FERDYDURKE Witold Gombrowicz

“Ferdydurke” di Witold Gombrowicz (Ilm Saggiatore) – ovvero l’arte sublime del prenderci in giro (con stile) 

 

 

Ci sono libri che si leggono, libri che si studiano… e poi c’è “Ferdydurke”, che ti prende, ti scuote e ti costringe a chiederti più volte se non sia tu — e non il protagonista — a essere regredito di qualche anno mentale durante la lettura.

Witold Gombrowicz non si limita a scrivere: gioca a fare il prestigiatore con la lingua, il pensiero e le convenzioni sociali, e lo fa con la stessa grazia di un elefante che tenta di infilarsi in un tutù.

Tradurre un simile circo linguistico dev’essere stata un’impresa da far tremare i polsi anche al più impavido dei traduttori. Eppure, merita un plauso chi l’ha tradotto: il testo resta vivo, brillante e frizzante, nonostante — o forse proprio grazie a — le libertà letterarie che l’autore si prende con la disinvoltura di un bambino che modella le parole come fossero pongo.

Superlativi, diminutivi, vezzeggiativi e una quantità di variazioni sul tema “culo” che meriterebbero un glossario a parte: è il trionfo dell’anti-forma, del linguaggio che si ribella a ogni decoro.

E che dire dei duelli di smorfie, più feroci di una disfida cavalleresca? Gombrowicz sostituisce la spada con una smorfia, e il duello diventa un esercizio di stile e deformazione. Il risultato è un carosello di facce, posture e “forme” che esplodono, si contraddicono e si ribaltano, come se l’autore volesse dirci: “Guardate quanto è ridicola la serietà”.

Poi c’è quel capitolo — sì, quel capitolo — in cui l’autore si rivolge direttamente al lettore per spiegargli che cos’è un lettore, che cos’è un autore, che cos’è l’arte e, soprattutto, che cos’è la forma.

Un manifesto di ironia e lucidità in cui si legge: “cosicché quello che è stato creato con incredibile e totale dedizione sarà accolto parzialmente tra una telefonata e una cotoletta”.

Un pugno nello stomaco condito con salsa di sarcasmo: tagliente, irresistibile e, ahimè, verissimo.

L’esperienza della regressione — il trentenne che torna fanciullo — diventa un gioco psicologico e sociale: il confronto tra generazioni, classi, innocenze “originali” e “acquisite”. Non è solo una trovata narrativa, ma una riflessione feroce su come la società ci infili in stampini, ci plasmi e ci restituisca impastati di forma e convenzione.

Qualcuno ha definito “Ferdydurke” “un libro pericoloso, un’arma intenzionata a incidere, rovesciare e mettere a nudo la forma”. E come dargli torto? È un libro che non si legge: si affronta. Ti costringe a ridere mentre ti toglie le certezze, a pensare mentre ti senti un po’ scemo, e a domandarti se la tua “forma” non sia solo una smorfia ben educata.

Certo, non è un romanzo per tutti i momenti della vita: serve la giusta predisposizione, un po’ di ironia e una sana disponibilità a lasciarsi scompigliare il cervello. Ma quando ci si lascia trascinare nel suo vortice, Ferdydurke diventa un piccolo miracolo di letteratura corrosiva — un caos perfettamente orchestrato.

In fondo, come dice il vecchio rimbambito: “Tutto è foderato d’infanzia”.

E Gombrowicz, con il suo linguaggio delirante e geniale, non fa che ricordarcelo: dentro ogni adulto si nasconde un bambino imbarazzato, pronto a fare una smorfia alla società — e, magari, anche a sé stesso.

…io sono una tromba 

 

Recensione di Vincenzo Anelli

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