ABBIAMO SEMPRE VISSUTO NEL CASTELLO Shirley Jackson

ABBIAMO SEMPRE VISSUTO NEL CASTELLO, di Shirley Jackson

Recensione 1

 

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In un tempo e in un luogo non ben identificato, una giovane ragazza, Mary Katherine Blackwood, sta tornando a casa dalla città, dopo aver fatto la spesa. Durante quella sua commissione si è sentita perennemente a disagio dai cittadini che la osservano, la scrutano, la dileggiano. Preferirebbe che nessuno la vedesse; le piacerebbe nascondersi all’ombra dei palazzi, attraversare la strada volando per arrivare quanto mai prima alla sua abitazione.

Chi ci fa conoscere queste prime impressioni è Mary Katherine stessa, dal suo punto di vista (e quanto mai discutibile) che descrive in modo spregevole e odioso alcuni abitanti della città.

Appena tornata a casa però la tensione si allenta; lì si sente protetta e amorevolmente seguita da sua sorella Constance. Insieme a loro vive lo zio Julian, in carrozzina, e il gatto Jonas.

In questo luogo tutto sembra proseguire in una sorta di idilliaca felicità domestica e quindi sembra che la banalità del racconto sia noiosa ai massimi livelli. In realtà in maniera quasi impercettibile, una parola alla volta, un gesto alla volta, una rivelazione alla volta la trama acquista i contorni dell’inenarrabile e proprio per questo degno di essere raccontato, sezionato, compreso.

In questa dimora immersa in una natura dall’aspetto bucolico, si nascondono invece l’assurdità di esistenze al limite, nei suoi rituali quasi magici (la preparazione maniacale dei pasti, l’orto così curato da essere quasi di un altro mondo, forse proveniente dalla luna, i gesti di cura assillanti, le pulizie di casa profonde, come per cancellare simbolicamente qualcosa di doloroso) e trasformano i toni da romanzo sarcastico in qualcosa di profondamente turbante, in cui il Male si dilata in maniera esponenziale perché si cala in una apparente normalità quotidiana.

La scrittrice mi ha trasmesso uno strisciante sentimento di malessere crescente, in un continuo vortice di suspanse, con i nervi tesi nell’attesa che accada qualcosa, in realtà poi non così dirompente. Ma proprio qui sta il genio di Shirley Jackson: scrivere di una verità agghiacciante raffreddandola, perché la pazzia si annida nella più banale esistenza.

Si mettono così in atto certi ingranaggi drammatici come qualcosa che doveva purtroppo accadere, perché era giusto così.

I personaggi che popolano la dimora sembrano fossilizzati nel ripetere perennemente gli stessi gesti e comportamenti, forse per non sentire troppo il peso del dolore, come dei dischi rotti che trasmettono suoni che rimbombano fra quelle stanze in cui l’aria si fa densa ma che trattiene qualcosa accaduto sei anni prima.

Questo romanzo ha reso incredibilmente importante il fattore tempo che, come una fisarmonica dilata o velocizza la vicenda torbida e che va di pari passo con le elucubrazioni che mette in atto il lettore (io) di fronte a certe rivelazioni; come dei puzzle che devono essere ricomposti.

Molto ad effetto anche la musicalità di certe parole, alcune frasi che come una nenia, un carillon antico, si ripetono con frequenza cadenzata , così che il ricordo del dramma non venga mai dimenticato; un’ossessione senza fine.

Ciò che però turba di più in assoluto è che il bianco e il nero qui non esiste; viene preferita invece la sfumatura, la penombra; il conoscere, la verità è nascosta nell’indefinito, in cui tutto appare distorto.

Lascio a voi scoprire cosa è mai accaduto in quella grande casa, nel silenzio della campagna, in quell’amore fraterno che nessuno mai, forse, potrà scalfire.

Buone letture a tutti!

Recensione di Elisabetta Baldini

 

 

Non è la prima volta che lei mi delude. O meglio, l’altro libro suo che ho letto, probabilmente peccava del fatto che fosse stato scritto in un’altra epoca con altri canoni cui noi non siamo più abituati.

Questo, invece, i canoni li rispetta tutti.

E’ scritto molto bene, scorrevole, esilarante quando lei decide che dobbiamo sorridere, ed estremamente serio ed amaro, quando secondo lei, è ora di tornare rigidi all’epoca di cui si racconta.

I personaggi sono molto ben caratterizzati: primo fra tutti Zio Julian, che mi ha conquistata fin dalla prima apparizione e a cui mi sono irrimediabilmente affezionata .

La vicenda si intuisce molto bene e anche il “colpevole” è ben evidente da subito.

E quindi, perché scrivere un libro per narrare questa vicenda? E’ uno spaccato di vita? Non sembra, perché lo stile usato, con i cambi di ritmo ben congegnati ci suggeriscono che l’autrice ci vuole coinvolgere in qualcosa.

Ci vuole, perciò, il colpo di scena che ci lega fino alla fine.

E qui il libro cade, perché la grande scena corale che cambia completamente il racconto, è appiccicata in maniera, a mio avviso, troppo forzata.

L’autrice tenta poi di riportare il tutto sotto una luce simil realistica, ma resta il fatto che una scena alla “Suskind”, qui è fuori luogo, perché nel suo celebre “Il profumo” tutto il libro è impregnato di stranezze, mentre qui nulla giustifica il “terremoto” (non letterale, ovviamente), che accade ad un certo punto.

Perciò, se quello che doveva legarmi, mi ha in realtà allontanata, il libro è irrimediabilmente bocciato!

Ovviamente sono curiosa di sapere, da chi lo ha letto, se ha avuto la mia stessa sensazione o meno.

Recensione di Rita Annecchino

ABBIAMO SEMPRE VISSUTO NEL CASTELLO Shirley Jackson

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