IL GENERALE DELL’ARMATA MORTA Ismail Kadarè

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Il generale dell'armata morta I. K.

IL GENERALE DELL’ARMATA MORTA, di Ismail Kadarè

Anni’60. L’aereo partito da Roma sorvola il territorio albanese e lascia già presagire a chi lo osserva dall’alto che l’impresa sarà ardua, ostile, tragica e misteriosa come quelle montagne. Un generale dell’esercito italiano, a vent’anni di distanza, ha un incarico, lugubre ed oneroso : ritrovare e riportare in patria le salme dei soldati caduti durante la 2GM. Ha con sé elenchi ufficiali, carte sommarie, indicazioni verbali di parenti ed ex-combattenti, un esercito, di vivi, che ha invaso la sua casa prima della partenza con una sola preghiera ed una sola richiesta : portare indietro quel che resta di un altro esercito, di morti.

Il generale dell'armata Morta

Sin dalle prime pagine aleggia un che di inquietante, soffocante, tormentoso, non solo nell’ambiente circostante, con valli scoscese, cime aguzze, strade dissestate; non solo nel contesto climatico, con una nebbia fitta che avvolge ogni cosa, sostituita tutt’al più da un’incessante pioggia che trasforma tutto in fango, ma anche nello stessa popolazione, che, muta, lancia sguardi obliqui come frecce acuminate, che accoglie ma non dimentica, che serba ancora intatto, nascosto dentro le case di pietra dei villaggi, dentro i mantelli neri che indossa, un odio ed un disprezzo verso il nemico, non sempre malcelato.

Durerà un anno questa funebre ricerca, scavando nel terreno fangoso o in quello gelato, ulteriori crepe e ferite non ancora rimarginate, lungo le strade, lungo la costa, accanto ai paesi, in cimiteri, fosse comuni o sepolture improvvisate sparse. Paesaggi cupi, figure aspre, canti laceranti. Il generale avverte ed assorbe questo disagio sotterraneo, con il pensiero – che non lo lascia mai per un attimo e lo opprime di giorno e di notte, di portare a termine, vittorioso, la sua missione, e gli pesa il ricordo di scenari di una guerra feroce, le storie di partigiani albanesi indemoniati che combattono da soli, le sofferenze per crudeltà e massacri commessi ai danno dei civili, l’evocazione di bordelli militari che sconvolgono i più anziani, l’ascolto di canti epici tristissimi che narrano di morte e distruzione.

Ci si sente allora immersi, non solo nel fango che è onnipresente, eterno, deprimente, in continui flashback fra presente e passato, in ciò che visse questa piccola, fiera, rude, agguerrita nazione, ma anche in scenari misteriosi, magici, dove le donne vestite di nero sembrano icone, dove gli occhi delle ragazze sembrano geroglifici, dove le casematte sembrano sculture egizie e le feritoie bocche semichiuse con espressioni beffarde. Brividi che scuotono nello scorrere la narrazione e le microstorie collegate ad essa come trincee, fino all’ultima pagina.

Sarà quel vento gelido, quelle foglie morte, quei colori tetri, sarà la disperazione che si legge nelle madri sopravvissute ai figli e ai mariti : sembra di assistere a scene di un film muto, a cori da tragedia greca, dove ognuno ha un ruolo stabilito da usanze ataviche, dove la vita va vissuta secondo regole di un’opera teatrale tragica. Alla fine, Il generale e il cappellano militare che lo accompagna, riusciranno a comporre questo esercito di ossa, riesumate, disinfettate, misurate, impacchettate in sacchi di nylon azzurro pronte per fare l’ultimo viaggio verso casa. Fra queste tonnellate di fosforo e calcio, poi ricomposte in piccole bare bianche con numeri neri, ce ne era una – di bara- che mi è particolarmente cara : quella di mio nonno, tenente- insegnante, appassionato di lirica e legatissimo ai suoi studenti, che morì, solo dopo due mesi di guerra, nell’aprile del 1941. Che è il motivo fondamentale che mi ha spinto a leggere questo libro.

Recensione di Anna Caramagno
IL GENERALE DELL’ARMATA MORTA Ismail Kadarè

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