le colonie d’Africa e l’Italia. Carlo ed il resto della famiglia si stabilirono a Firenze e lì il giovane Coccioli entrò a far parte della Resistenza assumendo il comando di una compagnia di partigiani, venne in seguito catturato dai tedeschi e imprigionato, poi riuscì a fuggire e rientrato nei partigiani vi rimase fino alla Liberazione ricevendo la medaglia al valor militare.

 

 

A Firenze impiegato alla Vallecchi conobbe Malaparte con cui instaurò una duratura amicizia. Ma Firenze e l’Italia gli stavano strette, si sentiva soffocato, sottovalutato e la sua condizione di omosessuale ed al contempo fervente cattolico non lo aiutava.

Ed ecco che arriva la libertà Parigi, dove si stabilisce e dove ottiene il meritato successo con i suoi romanzi, lì ha modo di incontrare e di stabilire amicizie con diversi intellettuali da Jean Cocteau a Coco Chanel. Poi l’amore e l’infatuazione per un giovane francese Michel lo indurranno a seguirlo oltreoceano, stabilendosi a Città del Messico, l’amore finirà, ma Carlo vi rimarrà 50 anni fino alla sua morte. In Messico conoscerà artisti, come Frida Kahlo e Diego Rivera, presidenti e ambasciatori, sarà inviato speciale prima per il Corriere della Sera e in seguito per La Nazione. Lì per lui ci sarà un “ritorno” all’ebraismo ortodosso e in quel periodo la sua produzione letteraria ne sarà ispirata, e poi negli anni a venire la pratica dell’induismo, per passare nell’ultimo periodo al buddismo.

 

 

Le vite di Carlo sono state una continua ricerca della divinità sperimentata in tutte le sue forme ed accezioni.
Ma torniamo al libro che intreccia il romanzo alla biografia di Coccioli, Raveggi alterna le vicende di Enrico al racconto da parte di quest’ultimo della vita di Carlo, a dialoghi immaginari(o immaginati) tra Coccioli ed altri personaggi famosi da lui frequentati e ad un certo punto si inserisce anche una seconda voce narrante.

Il romanzo è in parte autobiografico, Enrico è l’alter ego dell’autore, infatti anche Raveggi ha percorso lo stesso viaggio del protagonista per raccogliere informazioni e documenti su Coccioli.

In quel viaggio Enrico era partito per conoscere qualcuno ed era finito per non conoscere più sé stesso (o forse per arrivare finalmente a conoscersi), le certezze di Enrico si sgretoleranno e la sua vita cambierà radicalmente.

 

 

Irresistibile ed amaro il racconto del delirio di Enrico dopo l’assunzione del mescal fatto in casa, che assume atmosfere surreali, oniriche, quasi felliniane, che personalmente avrei puntato ad ampliare. Nell’ultima parte il racconto si fa un po’ confuso, per poi riprendersi nel finale.

Il romanzo ha sicuramente il pregio di farci scoprire Carlo Coccioli prolifico scrittore quasi completamente dimenticato in patria, in occasione del centenario della sua nascita quest’anno molti dei suoi libri sono stati rieditati da Lindau.

Recensione di Neri Randazzo

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