Premio Goncourt 2024: URÌ, di Kamel Daoud (La nave di Teseo – giugno 2025)

“La vita è fatta di sassi grezzi: duri, pesanti, spesso crudeli. Se non impariamo a colorarli, restano macigni che non si digeriscono mai. E a volte colorarli è quasi impossibile, perché la crudeltà umana non concede sfumature: solo spigoli che feriscono e uccidono.”
Ho letto “Urì” perché una persona speciale ha scelto di prestarmelo, certa che fosse un libro che non si può eludere. Aveva ragione.
“Urì” non racconta la guerra civile algerina come un capitolo da sistemare in una cronologia, ma come una frattura che attraversa la vita della protagonista, una donna che non viene trasformata in simbolo né ridotta a vittima esemplare. La sua esperienza è restituita nella sua nudità: un corpo violato, una voce espulsa dalla narrazione ufficiale, una soggettività che la violenza ha tentato di cancellare.
Il romanzo si concentra su questa cancellazione, sulla rimozione sistematica delle vittime, sulla protezione degli assassini, sul silenzio che ha coperto responsabilità e dolore. La memoria della protagonista non è un archivio ordinato, ma un sistema instabile che riattiva la ferita ogni volta che tenta di ricostruire un senso. In questo movimento nasce la domanda che non trova risposta: perché? Perché la sofferenza è stata inflitta e poi rimossa? Perché chi ha esercitato la violenza è stato protetto? Perché la storia ha accettato questa eliminazione?
La voce che la protagonista rivolge alla figlia che porta in grembo non è un espediente emotivo, ma una scelta precisa: trasmettere un’eredità che non coincide con la tradizione, con la fede cieca, con le narrazioni che giustificano l’obbedienza. Trasmettere lucidità, capacità critica, rifiuto delle giustificazioni che normalizzano la violenza. Daoud mostra come le narrazioni religiose possano essere piegate al dominio: il mito del sacrificio, interpretato da chi detiene il potere, diventa un meccanismo per rendere accettabile ciò che non dovrebbe esserlo. La sua scrittura è diretta, priva di attenuazioni, e rinuncia a qualsiasi forma di abbellimento: non cerca di rendere la violenza più sopportabile, ma la espone nella sua realtà, perché solo così può essere compresa.
E mentre si legge, è impossibile non provare sgomento: com’è possibile che esistano realtà così? Com’è possibile che esistano verità tanto crudeli da essere giustificate in nome di un dio capriccioso, sanguinario, usato come scudo per compiere atrocità? È orribile in tutti i sensi. Sgozzare, torturare, annientare un essere umano invocando una divinità fa paura, perché mostra quanto l’idea di “sacro” possa essere deformata fino a diventare un alibi. E ciò che sconvolge non è solo ciò che accade nel romanzo, ma il meccanismo che rivela: quello per cui alcuni individui si arrogano il diritto di comandare sulla pelle degli innocenti, di decidere chi merita di vivere e chi può essere sacrificato, di trasformare la crudeltà in un atto legittimo. Il mondo, oggi, non è diverso: un’accozzaglia di individui che comandano sulla pelle degli innocenti, che manipolano narrazioni, che trasformano il dolore altrui in un dettaglio marginale.
“Urì” è un libro che non consola, non attenua, non protegge. Restituisce voce a chi è stata privata della voce e mostra come la verità rimossa continui a produrre effetti. La domanda che pone è semplice e decisiva: che cosa erediteranno le figlie, se continuiamo a tollerare narrazioni che distruggono le madri?
Consiglio di leggere “Urì” non perché sia un bel romanzo, ma perché è un romanzo vero. E la verità, quando è stata rimossa troppo a lungo, va affrontata.
Non c’è altro da dire.
Recensione di Patrizia Zara


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