DUE LIBRI A CONFRONTO: Il manoscritto del diavolo – Il nome della rosa 

DUE LIBRI A CONFRONTO: Il manoscritto del diavolo – Il nome della rosa

 

“IL MANOSCRITTO DEL DIAVOLO” SULLA STRADA CHE CONDUCE AL “IL NOME DELLA ROSA”

(Di Angelo Pagani)

 

Una volta ribadito che, sul piano letterario, il verdetto è scontato, mi lascio tentare dall’idea di un confronto tra Il nome della rosa (Umberto Eco) e Il Manoscritto del Diavolo (Stefano Butti) che ne metta in luce consonanze e dissonanze. Idea che non ha alcuna pretesa di essere esauriente ma, spero, stimolante. Procederò per schemi dedicando l’ultima parte, più analitica, a Guglielmo e a Gregorio. Citando i titoli, mi limiterò alla prima parte (Il Nome…Il Testamento)

 

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CONSONANZE:

  • Romanzi storici (genere giallo storico)
  • Seguono il topos di un misterioso manoscritto
  • hanno al centro il mondo ecclesiastico
  • delineano uno scontro interno alla Chiesa (papato-dolciniani; intransigenti-spirituali)
  • evidenziano tensioni tra ordini religiosi (francescani-domenicani; francescani-domenicani-teatini)
  • le vicende si concentrano nel giro di pochi giorni
  • satanismo, anticristo, ruolo e destino del Cristianesimo
  • biblioteca tempio del sapere e recesso di crimini e misteri
  • Morti misteriose
  • Atmosfera di sospensione e incubo
  • Congegno che immette nel luogo proibito (Finis Africae nel Nome, Tempio degli adoratori di Satana nel Manoscritto)

 

 

DISSONANZE

  • Io narrante: Adso da Melk nel Nome della Rosa, l’autore stesso (onnisciente) nel Manoscritto del Diavolo
  • ambiente: statico nel Nome (tutto si svolge nell’abazia) dinamico nel Manoscritto (edifici, piazze, strade di Roma, zone periferiche, Pescara, Venezia)
  • Tempo della storia: una settimana tra fine novembre e inizio dicembre 1327 (Il nome); 5-23 maggio 1555 (Il Manoscritto)
  • Contrasto papato-impero presente solo nel Nome
  • Struttura: netta prevalenza delle sequenze narrativo-riflessive sulle dialogiche nel Nome; sostanziale equilibrio nella tipologia delle sequenze nel Manoscritto
  • Esuberanza di citazioni (specie latine) nel Nome, quasi assenti nel Manoscritto
  • Ampiezza dei romanzi: Il nome: pp. 484 (ed. Fabbri); Il Manoscritto: pp. 356 (ed. Bolis)
  • ironia: tratto tipico del Nome, in particolare nel personaggio di Guglielmo: sorniona e in punta di lama nei dialoghi, corrosiva e pungente nelle riflessioni; quasi assente nel Manoscritto (qualche traccia nell’amico di Venezia, Eugenio).

 

 

DALLA PARTE DEL LETTORE

  • IL NOME: Il romanzo richiama i grandi classici, è denso di riflessioni, descrizioni e citazioni ed esige una consuetudine con testi analoghi. Può risultare un poco ostico al lettore comune. Ciò non ha nulla a che vedere, ovviamente, col pregio artistico dell’opera.
  • IL MANOSCRITTO: il romanzo ha i tratti tipici del racconto vivace e coinvolgente: è scorrevole, imprevedibile, ricco di colpi di scena, mosso da meccanismi narrativi serrati e capaci di soddisfare sia i palati rustici sia quelli più raffinati.

SOFFERMIAMOCI ORA SUI DUE PROTAGONISTI

  • GUGLIELMO DA BASKERVILLE è la luce della ragione nel buio del fanatismo, dell’ignoranza, della superstizione. Illumina e fruga, stanando il vero da ogni anfratto in cui gli uomini, per viltà o disegno criminale, si arrabattano a occultare o dissimulare. Sfiora quasi la chiaroveggenza del narratore onnisciente, così perfetta e spiazzante da parer disumana se non fosse temperata da un’umanità profonda che ne leviga gli spigoli più acuti. È un’umanità divenuta essa stessa luce nel crogiolo di una meditazione che ha scomposto e ricomposto le esperienze, sottoponendole al vaglio della ragione e alimentandole nell’incessante dialogo con i testi, sobillato da una fame insaziabile di conoscenza. Da questo mirabile connubio scaturisce una forza serena e implacabile: fin dall’inizio, dall’episodio apparentemente innocuo del cavallo Brunello, noi la vediamo ergersi superba come chi sa di avere in mano un’arma segreta.
  • GREGORIO è fatto di tutt’altra pasta: in lui ragione e sentimenti non si conciliano in superiore armonia ma collidono, divaricano, si accavallano. Il suo è un percorso accidentato, insidiato dalla realtà che in ogni istante rischia di sfuggirgli di mano. E questa sua precarietà è un crinale scabroso dove basta un nulla per finire dalla parte sbagliata. Ma lo sostiene una volontà indomita e incapace di rassegnazione, lo illumina l’amore, che, dopo aver ceduto alla vertigine dei sensi, si fa, una volta redento, incessante generatore di vita. In ciò ricorda il rapimento che ha travolto Adso. L’intervento salvifico (altra consonanza) grazie al quale entrambi tacitano il senso di colpa innescato dal rapporto proibito è nelle parole di Guglielmo e di Belisario (che paiono uscire all’unisono): quel peccato è poca cosa rispetto ai crimini di cui gli uomini sono capaci. Identico è pure l’ammonimento dei due, quasi un’eco delle parole di Cristo all’adultera: “Va’ e non peccare più”.

 

 

Alla fine Guglielmo, guidato dalla ragione, legge lucidamente il piano diabolico delle forze del male e ne esce vincitore; Gregorio, che non ha quel talento, soccombe. E, tuttavia, entrambi gli autori dischiudono un varco nel plumbeo cielo del presente concedendo agli uomini il viatico di una possibile catarsi: Adso raccoglie il testimone di Guglielmo, Eugenio lo affida a un orizzonte più lontano ma gravido di luce. Alla fine, entrambi, pur con margini diversi di risolutezza, aprono all’ipotesi della fiducia nell’uomo.

Di  Angelo Pagani

 

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