BORGO SUD Donatella Di Pietrantonio 

Feltrinelli KOBO Fomia maggio

BORGO SUD, di Donatella Di Pietrantonio

 

Borgo Sud Donatella Di Pietrantonio
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Recensione 1

Un fiume in piena. Acqua. Tanta. Vite che scorrono parallele per poi quasi far finta di non saperne niente l’una dell’altra. Ma il sapere non ha il sapore che gli vogliamo dare e non si scopre con il solo cervello. Ci vuole esperienza. Tanta. E cuore. Il nostro.

In esergo l’autrice cita una frase di “Mio marito” di Natalia Ginzburg: «quando io mi sposai avevo venticinque anni. Avevo lungamente desiderato di sposarmi e avevo spesso pensato, con un senso di avvilita malinconia, che non ne avevo molte probabilità.» Un accenno a una vita vissuta di riflesso. Come se vivere fosse solo in funzione degli altri. Dei genitori prima. Del marito poi. Espressione di un desiderio altrui. Dove volontà, progetto e identità sono vocaboli sconosciuti. “Borgo Sud” tratta proprio queste tematiche dal punto di vista delle due sorelle ormai cresciute che avevamo conosciuto in “L’arminuta”.

 

 

Un sequel, anche se l’autrice confessa di non amarli. Non è nel suo stile scrivere saghe o romanzi a puntate. Si era però evidenziata una necessità: cosa sarebbe successo a Adriana e a sua sorella in età adulta? Il rapporto forte che le univa era fragile, screziato nel suo nascere per via dell’impossibile, apparentemente inesistente amore materno. Impossibile perché le radici della famiglia si inerpicano in terre poco fertili, dove ogni seme affettivo sembra proiettarsi all’interno senza sondare la capacità di esplodere e protendersi verso l’altro, chiunque esso sia. Una così povera costellazione familiare costringe tutti a reinventarsi. I genitori facendo finta, i figli tentando il tutto per il tutto. Risultato? Si rimane tutti impigliati nel gioco dell’allontanamento da sé e dal prossimo. Meglio allora andarsene, lasciare il luogo dell’origine, cercare altro. Il diverso.

 

 

Al senso del diverso, è più facile arrivarci spiegandolo. Così la nostra ‘arminuta’, che continua a non avere un nome trasferisce alla protagonista di un romanzo, attributi, qualità, stati d’animo, che potrebbero appartenerle: «Ma qual è il suo potere? Forse la perdita che si porta dentro.» (p 19) Eh già, la perdita è un invisibile parassita che s’insinua fra la pagina letta, fra più corpi. Perché chi migra è un cuore ancora in cerca della propria terra, ma incapace di restare, di sentire i legami che esistono al di là di tutto con le proprie radici. Allora la scelta è andar via. Ricominciare da capo altrove, anestetizzare il dolore. È come se il cuore non ci fosse più. Perde la sua capacità di pulsare, di battere, di fremere. Non riconosce più chi o cosa ama.

“Borgo Sud” è la narrazione di un fallimento. Di scelte sbagliate. Di ritorni al giusto sentire. Allora i sentimenti si riafferrano, le persone appaiono per quello che sono e ognuno ama e è amato per quello che è. Si accetta la realtà, si fa la pace con il luogo dell’origine. Come Adriana, anche la sorella senza nome (la ritornante) torna lì: «il nome del bambino mi ha impressionato, quella notte. A ripetermelo dopo, era ogni volta più giusto. Vincenzo suona fresco e antico nelle stesse tre sillabe. Adriana ha legato la sua creatura a una storia di disgrazie e miracoli, morti e sopravvivenze: la storia disadorna della nostra famiglia. Questo Vincenzo mi sembra più forte delle avversità, scommetto anche adesso sul suo futuro.» (p 11)

 

 

Ruvido, scarno, senza il “sapere dei libri” e altri saperi, il nucleo familiare non ha saputo trattenere il flusso della vita, non ha trasmesso amore respingendo lontano quel poco che sembrava possibile. Le due sorelle, che dormivano “coccia e piedi” da piccole, si sono fatte spazio nella vita così, ognuna indagando lo spazio opposto dell’altra. L’arminuta legge Biamonti ai suoi studenti “le parole la notte” e viaggia in un mondo parallelo, quello della letteratura.  Adriana invece non sa cosa sono i libri, il suo sapere nasce nel mondo reale di chi deve sudarsi la propria sussistenza: «a fischi e gesti ha chiesto ai pescatori di lanciarle la cima, l’ha assicurata lei a una bitta. Come il più rude dei naviganti annodava la corda a strattoni, senza risparmiarsi la pelle, ecco da dove le venivano i calli e le screpolature sui palmi.» (p 77) E con questo bagaglio, riesce a comunicare amore a suo figlio, a crescerlo, nonostante la fatica, abbracciarlo.

“Borgo Sud” è il racconto di un secondo ritorno. Incanta per il suo proporre vite non risolte che si guardano e cercano vie di uscita. Alle volte si può prendere un abbaglio: «la montagna era una basilica accecante davanti agli occhi. In un passaggio esposto avevo guardato il vuoto sotto di noi, era una morte così facile da prendere, bastava lasciarsi con le mani. Incapace di proseguire, tremavo aggrappata alla parete.» (p 13) Ma la vita vince sempre. Anche con i suoi risvolti dolorosi, inevitabili, e gli anatemi: «Il buio della stanza 405 s’illumina ora di una verità improvvisa: mia madre l’aveva indovinato il futuro delle sue figlie femmine, lo presentiva dentro di sé in quel suo modo viscerale, fisico, come una colica, una turbolenza dell’intestino. Mia madre era nei presagi. Quando Adriana è venuta da me con il bambino al collo, quando mi ha detto dei debiti del suo uomo aveva proprio quella faccia maledetta.» (p 58)

 

 

Così quando torna, l’arminuta accetta Adriana per quello che è, «innamorata del sogno di Rafael, vivere in mare senza altri padroni che il vento.» (p 76) Accetta la madre con la sua apparente incapacità di trasmettere amore se non ai morti: «mia madre si è dedicata tutta a Vincenzo, giù al camposanto. Una specie di anestesia l’ha protetta da noi, i sopravvissuti. […] Quante volte sono stata gelosa di un morto. Il ricordo è una forma di recriminazione. È il perdono che non trovo.» (p 93)

Le due sorelle che hanno affrontato la vita in solitudine e grande fragilità, ora respingendosi ora cercandosi, amandosi e poi odiandosi, ma entrambe negando le proprie origini, ecco che ritrovano il sapore della vita proprio lì, nello spazio che era della madre. In quel grembo materno che non ha saputo comunicare affetto. In quelle braccia troppo usurate per il duro lavoro, che non avevano mai trovato il tempo né la forza la sera per abbracciare i figli.

 

 

Il ritorno narrato in “Borgo Sud” è ancor più difficile del ritorno in “L’arminuta”. Come la vita. Crescere significa districarsi nelle sue complessità fatte di zone d’ombra e luoghi luminosi. Dove per non perdersi forse è necessario conoscere da dove veniamo. Un sapere fondamentale. Un sapore da recuperare. In un Abbruzzo che Donatella Di Pietrantonio rende terra ‘nostra’. In un quotidiano contemporaneo amoroso che Donatella Di Pietrantonio fruga e descrive suggerendo al lettore il sapere del cuore.

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Recensione di IO LEGGO DI TUTTO, DAPPERTUTTO E SEMPRE. E TU? di Sylvia Zanotto  

 

 

Recensione 2

Una telefonata nella notte e l’Arminuta si precipita, dopo molti anni, partendo da Grenoble dove vive e lavora, al paese natio, Pescara, rione Borgo Sud. Una lunga notte nella quale la protagonista, di cui continuiamo ad ignorare il nome, ricorda la propria vita da ragazza e poi da donna sposata, intrecciata con quella della sorella Adriana.

Due vite e due caratteri quasi agli antipodi: metodica, precisa, senza slanci quella della protagonista, quanto più strampalata, carnale, disordinata la vita della sorella. Un affetto e un impegno che diventano pesanti, dei quali molto spesso pensa di liberarsi.

L’autrice non risparmia nulla, neppure le parti peggiori di quello che anche noi a volte pensiamo o sentiamo nei confronti dei nostri familiari. Il solco che divide le due donne arriva da molto lontano, prime esperienze di vita così diverse, che non possono non segnare il loro carattere da adulte.

Eppure, le stesse radici le tengono avvinte, le aggrovigliano in un rapporto di odio/amore, rancore, ricordi di un’adolescenza in comune, che si concretizza di un’alternanza di allontanamenti e riappacificazioni.

Non è facile seguire un racconto che punta quasi esclusivamente sull’analisi psicologica dei vari personaggi che calcano la scena, bisogna amare questa tipologia di romanzi. Personalmente mi regalano emozioni e riflessioni. Vi ho ritrovato tutta la scrittura della Di Pietrantonio, anche se devo confessarvi, dal punto di vista narrativo, che all’inizio ho fatto un po’ di fatica ad orientarmi nei vari passaggi temporali, citati in ordine sparso. Come pensieri che passano nella mente, in una notte insonne qualunque.

Recensione di Carla Maria Cappa

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