MALAVITA Giankarim De Caro

Feltrinelli KOBO Fomia maggio

MALAVITA, di Giankarim De Caro (Navarra Editore)

 

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Quando ero piccola mio nonno mi raccontava tante storie. Mio padre mi raccontava altrettante storie. Mia nonna e mia madre ancora storie. Storie di vita, testimonianze di esistenze in una terra, Palermo, baciata da tante civiltà, infangata dalla miseria, prosciugata dalla illustre balorda nobiltà, torturata dalla guerra. Nel libro di Giankarim De Caro mi sembra di risentire le voci dei miei cari che raccontavano, ognuno a suo modo, le condizioni di chi la sorte lo aveva privato del suo destino, fato già segnato dall’ipocrisia dei potenti, dalla forza del denaro, dal volere di un oscuro divino.

 

 

In “Malavita” le protagoniste sono quattro donne palermitane, la madre Lucia e le figlie Provvidenza, Pipina e Grazia, che si aggirano abitanti fra baracche fatiscenti e serve fra nobili palazzi in un ventaglio che abbraccia 20 anni -dal primo novecento alla seconda guerra mondiale –  sfruttate e vessate dall’universo maschile: ominicchi o quaquaraqua ignoranti e nullafacenti, o da nobili racchiusi nel loro limbo dorato e, ancora e purtroppo, da ministri di culto divino unidirezionale. Non si salva, apparentemente, nessuno.
Donne sole costrette a vendere l’unica cosa che possiedono, il loro corpo, per continuare a sopravvivere. Prostitute dimenticate da Dio, dalla società, dalla giustizia.

Mi raccontava mio nonno, con un certo comprensibile pudore, di queste donne dedite al meretricio abusivo per sfamare se stesse e loro creature eredi del  peccato, figli del piacere; mi diceva della guerra atroce e insensata che non ha fatto altro che peggiorare le condizioni dei più disgraziati “la guerra la subiscono i miserabili” concludeva sempre ; mi raccontava mia nonna, con una certa amarezza, l’impotenza verso quegli uomini che si atteggiavano a padroni di vite altrui;  mi raccontava mio padre, con amara nostalgia, la disperazione della fame; mi raccontava mia madre le dolorose privazioni dell’universo femminile soprattutto quello rilegato nei borghi malfamati, insalubri e miseri che non davano, e non danno ancora oggi, spazio alla solidarietà femminile.

 

 

“Fimmini” vittime e carnefici di se stesse, ” màschuli” forti verso i più fragili e indifesi, classiche lotte tra poveri, guerre sotterranee che ingrassavano i ventri e coloravano le gote di chi non si voleva sporcare le mani. (È cambiato qualcosa?)
“Malavita” è un racconto corale, crudo ridotto all’essenziale, vero, scabroso, che non fa sconti, né promozioni.
Eppure la scrittura si presenta elegantemente pulita anche nel descrivere scene dall’atmosfera di greve realismo, immagini vivide sulle atrocità della guerra, sugli aspetti più intimi e dolorosi delle protagoniste poiché non usa forzature narrative, né fronzoli scurrili e volgari, né il ricamo di una facile drammaticità.

De Caro utilizza uno stile narrativo che tenta di escludere il coinvolgimento del narratore in favore dell’imparzialità del giudizio, lasciando ai/le lettori/trici la formulazione di eventuali sentenze.
Tuttavia sebbene ciò, è tra gli incisi che l’autore si affaccia timidamente e inconsapevolmente sconvolto dalla forza del suo stesso racconto E ciò non può non fare piacere poiché la storia si colora di rabbiosa onesta umanità a scapito di un cavalcante cinismo in una società logora e ipocrita.

 

 

Lo consiglio soprattutto a chi ha letto la storia dei Florio poiché, mentre questi crescevano nel benessere, tante sono le storie disperate e dimenticate, vissute con altrettanta sofferenza, forza e determinazione, che parallelamente gravitavano nella realtà siciliana e il cui riscatto, se c’è stato, è stato pagato a carissimo prezzo.
Grazie De Caro, mi sei piaciuto.

“Le campane delle chiese, all’unisono,  annunciavano le odi mattutine, svegliando le viuzze sporche  e malandate; i tuguri senz’anima e senza luce, dove una moltitudine di disgraziati fatta di pescatori, artigiani, donne e tanti picciutteddi e puciriddi, era pronta a invadere i fatiscenti vicoli della città alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti. La miseria più nera e assoluta nella quale vivevano faceva da contrappeso all’opulenza delle nobili famiglie che, in quel periodo, diventavano protagoniste e fautrici del liberty palermitano”

“Beddamatri! Chi focu ranni!” Buona lettura

 

Recensione di Patrizia Zara

MALAVITA Giankarim De Caro

 

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