Abbiamo intervistato Filippo Venturi parlando del suo ultimo romanzo I conti senza l’oste

Abbiamo intervistato Filippo Venturi parlando del suo ultimo romanzo I conti senza l’oste

 

Filippo Venturi

 

Intervista n. 323

 

1 Buongiorno e grazie per aver accettato questa intervista. È uscito da poco il suo quinto romanzo con protagonista Elio Zucchini, le va di presentarcelo?

Buongiorno a te e grazie per lo spazio e l’interesse. “I conti senza l’oste“, uscito a luglio ’26 per la collana del Giallo Mondadori, è il quinto caso di Emilio Zucchini, la cui quotidianità viene stavolta messa in discussione dall’uccisone del suo caro amico e collega Delfo Biagetti, trovato morto sul pavimento della sua trattoria in una fredda notte di gennaio. Come se non bastasse, Emilio si ritrova per le mani una patata ancor più bollente, costretto a partecipare al reality show più famoso della televisione italiana, iscritto a tradimento dalla sua fidata cameriera Alice. Ancora una volta, in un modo o nell’altro, riuscirà a cavarci i piedi e ad aiutare gli inquirenti a risolvere il caso. 

 

2 Come è nata l’idea di un protagonista oste per professione e detective per caso?

L’idea dell’oste detective nasce in un certo senso da sola, sebbene con un processo temporale abbastanza lungo e faticoso. Inizialmente infatti, avevo deciso di starmene alla larga da quella che è la mia professione. Ah, non l’ho detto: io nella vita sono per davvero un ristoratore. Non volevo che la gente pensasse che mi facessi pubblicità ai locali con la scrittura. Manco fossi stato John Grisham. Era un’emerita cavolata. Perché c’è una cosa che sottovalutavo. Per essere un romanziere, devi avere delle storie da raccontare. Devi essere credibile. Oggi Emilio Zucchini è un po’ il mio alter ego: le sue storie sono storie che conosco, tra realtà e fantasia, comunque nel mio mondo. Le ho dentro.   

 

 

3 Qual è il contesto entro cui si muove questo personaggio? E quali sono le figure a lui più vicine o che gli sono di aiuto?

Zucchini si muove a Bologna, che non è una città qualsiasi. Bologna non è un luogo. Bologna è un personaggio. Che prende vita insieme agli altri, che recita una parte principale. Io a Bologna devo tutto. E probabilmente il fatto di cimentarmi nelle due discipline in cui da sempre lei eccelle, arte e cucina, è forse un modo per provare a renderle qualcosa.  

 

4 È curioso come spesso giallo e cucina intreccino le proprie strade, quali sono a suo dire gli elementi che li accomunano o che in qualche modo li rendono complementari?

La cucina è un ponte comunicativo con il lettore. Tutti, chi più chi meno, sanno qualcosa di cucina, strimpellano tra i fornelli o, quantomeno, banalmente, mangiano. Siamo Italiani, dopotutto: è il nostro must, un vanto, una cultura, lo stare a tavola. Non solo: il cibo, nella narrativa poliziesca, ha un enorme peso specifico nella sua lunga storia. Umanizza i caratteri dei personaggi, palesa le qualità dei nostri amati investigatori, gli usi, i costumi, i gusti; definisce le ambientazioni; contraddistingue le classi sociali; ci fa conoscere tempi e luoghi. Insomma, è una mano tesa tra chi scrive e chi legge, un legame fortissimo.  

 

5 Una cosa che caratterizza la sua prosa, oltre al grande talento narrativo, è l’ironia, quanto e improtante nell’economia di una storia e qual è il suo compito e il suo potere?

L’ironia è difficilissima. È un’arte sottile. L’obiettivo dell’ironia è quello di strappare un sorriso, possibilmente senza deridere nessuno. A volte ci provi e non ci riesci e allora diventa un problema. Per fare ridere occorre averne le attitudini, con una penna in mano, così come con una battuta tra la gente. Sappiamo tutti quanto sia breve il passo tra un sorriso e un’arrabbiatura. Per questo, quando scrivo e riesco a ridere, il mio obiettivo è raggiunto. Io ho bisogno di ridere. In più, se rido io, più facile che magari ridano anche gli altri. E la stessa cosa vale per il pianto. Piangere e ridere sono i due motivi. È così, è la vita, vale la pena emozionarsi.  

 

6 Un altro autore bolognese che come lei ricorre all’ironia è Gianluca Morozzi. Viene naturale chiedere cosa ci sia di Bologna a spingere i suoi autori ad adoperare un certo stile narrativo tanto efficace nel trasmettere determinati messaggi.

Il Moroz è un amico, è un grande. Grande scrittore e grande Bolognese. Noi Bolognesi sappiamo stare al mondo, questa è la verità. Da sempre. Sappiamo stare al nostro posto, perché è un bel posto. Non ci allarghiamo mai, e questo è un segnale di rispetto per tutti, che ci permette di provare a essere divertenti, a occhi e orecchie più tolleranti. Possiamo osare, provare la giocata. A noi Bolognesi viene facile ridere alla vita, perchè abbiamo avuto dei maestri che ce lo hanno insegnato, al bar, per strada. Noi abbiamo avuto Stefano Benni, eterno maestro, genio, che ci ha insegnato a sorridere dei nostri difetti, senza mai diventare volgare o offensivo. Noi abbiamo avuto Lucio Dalla, che ci ha insegnato a non prenderti mai troppo sul serio, anche quando sei baciato dall’arte massima, perché se nella vita non sdrammatizzi, poi finisce che ti schiaccia. Oggi questa sensibilità si è persa. Solo urla, solo apparenza, solo paura. È un periodo molto buio. E noi, in questo contesto, dobbiamo riuscire a rimanere Bolognesi, nella nostra oasi felice. Ma è dura.  

 

7 Proprio a Bologna è dedicata la sua raccolta di racconti del 2010 “Intanto Dustin Hoffmann non fa più un film” titolo che richiama il debutto discografico di Luca Carboni. Che ricordo ha di quel lavoro?

È stato il mio approccio con la scrittura. Il primo racconto che ho scritto si chiama “Un giorno qualsiasi di inizio agosto”, è contenuto in quella raccolta, parla della strage alla stazione di Bologna. Non credo sia stato un caso, che io sia partito da lì. Allora non sapevo che la scrittura fosse così importante per me. Era solo la solita sfida con me stesso, come ne avevo già fatte tante. E invece mi ha fregato.  

 

8 Proprio Luca Carboni ha disegnato la copertina del suo primo romanzo “Forse in paradiso incontro John Belushi”. Come è nata questa collaborazione?

A proposito di Bolognesi enormi, da cui imparare qualcosa ogni giorno: Luca Carboni, una persona straordinaria, unica. Ho appena finito di leggere la sua biografia, “Luca non parlava mai”. Gli ho scritto, ero entusiasta: un libro garbato, profondo, umano, com’è lui, del resto. Oserei dire Novecentesco, con tutti i pregi che questa parola si porta dietro. A quei tempi, parliamo del 2010, avevo appunto scritto questi racconti sulla mia adolescenza negli anni Ottanta a Bologna, li avevo pubblicati con Pendragon e intitolati così, in onore del suo album d’esordio, “Intanto Dustin Hoffman non sbaglia un film”, proprio perché un racconto era dedicato a lui. Volevo incontrarlo. Dovevo. Volevo parlargliene. Di più. Volevo chiedergli se, chissà, avesse mai avuto la voglia di presentarmelo. Trovai il contatto del suo batterista, nonché manager, Antonello Giorgi (con il quale oggi mi vanto di avere una splendida amicizia), il quale, incredibilmente, me lo fece incontrare senza sforzi. Mi viene la pelle d’oca ancora adesso se solo ci penso. Ci trovammo alla osteria La Tigre (ero ancora socio) e, pronti via, senza nemmeno approfondire troppo la cosa, semplicemente sulle ali del mio entusiasmo, mi disse che sì, certo me che mi avrebbe aiutato, e che sì, certo che sarebbe venuto, ma non per presentare, bensì per cantare. Proprio così. Per cantare. Quella serata alla Feltrinelli sotto le due Torri è ancora uno dei ricordi più belli della mia vita. Tanta gente. Un sacco di amici. La mia famiglia. Luca cantò. E Lucio Dalla in prima fila, invitato da mio papà, prese il microfono per dire che un mio racconto su via San Felice gli aveva ricordato la sua mamma. Avete capito bene. Fu incredibile. Da lì, il passo successivo: la richiesta del disegno in copertina. E il nuovo sì. L’originale di quel disegno è ovviamente in cornice nel mio studio in bella vista. 

 

9 Se guarda indietro alla sua carriera letteraria c’è qualche pubblicazione che a suo dire avrebbe meritato maggiore attenzione? E c’è un ambito narrativo diverso che le piacerebbe esplorare?

Non ho rancori. Sono stato fortunato. Sono arrivato oltre ogni aspettativa. Ho avuto i miei spazi, se pensiamo a un mondo, quello editoriale, con la sua profonda crisi. Per il futuro, chissà. Mi piacerebbe scrivere qualcosa per il teatro, tu pensa.  

 

10 Viviamo in un epoca dominata da confronto tramite Social, qual è il suo rapporto con questa realtà?

Il mio rapporto coi social è freddissimo, soprattutto di recente. Vedo che ci sono sempre più di questi contenitori grandi e vuoti, invece a me piacciono quelli piccoli e pieni.  

 

11 Un’ultima domanda/curiosità, ringraziandola per la sua disponibilità Mi hanno colpito molto alcuni dei suoi titoli, in particolare “Gli spaghetti alla bolognese non esistono”, c’è forse una frecciata alla malsana abitudine di mettere questa dicitura nei menù internazionali?

Gli spaghetti alla bolognese non esistono. Sono un’invenzione internazionale, un complotto, forse c’entrano i Servizi Segreti, forse la Cia. Questa estate ero a Lefkada e su un menù c’era scritto: Spaghetti alla Olognese. Senza nemmeno la B. O maiuscola. Bisognerà capirci di più. E che tipo di risvolti potrà avere nei rapporti tra Stato e Stato. Un’altra uscita da Schengen? Grazie a te e a voi.   

 

Intervista di Enrico Spinelli

 

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