I CONVITATI DI PIETRA di Michele Mari mi è piaciuto in modo disturbante e ambivalente, per cui, per me, vale

I CONVITATI DI PIETRA di Michele Mari mi è piaciuto in modo disturbante e ambivalente, per cui, per me, vale

 

 

Comincio con due confessioni, tanto per restare in tema con I convitati di pietra di Mari. Sono stata una berchettiana anch’io, questo è stato uno dei motivi per cui ho comprato  il libro.

Seconda confessione: prima di questo libro non sapevo neanche chi fosse Mari,  l’ho acquistato perché con I convitati ha vinto il Premio Strega 2026 e quindi appunto l’ho acquistato con quella curiosità un po’ sadica di poter, a lettura finita, sostenere dentro di me che il Premio Strega è una roba da raccomandati.

E invece mi è piaciuto in modo disturbante e ambivalente, per cui, per me, vale.

Il titolo, tanto per cominciare, è già una piccola trappola letteraria: richiama il Commendatore di Mozart, il morto che torna a cena, la morte che pretende di sedersi al tavolo dei vivi. Ma Mari mi sembra il tipo che non fa mai la cosa semplice quando può farne una più contorta. I suoi convitati non diventano pietra quando muoiono, uno dopo l’altro. Sono già pietrificati prima, inchiodati per sempre a un’adolescenza liceale che rifiutano di far scadere. La III A del Berchet si ritrova anno dopo anno, incapace di accettare lo scorrere del tempo se non tradotto nell’unica lingua che tutti loro, all’inizio e per molto , sembrano ancora capire, ovvero un monte premi che cresce e promette a chi resta una vecchiaia dorata che soddisfi i loro bisogni giovanili.

Ed è qui che il romanzo, guarda caso, diventa più interessante della sua stessa trama. Quella scommessa sulla sopravvivenza trasforma la cena di classe in una specie di roulette darwiniana dove si accumulano morti, denaro, rancori, superstizioni, rivalità, ossessioni. Mari all’inizio osserva questi esseri umani con la crudeltà fredda di un entomologo, li infilza uno per uno sullo spillo della propria mania preferita, e li guarda dibattersi.

E la scrittura, nelle prime pagine, è disturbante nel modo giusto, colta, manierista, felicemente anacronistica, capace di passare dal lessico alto al dettaglio miserabile, dalla citazione erudita alla battuta da commedia all’italiana senza cambiare passo. Mari si diverte a dimostrare quante cose possano stare dentro una frase, ed è una prosa che non sopporta il vuoto: lo riempie di nomi, film, date, vie di Milano, fumetti, ricordi, ossessioni, calembour, associazioni. Persino quando rischia l’eccesso, l’eccesso è precisamente il suo stile. Da milanese, aggiungo che riconoscere le vie citate è un piacere in più.

Tuttavia Mari inganna fino a un certo punto, facendo credere al lettore di fidarsi  più della propria biblioteca mentale rispetto ai  personaggi, nei quali ad ognuno fa custodire un’ ossessione come un animale domestico da portare a spasso e da nutrire.I personaggi sembrano non evolvere. Perseverano. Non vivono tanto quanto ripetono sé stessi, finché sono giovani e adulti.

Poi invecchiano. E qui si fa molto più interessante.

Se ci si concede un’operazione quasi psicoanalitica, rigorosamente abusiva nei confronti dell’autore (e io, per deformazione professionale, certe operazioni non riesco proprio a evitarle), si può immaginare in Mari una personalità letteraria dominata da una difficoltà straordinaria a lasciar morire le cose. Non necessariamente nostalgia, quanto mi pare più archiviazione. Il passato viene conservato, nominato, classificato, citato. La memoria diventa una forma di possesso, ed è un meccanismo di difesa più comune di quanto si creda. Se ho e conservo e accumulo, controllo anche la perdita.

La riffa, allora, da clessidra monetaria perde il proprio valore originario e lascia il posto, per chi sopravvive, a una vecchiaia in cui si apprezza una coesione non più competitiva o predatoria, perché tutto è già stato fatto, detto, voluto, e va solo ricordato.

Da questo punto di vista, la fissazione di uno dei personaggi per Gene Hackman non è affatto un semplice vezzo cinefilo. Hackman diventa un talismano contro la dispersione del tempo, un padre, un volto, una filmografia, qualcosa da conservare intatto mentre tutto il resto si rimpicciolisce. Un talismano da condividere con gli altri al posto della riffa.

E la morte reale dell’attore, arrivata proprio mentre il romanzo veniva scritto, finisce dentro il libro stesso, in una di quelle vertiginose sovrapposizioni fra realtà, letteratura e ossessione che, diciamocelo, sono la vita che si intrufola nell’arte e l’arte che romanza la vita.

Ma è proprio qui che il libro conquista. Mari sembra avere una fiducia quasi illimitata nella propria intelligenza letteraria: sa che il lettore riconoscerà il riferimento, apprezzerà il dettaglio, seguirà il gioco fino in fondo. Eppure sotto questa esibizione di controllo emerge qualcosa di sorprendentemente tenero. Tutta quella ferocia, tutta quella cultura sfoggiata, tutte quelle morti accumulate sembrano nascondere una paura molto semplice, comprensibile a chiunque e che trasforma in meglio pochi, ovvero la consapevolezza che le persone, una volta perdute, non tornano più.

Così I convitati di pietra si legge come un romanzo sulla morte, certo, ma forse anche sulla vecchiaia che redime una vita pietrificata. Mari nomina i suoi trenta convitati, li dettaglia, li fa parlare, li fa morire e persino da morti continua a farli circolare, come fantasmi che non lasciano la terra.

Mari non impedisce alla morte di arrivare, ma le impedisce di avere l’ultima parola.

 E allora Gene Hackman, alla fine, non è più soltanto Gene Hackman. È l’attore che resta sullo schermo quando il film è già finito, il volto che continua a esistere nella memoria di chi lo ha guardato. Diceva lui stesso, con quella sua ruvida, irriducibile normalità: Non mi interessa essere una star. Mi interessa essere un attore.

Ed è esattamente questo, credo, che Mari chiede anche alla letteratura. Non l’eternità, ma di riuscire, almeno per qualche pagina, a non morire.

 

Recensione di Olivia Ninotti

 

Due Libri a Confronto: I CONVITATI DI PIETRA Michele Mari – LO SBILICO ALCIDE Pierantozzi

Due Libri a Confronto: I CONVITATI DI PIETRA Michele Mari – LO SBILICO ALCIDE Pierantozzi

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