TRENTACINQUE SECONDI ANCORA, di Lorenzo Iervolino (66thand2nd)

Seconda Recensione
Avevo già postato una recensione di questo romanzo, però l’attualità del tema mi ha fatto desiderare di ritornarci. Non per appoggiarmi ai Giochi come pretesto, ma perché in questi giorni tornano parole come pace e armonia, e qui acquistano subito un peso meno accomodante.
Al centro ci sono Tommie Smith e John Carlos, e il loro gesto sul podio dei 200 metri a Città del Messico 1968. Non è un gesto “contro lo sport”, è un gesto dentro lo sport, nel luogo più visibile, per dire che quel mondo pulito delle medaglie non cancella ciò che accade fuori dallo stadio. Il pugno alzato durante l’inno, la testa chinata, i segni scelti con cura, mettono in scena una protesta contro razzismo e disuguaglianze, e insieme una richiesta di riconoscimento: non essere celebrati come corpi veloci e poi rimandati al loro posto quando la festa finisce.
Il titolo, a rileggerlo bene, è già una dichiarazione di sguardo. I trentacinque secondi non misurano la prestazione atletica: misurano l’avvicinamento al podio. Un tempo breve, concreto, quasi fisico, in cui si condensano allenamento, disciplina, ambizione, e insieme tutto ciò che sta fuori dallo stadio e dentro la storia: segregazione, gerarchie, violenza, aspettative. Poi il pugno resta alzato per il tempo dell’inno, circa due minuti: un’altra misura ancora, più lunga e più esposta, perché lì il gesto diventa pubblico e irrevocabile.
Accanto a loro c’è Peter Norman, argento australiano: non una comparsa, e nemmeno un semplice testimone. È la presenza che complica la scena, perché mostra che la neutralità non è automatica: si sceglie anche restando fermi. Norman decide un segno di adesione e si assume le conseguenze che gli toccano; la sua traiettoria dice qualcosa anche su come i sistemi sportivi trattano chi incrina l’immagine “pulita” dell’evento. Diventa, nel romanzo, un contrappeso essenziale: allarga la vicenda oltre il binomio America/protesta e la porta nel terreno più concreto della responsabilità individuale.
La scrittura resta sorvegliata. Si sente la ricerca, la ricostruzione, la volontà di tenere insieme fatti e contesto senza trasformare la vicenda in monumento. E quando si avvicina alle persone, lo fa senza enfasi: preferisce dettagli concreti, tagli netti, omissioni che ci obbligano a restare presenti, a collegare, a riconoscere il peso del non detto. Smith e Carlos escono dalla fotografia come uomini dentro un sistema sportivo e mediatico che pretende prestazione e insieme pretende silenzio; Norman, accanto, rende visibile che anche l’apparente neutralità è una scelta.
In un periodo in cui le cerimonie olimpiche parlano di pace e armonia come orizzonte comune, questo romanzo porta quelle parole a terra: nel punto in cui diventano decisione e costo. L’armonia qui somiglia a una convivenza difficile con il conflitto, la pace somiglia a un atto che espone. Tornarci adesso, per me, ha significato leggere con più attenzione questa misura: il modo in cui Iervolino non alza la voce e non addolcisce le conseguenze. E resta lì un dato semplice, che non chiede frasi ad effetto: quel gesto non ha cambiato una sola vita, ha cambiato il modo in cui guardiamo un podio, e ciò che pretendiamo quando diciamo pace e armonia.
Recensione di Karin Zaghi
Prima Recensione
Il romanzo narra uno dei momenti più emblematici della storia olimpica: la protesta di Tommie Smith e John Carlos durante le Olimpiadi di Città del Messico nel 1968. Dopo aver conquistato rispettivamente l’oro e il bronzo nei 200 metri, i due atleti alzarono il pugno chiuso sul podio, un atto simbolico che rappresentava la lotta contro il razzismo e le ingiustizie sociali.
L’opera va oltre il gesto iconico, esplorando la psicologia e le motivazioni che hanno spinto Smith e Carlos a compiere una scelta che avrebbe avuto enormi ripercussioni sulla loro carriera e vita privata. Iervolino si sofferma sul conflitto interiore dei due atleti: da un lato il desiderio di gloria e successo, dall’altro il senso di responsabilità sociale che li spinge a sacrificare tutto per una causa più grande.
L’autore non si limita a raccontare la cronaca di quel celebre momento, ma si immerge nei dettagli umani ed emotivi che hanno accompagnato la preparazione di quel gesto. I due protagonisti non sono solo simboli di una protesta, ma uomini che devono fare i conti con le proprie paure, ambizioni e speranze. La gloria olimpica, per loro, è messa in discussione dalla consapevolezza che ogni vittoria potrebbe essere insignificante rispetto alla lotta per l’uguaglianza.
Lo stile è incisivo e coinvolgente. La scrittura riesce a rendere la tensione crescente che ha preceduto il gesto, così come il senso di solitudine e sacrificio che ha seguito la protesta. Le descrizioni della competizione sportiva e delle reazioni pubbliche sono vivide e precise, ma sono le riflessioni interiori dei protagonisti a rendere il romanzo particolarmente potente.
Iervolino bilancia il racconto storico con una forte componente emotiva, facendo emergere la dimensione umana dei protagonisti, che sono costretti a fare un sacrificio non solo sul piano personale, ma anche pubblico. Esplora la lotta tra la carriera sportiva e il dovere morale, un conflitto che molti atleti oggi continuano a vivere quando si trovano di fronte a scelte che riguardano il loro impegno sociale e politico.
Trentacinque secondi ancora è un tributo alla forza morale e al sacrificio di Smith e Carlos, due atleti che, con un semplice ma potente gesto, sono riusciti a scuotere il mondo delle Olimpiadi e a lanciare un messaggio universale contro l’oppressione razziale. Iervolino costruisce una narrazione che non solo racconta un fatto storico, ma invita a riflettere su cosa significa fare la cosa giusta a costo di enormi sacrifici. Un romanzo che, al di là dello sport, esplora temi universali come la giustizia, l’uguaglianza e la lotta per la libertà
Recensione di Karin Zaghi


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