DIVORZIO A BUDA, di Sándor Márai (Adelphi)

Un romanzo che scava nei meandri complessi dell’animo umano, si offre come una riflessione profonda sull’amore, sul tradimento e sul senso della separazione. La sua scrittura, intrisa di una densità emotiva che sfiora la tragedia, non esita a mettere in scena la solitudine che pervade le vite dei suoi protagonisti, anche quando, apparentemente, sembrano essere circondati dall’altro.
Il racconto si svolge in una Budapest degli anni ’30, e la città stessa diventa un personaggio che si fonde con il paesaggio interiore dei protagonisti. La trama ruota attorno al divorzio di una coppia benestante, ma quello che più cattura è la narrazione delle emozioni che si riversano nei dettagli quotidiani, nei gesti, nelle parole non dette.
Il protagonista, che si trova a fronteggiare l’impossibile decisione di separarsi dalla moglie, sembra intrappolato in una condizione di indifferenza affettiva, come se il divorzio fosse solo un meccanismo da attuare per sfuggire da un vuoto che non sa come colmare. La prosa, a tratti gelida e disillusa, spezza l’apparente serenità della sua vita borghese, rivelando un’esistenza segnata da un’incomunicabilità che non ha mai smesso di crescere tra lui e la donna che ha amato.
La bellezza di Divorzio a Buda non risiede solo nella sua capacità di descrivere la fine di un amore, ma anche nella sua riflessione sull’epoca che cambia, sull’ineluttabilità del tempo che distrugge ciò che sembrava eterno. La fine di un matrimonio diventa, in qualche modo, una parabola più ampia sul declino delle certezze, sulla fragilità dell’anima umana, sempre in bilico tra la speranza e la disillusione.
La scrittura di Márai è elegante, quasi scolpita con precisione, eppure ha una durezza che rende tangibile l’impasse emotiva dei suoi personaggi. Non c’è spazio per il sentimento esplicito o per il pathos evidente, ma ogni parola sembra un frammento di un paesaggio interiore, dove ogni silenzio è più significativo delle parole stesse.
In Divorzio a Buda, il divorzio non è solo un atto legale; è una condizione mentale, un vero e proprio dramma esistenziale che parla di solitudine, di illusioni perdute e di una ricerca incessante di un significato che sfugge. È un romanzo che, nella sua malinconica bellezza, ci invita a riflettere su ciò che perdiamo, e soprattutto su ciò che non siamo mai riusciti a trovare
Recensione di karin Zaghi


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