ENGLISH Wang Gang

ENGLISH

ENGLISH, di Wang Gang

Quanto poco sappiamo della Cina… potrebbe essere una domanda ma anche un’esclamazione. È quello che io stessa, nonostante la discreta conoscenza teorica che ho di questo Paese e delle sue usanze, mi sono sorpresa a notare, quando ho intrapreso la lettura di questo romanzo di Wang Gang.  



ENGLISH W Gang

ENGLISH (WANG GANG) Ambientato in una cittadina poco importante, ai confini della Mongolia, sperduta e confinata a debita distanza da metropoli ben più importanti, come Pechino e Shanghai, Urumqui, nello Xinjiang, dove non c’è il mare, ma c’è il Tianshan, la Montagna Celeste, era considerata luogo di confino dove inviare coloro che bisognava punire o rieducare, perché appartenenti a classi più elevate, come i genitori di Liu Ai, – il protagonista -, affermati e brillanti architetti che avevano studiato all’estero e parlavano correntemente le lingue straniere principali. Il pretesto, per cui la coppia aveva forzatamente messo radici a Urumqui, era semplicemente perché il Grande Timoniere Mao, aveva deciso che persone dal backstage come il loro, dovevano andare a ‘civilizzare’ le popolazioni più rozze e lontane dall’ideologia marxista, proprio come quelle mongole di religione musulmana, che adoravano più Maometto che Mao. La verità però era un’altra.   Siamo in pieno clima di Rivoluzione Culturale. Dopo l’epurazione dei borghesi e dei proprietari terrieri, bollati tutti come capitalisti e imperialisti, nonché deviazionisti di destra, inizia l’epurazione degli intellettuali, come i due architetti e l’insegnante d’inglese di Liu Ai… Nonostante il sequestro materiale di tutto ciò che avesse a che fare con i libri di testo scolastici, i ragazzi hanno voglia d’imparare. Proprio come accade a questo ragazzino di quinta (Liu Ai) e ai suoi compagni, tra i quali spiccano la sua compagna di banco, la sveglia Huang Xusheng, e il popolano e scaltro Li Mondezza, i quali fanno da controparte alla raffinatezza, un po’ rammollita, della vita più comoda che conduce Liu Ai. Privati dei libri di testo, ma lasciate aperte le scuole (pur se verranno chiuse a fasi alterne), gli alunni di Urumqi, di stirpe uigur nella maggioranza, hanno studiato, fino a quel giorno, in Cinese Mandarino e Uiguro con una bellissima insegnante di nome Ajitai. Chissà perché – si chiedevano gli scolari – all’improvviso avevano deciso che fosse meglio lo studio della lingua inglese, dopo lo studio del russo, repentinamente interrotto anch’esso come lo Uiguro? Delle lingue straniere a loro non importava un fico secco: la cosa più importante era che andava via l’amata Ajitai. È proprio Ajitai ad annunciar loro l’arrivo del nuovo insegnante, il professor Wang Yajun.

WANG YAJUN Il nuovo insegnante porterà con sé, oltre alla novità della lingua da apprendere, anche notevoli differenze nella sua persona e nel suo modo di fare. A cominciare dalla città di provenienza: Shanghai! Shanghai era la città da cui proveniva la maggior parte degli intellettuali in punizione, come Wang Yajun, dalla carnagione più chiara, sempre ben vestito, con le scarpe lustre, le pieghe dei pantaloni perfettamente stirate e i capelli lucidi tagliati e impomatati, oltre che, cosa ancor più eclatante, era sempre profumato! Cosa ci faceva un tipo del genere in mezzo agli Uiguri a insegnar l’inglese, se il Paese più vicino era l’Unione Sovietica? A cosa serviva studiare l’Inglese in una scuola come quella, lontanissima da Inghilterra e America, in tempi in cui si smantellavano perfino i templi? E che impressione per Liu Ai e i suoi compagni vedere il dizionario d’inglese, << un librone con la copertina di cartone rigido blu scuro, stretto sotto il braccio di quell’uomo. Molto diverso dal solito Libretto Rosso del presidente Mao… >> (pag. 23). L’unico dizionario d’inglese in circolazione, a quei tempi, a Urumqi.   I maschi già sapevano che quel professore, dal portamento nobile, avrebbe fatto innamorare di sé tutte le ragazzine… proprio come Huang Xusheng, che diverrà la pupilla di Wang Yajun, capoclasse delle lezioni d’inglese, colei che sarà incaricata di recarsi in camera del prof per portare in aula il giradischi, di ausilio alle lezioni e alla corretta pronuncia del diverso idioma. Fino a quando il padre di Huang Xusheng non si suicida…   Questi sono solo alcuni dei personaggi che popolano il romanzo, il cui protagonista di fondo resta sempre Liu Ai, che sarà seguito anche negli anni dell’adolescenza e della voglia di possedere, anche solo per qualche tempo, il grosso e unico vocabolario Inglese-Cinese allora in circolazione, giusto per sapere cosa si prova a possedere materialmente e a tradurre istantaneamente, capendola, una parola della lingua straniera a cui ci si è appassionati. Un libro, quel dizionario, che per Liu Ai, è un mistero fitto fitto, che non lo fa perfino dormir di notte.  

ENGLISH è popolato di svariati personaggi, come diverso è il loro grado d’importanza all’interno del partito, la loro arroganza e prepotenza verso coloro che ritengono debbano subire per una colpa mai commessa. E, come ho scritto all’inizio, l’ambientazione storica è quella pre, durante e post Rivoluzione Culturale, periodo di totale terrore e follie commesse dalle temute Guardie Rosse, nonché adolescenti che, pur di non frequentare la scuola ed esser sottoposti all’autorità di chicchessia, avevano mollato tutto e si erano arruolati, per assaporare il gusto del potere sui loro stessi superiori, che fossero i loro stessi insegnanti o altri adulti a loro vicini, convinti così di sconfiggere e sopraffare chissà quale ingiustizia, senza chiedersi se erano i loro pestaggi (spesso finiti in veri e propri omicidi) ad essere ingiusti.   Propongo, a questo punto, uno stralcio molto significativo. Il padre di Liu Ai sta dipingendo una gigantografia di Mao in prospettiva, sul muro di un palazzo. Al ragazzo salta subito all’occhio un particolare di non poco conto: la differenza tra la gente conosciuta e Mao. Leggiamo, dunque: III capitolo, pag. 13.   << La cima del monte Bogeda, da dove nasce il fiume Urumqi, era proprio davanti a me. Nel freddo di maggio camminavo nel fango, mentre i raggi del sole rimbalzavano sulla gamella che avevo in mano. Stavo andando a portare il pranzo a mio padre. Quella mattina aveva detto che a mezzogiorno non sarebbe tornato perché voleva finire al più presto il suo dipinto. Di fronte al teatro c’era un muro e mio padre, in piedi sull’impalcatura, aveva appena finito di disegnare la testa di un uomo ed era passato alle spalle. In quel periodo in cui eravamo tutti magri stecchiti, l’uomo del ritratto era invece bello grasso, essendo il presidente Mao. Dopo averlo raggiunto, dissi: “Papà, si mangia”. Lui era così impegnato a dipingere che nemmeno mi notò. “Papà, si mangia”, ritentai.   Senza voltarsi, mi chiese: “Gli assomiglia?”. Diedi un’occhiata e risposi: “Mi pare gli manchi un orecchio”. “Non capisci niente”, ribatté lui, “sono le leggi della prospettiva”. “Comunque gli manca un orecchio”, ribadii. >> (pag. 13). << Due uomini usciti da un edificio poco lontano stavano venendo verso di noi. Uno portava gli occhiali, l’altro no. Quello con gli occhiali era il responsabile Fan, l’altro un tizio molto alto. In preda all’agitazione, mio padre mi disse: “Torna a casa, di’ alla mamma che stasera finisco presto”. “Oggi pomeriggio non ho lezione, resto qua a guardarti dipingere”. “No, torna a casa”. Ma io non me ne andavo. Sul volto di mio padre apparve un’espressione d’impotenza, quasi di terrore. Era evidente che la mia presenza lo agitava ancor di più.   Vedendolo così, cominciai a vacillare: se mi avesse chiesto un’altra volta di andarmene gli avrei ubbidito, ma ormai era troppo tardi. I due erano arrivati davanti a noi. Quello alto senza occhiali guardò l’affresco e disse: “Assomiglia, assomiglia proprio, è uguale a quello che ho visto in piazza Tiananmen” Ma di colpo s’irrigidì e sbottò: “Perché ha solo l’orecchio sinistro e non anche il destro?”. Provai una certa soddisfazione, era chiaro che papà aveva sbagliato e io ero stato il primo ad accorgermene, solo che lui non voleva ammettere l’errore. Guardando il ritratto, mio padre disse. “Responsabile Fan, comandante in capo Shen, sono le leggi della prospettiva, pensateci un attimo…”.   L’uomo lo fissò e disse: “Di che leggi parli? Vai su e sbrigati a mettergli l’orecchio che manca”. Mio padre non si mosse (…). L’uomo gli si parò davanti e prima gli afferrò la mano, poi cambiò idea e gli prese un orecchio tra le dita, tirandolo leggermente, ma resosi conto che mio padre non lo seguiva, si mise a tirare con forza, dicendo: “Svelto, arrampicati e fagli l’orecchio!”.   Il responsabile Fan, quello con gli occhiali, continuava a ridere. “Se ti dice di farglielo, faglielo”. Mio padre li guardava incerto, e pareva supplicare con gli occhi il responsabile Fan perché sapeva che lui era un intellettuale e conosceva non solo le leggi della prospettiva, ma molte altre cose. All’inizio ridevo anch’io, ma quando vidi mio padre preso per le orecchie passò la voglia di ridere. Volevo dire all’uomo “Molla quell’orecchio”, ma non osavo. Mi pareva che mi facesse male anche il mio, di orecchio. Mio padre cominciò ad arrampicarsi agile sull’impalcatura. (…) Afferrò il pennello e aggiunse l’orecchio destro all’uomo del ritratto. Rimanemmo tutti pietrificati: la forma della faccia era cambiata completamente, non sembravano più la testa e il volto di una persona normale. L’uomo disse: “Ma che cavolo fai? L’orecchio è troppo grande!”. Mio padre lo cancellò e lo ridisegnò un po’ più piccolo. L’immagine del presidente Mao diventava sempre più ridicola. A quel punto mio padre sentenziò: “Impossibile”. L’uomo gli intimò:”Scendi!”. Il responsabile Fan incalzò: “Muoviti!”.   Mio padre scese. Stava guardando il ritratto insieme ai due uomini quando, all’improvviso, il responsabile Fan alzò una mano e gli assestò un sonoro ceffone, mandandolo quasi a gambe all’aria. Dopodiché disse: “Lo so cos’hai in mente, tu!”. Poi cercò un segno d’approvazione nello sguardo dell’uomo alto. Il comandante in capo Shen disse: “Cancellalo tutto e rifallo”. E su queste parole i due fecero per andarsene. Ma io balzai davanti a loro e aggrappato alla gamba del responsabile Fan dissi: “Perché hai picchiato mio padre?”. Lui si fece una risata e rispose: “Sei ancora un bambino, quando crescerai un po’ farai bene a prendere le distanze da lui”. Io continuavo a tenerlo stretto, non lo lasciavo andare. Urlò a mio padre: “Portati via il bambino!”. Papà tuonò verso di me:”Torna qui, lascia andare il signore”. Ma io non mollavo. Mio padre mi si avvicinò tirandomi la mano. Io continuai nella mia ostinazione. Quando capì che per quanto mi tirasse non avrei lasciato la presa, mi assestò un calcione nel culo. Dallo spavento lasciai andare la mano, avvertendo la violenza con cui mio padre mi aveva colpito, oltre al dolore. I sue se ne andarono confabulando. Papà li guardò finché furono lontani, poi mi chiese: “Ti fa male?”. Feci segno di no con la testa. Lui sospirò e disse: “Oggi pomeriggio lo rifaccio, un ritratto frontale con tutt’e due le orecchie”. “Ti ha picchiato, perché non gliele hai date anche tu?”. “È troppo alto, non ci sarei riuscito”. Mentre parlava vide la smorfia contratta sul mio viso e mi accarezzò i capelli. Guardando quel padre appena preso per le orecchie, incalzai: “E allora, perché hai picchiato me?”. Papà rise: “Scemo, se non picchio te, chi altri posso picchiare?”. Questa battuta scherzosa di mio padre si è fissata nei miei ricordi. Si dice che ci sia sempre qualcosa che ha il potere di farci piangere. Confermo: c’è sempre qualcosa che ha il potere di farci piangere, ed è quando vedi picchiare tuo padre >> (cap. III, pagg. 16-18).   Lo stralcio presentato è fin troppo eloquente, mi pare, tanto che non credo ci sia bisogno di commentare. All’epoca, tutti avevano paura di pronunciare una chicchessia parola, temendo di essere denunciato come sobillatore o controrivoluzionario. Non ci si poteva fidare di nessuno, neanche dei propri genitori o figli, nonostante si fosse costretti a fare un’AUTOCRITICA senza alcuna logica né senso, pur di salvarsi la pelle.   È questo uno dei motivi principali grazie a cui si spiega la massiccia presenza della popolazione cinese in ogni angolo del globo, facendo della loro lingua ufficiale, il Cinese Mandarino, la lingua più parlata al mondo, in termini di quantità. E di Storia cinese, noi qui in occidente, ne siamo davvero a digiuno. Pochi sanno che il grosso stato-continente ha una storia millenaria, ricca di invenzioni e intelligenza, oltre che di cultura raffinata e medicina comprovata da secoli e secoli di efficacia, al punto da averne perfino creato, in occidente, una branca specifica della scienza medica. Così come pochi sanno anche che questa indomita popolazione ha vissuto e attraversato orrori spaventosi al pari di quelli vissuti dagli Ebrei, per mano di Hitler (senza omettere Mussolini e i suoi soprusi), o di quelli dei Russi per mano di Stalin, se non quelli degli Italiani dell’Istria per mano di Tito. Gli esempi potrebbero continuare. Quello che qui mi preme trasmettere è rivolgere l’attenzione, che non è mai abbastanza, a questo grande Paese che è la Cina, alle sue sofferenze e alle ingiustizie che ha subito prima, con e dopo Mao e quelle che subisce ancora oggi. È questa la Cina che voleva Mao? Lui che non pensava certo alla sofferenza umana della sua stessa gente. Il timoniere del Grande Balzo In Avanti, non è stato altro che un folle, corrotto despota che pensava solo a soddisfare i suoi intenti e la sua feroce sete.   Non si spiega altrimenti lo stato attuale in cui versa il grande Paese del dittatore orientale, nonostante l’apparente apertura verso una pallida democrazia di qualche anno fa. Prendete, ad esempio, proprio lo stesso scrittore di ENGLISH, Wang Gang. In un’intervista di qualche anno fa, tenuta da Manuela Parrino, per il settimanale femminile “Io donna” del 10-11-2007, (la stessa che mi diede modo di conoscere questo autore e il suo romanzo), Wang Gang afferma che in Cina << molti scrittori hanno paura di scrivere la verità, perché se c’è qualcosa che li imbarazza della nostra società si autocensurano >>. E ancora: << In Cina ci sono due tipi di autori: quelli che fanno parte dell’associazione di categoria e scrivono ciò che il governo permette di scrivere e in cambio hanno casa, viaggi all’estero, uno stipendio minimo e inviti alle conferenze. Poi ci sono gli altri, quelli liberi, magari censurati o boicottati ma liberi di scrivere quello che vogliono >>. Come i già noti Mo Yan, Wang Shuo e Sang Ye. Dopo il successo di ENGLISH, Wang Gang ha notato che essere al centro dell’attenzione non è proprio l’ideale in Cina: la censura incombe, ma lui spera nelle traduzioni che si faranno all’estero, dove potrà far conoscere le sue opere e le drammaticità del suo Paese.  

CENNI BIOGRAFICI SU WANG GANG (tratti dal secondo risvolto di copertina) Originario del Xinjiang, Wang Gang ha esordito, nel 1987, grazie agli interventi sulle principali riviste cinesi, collaborando anche a sceneggiature cinematografiche, tra cui l’adattamento di un suo precedente romanzo, L’ALTRA FACCIA DELLA LUNA. Nel 2004, dopo un periodo di silenzio, pubblica ENGLISH, che gli fa vincere il premio per il miglior romanzo dell’anno, indetto dall’importante rivista Dangdai. Nel 2006 il suo romanzo entra a far parte della lista dei “10 migliori libri dell’anno, il maggior riconoscimento letterario di Taiwan, creato dal “China Times”.

QUALCHE CURIOSITÀ La giornalista che ha incontrato Wang Gang, Manuela Parrino, ha raccontato che, prima d’iniziare la vera e propria intervista, si è trovata spiazzata per due motivi: in principio perché l’appartamento dove ha avuto luogo l’incontro, era sito in un << lussuoso agglomerato di palazzi alla periferia di Pechino circondati da un’orribile copia di piazza San Marco con tanto di gondole >> (pag. 122), e poi perché si è trovata di fronte a una sorta di playboy. Alla richiesta della giornalista come spiegava lo scrittore – che si considera “libero”- il possesso di un appartamento così lussuoso, Wang Gang ha giustificato la cosa annunciando di lavorare per una compagnia finanziaria, che fa investimenti immobiliari. Il che gli ha permesso di acquistare, in città, perfino altri tre appartamenti dello stesso tenore: la vendita dei suoi libri non gli avrebbe mai potuto permettere l’acquisto di immobili simili! Allora mi chiedo, leggendo queste notizie contraddittorie: qual è il vero Wang Gang: quello che ha scritto anche “THE DARK SIDE OF THE MOON (come il titolo del famoso album dei Pink Floyd), che è stato censurato e boicottato << perché racconta la storia di due giovani assunti da una compagnia finanziaria che chiede loro di imbrogliare le banche per ottenere prestiti >> (pratica molto diffusa nella Cina di oggi, per stessa ammissione di Wang Gang), che ha vinto il prestigioso premio del sito “Sina.com”, della Casa Editrice del Popolo e del settimanale Dangdai? O quello che si ritiene uno scrittore “libero” sempre probabile preda della censura e del boicottaggio, capace di scrivere storie delicate come quella dell’importante amicizia e stima tra un ragazzino (Liu Ai) e il suo insegnante d’inglese? Mi piacerebbe davvero saperlo. Ad ogni modo ENGLISH, che il suo autore sia o meno immorale, è un romanzo assolutamente da leggere!   ENGLISH (Wang Gang) Traduzione dal cinese di Maria Gottardo e Monica Morzenti Pagine 384 Edizioni Neri Pozza 2007

 
 
Recensione di Lena Merlina
 
ENGLISH, di Wang Gang
 
 
 
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