Booker Prize 2020 – STORIA DI SHUGGIE BAIN, di Douglas Stuart (Mondadori)

Scozia anni ’80 e ’90. Storia di una famiglia, di cui l’ultimo nato risulta protagonista solo a tratti: per gran parte del libro il ruolo è usurpato dalla madre. Quest’ultima vive tra orgoglio, degrado e alcolismo. Il figlio, che si è sempre sentito diverso, rifiutato e bullizzato dai coetanei, si prende cura di lei quando suo padre la abbandona, i nonni svelano segreti insospettabili, gli altri due figli, esasperati, se ne vanno. Sarà lui a dire la parola fine nel romanzo, per molti versi in modo ottimista e positivo.
L’autore scava meravigliosamente bene nelle relazioni psicologicamente distorte dall’alcool, dalla miseria, dell’egoismo, ma anche dell’ipocrisia religiosa, dalle convenzioni sociali, dalla presunzione, dai pregiudizi. Lo fa con delicatezza, senza inutili pudicizie e senza morbosità. Certo non è un libro leggero ed è un libro doloroso. Eppure, se il destino di alcuni è già segnato dall’inizio, altri troveranno modo di esprimere appieno la propria dignità.


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