GLI INTRAMONTABILI: LA MONTAGNA INCANTATA Thomas Mann

Mi limitavo ad amare te, di Rosella Postorino

GLI INTRAMONTABILI: LA MONTAGNA INCANTATA, di Thomas Mann

 

La montagna incantata recensioni Libri e news
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Un librone, un romanzone, un mondo.

Musica per le orecchie, piatto gustoso per le papille, panorama vasto per gli occhi. Sensi e spirito, corpo e anima,
Vita e morte.

Tutto e di più, lassù nell’altura persa in un tempo soggettivo sia che sia dilatato (la classica “nostra” pentola d’acqua sul fuoco che allunga il tempo ai limiti dell’eternità), o che sia ristretto (è già passata una settimana, un mese un anno? Dio mio come corre il tempo!),  lungo il percorso di quell’ incessante, insensibile  granitico fenomeno oggettivo che, con il suo regolare  ticchettio, tutto inevitabilmente muta. In quell’altura in cui le stagioni seguono un ritmo scomposto (nevica ad agosto), la vita conquista la morte, in maniera ineccepibilmente ordinaria.

 

 

Si dice che “La montagna incantata” non è una lettura per tutti. Ne sono convinta. Tuttavia la mia convinzione nasce non certo perché occorre l’erudizione, le nozioni dotte, scolastiche, le classiche conoscenze, polpettoni per la mente.  No, assolutamente no. Per leggere tale libro è importante la capacità volontaria di perdersi nella tormenta di neve, nelle allucinazioni, nei sogni primordiali, in quel brodo di non materia da cui discendiamo. Saper leggere negli occhi della morte il disfacimento fisico, toccare la malattia solo e solamente per assaporare e rispettare il mistero della vita.

 

 

E pazienza se si ci smarrisce tra dispute umanistiche, virginiane, fra latinismi, correnti varie, medioevalismi infarciti di inquisizione e torture, massoneria e carboneria, ateismo e divinità, pessimismo e ottimismo. Pazienza se non si è a conoscenza del francese: le sfacciate dichiarazioni d’amore e passione sono più facili in una lingua che non si è propria. Già, si è più audaci. E non verrà difficile anche ai lettori monolingue capirne il coraggioso significato (Ahi, Ahi la signora Chauchart dagli occhi chirghisi. Che cosa porta a fare al nostro Hans.)
Quindi, dopo questa premessa, ritengo che l’approccio alla biblica lettura può avvenire solamente, perdonatemi l’empirico consiglio, se il lettore è capace di  indossare le vesti del mediocre, comunissimo Hans Casporp, uomo privo di aspettative e ambizioni, il cui l’unico e multiforme vantaggio è di essere una naturale  spugna di mare e, per tale ragione, divenuto consapevolmente il soggetto  pedagogico preferito di due pensieri opposti ma equamente estremi: “il pupillo di vita” del signorile trasandato Settembrini, umanista e massone italiano, e del piccolo gesuita Naphta, computo e conservatore.

 

 

Hans entra e si pone al centro del “Teatro in cui Dio e il diavolo lottano per il possesso  della creatura da entrambi ardentemente agognata”
In quella montagna lontana dal “bel” mondo borghese, quest’ultimo pianura confezionata di benessere e oblio, dal tempo e dallo spazio scanditi dalla frenesia di chi ha l’integrità fisica, si erge un sanatorio di tisici, un piccolo microcosmo, rarefatto e sospeso in una bolla, di esseri “impudicamente” malati, ovattati dal silenzio dei simmetrici fiocchi stellati di neve indifferenti alle silenziose sofferenze.
E in questo spazio alto e relativamente immenso Hans, l’antieroe borghese cresce, evolve, cambia dentro e fuori, matura nel bene e nel male, nell’antitesi irrisolvibile della vita.

 

 

Da ciò lungi da me prolungarmi nell’analisi di ciò che ritengo (insisto) sia necessario leggere, ognuno con la propria musicalità ricettiva.
Posso soltanto dirti che Thomas Mann in tale racconto, dalla cadenza sinfonica e spolverato da un leggero humor inglese, non risparmia di menzionare, anche in maniera dura e diretta, alcuna scienza che sia medica, scientifica,  mistica, alchemica, vera o falsa, alcun sentimento che sia velato di filisteismo o di genuina e ingenua sincerità, carnale o platonico, giacché l’essere umano, con la sua ragione -questa con il proprio soggettivo orizzonte – e con i suoi sentimenti, filantropici o egoistici, è il mistero più impenetrabile in rapporto all’alone divino da e in cui è circondato.

E, ancora, Thomas non vi risparmierà né le risa, né il sorriso, né la noia, né l’entusiasmo.
Vi farà sbuffare come vi farà cadere anche qualche elegiaca lacrimuccia.
Placet experiri…

“Le raccomando: abbia stima di sé! Sia orgoglioso e non si dia al forestierume! Eviti questa palude, quest’isola di Circe, dove lei non è abbastanza  Ulisse  da dimorare impunemente. Finirà  col camminare a quattro zampe, già  sta pregandosi sulle estremità anteriori, tra poco  si metterà  a grugnire  stia in guardia!”

Corsi e ricorsi storici.

Cari amici lettori e amiche lettrici

 

Recensione di Patrizia Zara

 

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