CRONACHE DA BUENOS AIRES Alfonsina Storni

Cronache da Buenos Aires A. Storni

CRONACHE DA BUENOS AIRES, di Alfonsina Storni

Se vi trovaste nel paesino di Sala Capriasca, in Canton Ticino, trovereste una breve e semplice targa in marmo bianco che la ricorda, Alfonsina Storni, poetessa da noi pressoché sconosciuta, ma una vera icona letteraria in Argentina, illustre ed amata, chiamata affettuosamente solo Alfonsina.

 

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Ci ha pensato l’Ambasciata a rinfrescare la memoria parecchi anni fa e mi piace poterlo fare anche io, adesso. Non solo e non tanto perché scrisse centinaia di poesie, oltreché testi teatrali, articoli, saggi e testi vari in prosa, ma per ciò che rappresentò per le donne argentine, una ribelle, anarchica, madre nubile, carismatica, audace, determinata a dare voce a chi voce non aveva, femminista intelligente, pronta a suon di ironia sprezzante, a lottare per cambiare la posizione della donna, far sì che potesse finalmente partecipare al dibattito culturale.

 

 

L’ emancipazione ed autodeterminazione femminile, il suo obiettivo principale, “senza curarsi del gregge, da sola, come una lupa”. Questa figlia di emigranti italo-svizzeri, nel frattempo visse, lavorando come cucitrice da bambina e come insegnante e giornalista poi, crescendo da sola il figlio Alejandro, cui ricordò sempre le sue origini. In “Cronache da Buenos Aires”, che appartengono al genere- molto in voga nei primi decenni del Novecento- delle cronicas, una via di mezzo tra il letterario ed il giornalistico, Alfonsina ci conduce per le strade della metropoli, e scrivendo di getto, quasi buttando lì delle fotografie, dei flash brevi e guizzanti, fa rivivere atmosfere, tratteggia personaggi, osserva e registra, ma il mondo che descrive e spesso ridicolizza, è fatto quasi esclusivamente di donne. Sono loro ad interessarla.

 

 

Il perbenismo, il bigottismo, l’ipocrisia, le regole imposte, le tradizioni, la “normalità” , la banalità, la mancanza di personalità, le mode seguite ciecamente, sono dipinte con nonchalance sulle facce truccate e ben vestite, sui vestiti ben tagliati, sui discorsi calibrati che, da frenetica reporter, capta su e giù per tram affollati e metropolitane, ai tavolini di pasticcerie del centro o durante una sfilata nei negozi più eleganti.

Ma c’è altro in Alfonsina, un’attenzione al mondo del lavoro femminile, al suo sfruttamento, all’ambizione di emergere e conquistare spazi fino ad allora solo maschili, ad una rivincita, alla volontà di farsi valere e non farsi relegare in ruoli precostituiti. E così scrive articoli su articoli, con il suo nome o con uno pseudonimo maschile, e parla di telefoniste in sciopero, di ragazze acquarelliste sfruttate e malpagate, di dattilografe più brave a truccarsi che a digitare, di professoresse inorgoglite da targhe e diplomi, di sartine a domicilio che sognano l’ascesa sociale. Ridicolizza le impeccabili e le impersonali, le une quasi di cera nella loro perfezione estetica ed il suo importante mantenimento per strada , e le altre che appaiono non come sono, sacrificando il proprio modo di essere per suggestioni frivole esterne.

 

 

Sullo sfondo di queste macchiette femminili, l’eco di un’epoca da una parte colma di aspettative, di cambiamenti sociali, di novità, dall’altra segnata da strascichi e problematiche postbelliche, quali la crisi della famiglia e dei valori ad essa connessa con conseguente disgregazione e la tragicomica carenza di uomini a fronte di una cospicua maggioranza di donne vedove o nubili.

Alfonsina Storni sperimentò le sue teorie sulla sua pelle, non lanciò solo strali con la penna, dimostrando coraggio fino all’ultimo, quando, gravemente malata di cancro, decise di scegliere lei come andarsene. Scrisse una poesia “Vado a dormire”, andò a Mar de la Plata e si buttò nell’oceano. Le ultime sue parole? “Gracias. Ah, un encargo: si él llama nuevamente por teléfono le dices que no insista, que he salido..” (Grazie, ah una cortesia : se lui chiama di nuovo al telefono, digli che non insista, che sono uscita).

Recensione di Anna Caramagno

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