IL CORPO LESBICO Monique Witting (Il femminismo vero: quello degli anni ’70)

IL CORPO LESBICO, di Monique Witting  (Vanda Edizioni – febbraio 2023)

Il femminismo vero: quello degli anni ’70

 

Una doverosa premessa: il libro è del 1973, profondamente ancorato nella storia del femminismo e l’autrice, lesbica francese le cui teorie sono considerate la prima teorizzazione della “filosofia queer” (anche se Wittig è stata criticata ampiamente da Butler), non rientra tra le mie preferenze. Le filosofie del tempo sono estremamente più complesse degli scritti “femministi” odierni e possiedono una forza dirompente, una solidità e una profondità che le autrici di oggi, per lo più, si possono solo sognare.

Questo libro è sovversivo. Una sorta di esperimento letterario e linguistico, un tentativo unico e riuscito di mettere per iscritto il corpo lesbico, ossia, ai tempi e nella visione di Wittig, un corpo inesistente. Inesistente perché fuori dall’ordine eterosessuale e patriarcale, perché, in quell’ordine, la donna esiste solo in funzione di quello che l’uomo desidera, crea, inventa, vuole, decide e costruisce e dunque, la lesbica, di fatto, è una non-donna. Non esiste.

Un testo sovversivo perché inventa qualcosa che non esisteva per parlare di una soggettività assente.

E lo fa costruendo un genere letterario senza nome, che sfugge a tutte le categorie. Non è un romanzo, non è un poema, non è un saggio. Non ha capitoli, trama, storia. Tempo e ambiente (un’Isola e il mare che la circonda, un rimando, forse, a Lesbo) indefiniti.

Sovversivo perché tutti personaggi sono femminili, perché mescola e muta la mitologia, la religione. Vi si ritrovano i miti greci, le divinità di diverse religioni, l’Eucaristia.

Il linguaggio crea atmosfere che rimandano alle liriche di Saffo (la Musa sempre invocata), al Cantico dei Cantici e ad alcune poesie del mondo arabo. Ma, e anche qui troviamo il sovversivo, nel delirio ebbro di amore tra donne, incredibilmente e nonostante tutto, connotato da grande sensualità, non v’è NULLA di quanto siamo abituati a leggere in tema amoroso, anzi: cannibalismo, metamorfosi bestiali, trasfigurazioni in oggetti inanimati… in una febbrile e costante dichiarazione di amore e passione.

I personaggi principali sono due: “i/o” ( poi ci torno) e “tu”.

E sono sempre in dialettica, la passività e l’attività di queste due donne si alternano, amata e amante, vittima e carnefice, attiva e passiva, senza mai prevalenza di ruolo, senza neanche una rigidità di ruoli. In questo “il corpo lesbico” che sovverte l’eterosessualità patriarcale con i suoi ruoli rigidamente imposti, è evidentissimo.

Il corpo è protagonista assoluto ma, anche qui, come potrebbe non essere un corpo mai narrato nelle storie d’amore? Niente immagini erotizzate di un femminile/feticcio e asservito al piacere maschile. Le donne e i loro corpi nel libro non sono ridotti a pochi pezzi (e orifizi) di cui usufruire in modo – diciamo così – tradizionale. Le pagine sono piene di “corpo erotico” ma sovversivo: le dita, gli sguardi e le bocche delle due amanti si avventurano dentro e fuori il corpo dell’altra, toccando, baciando, leccando, palpando, accarezzando, mordendo, mangiando e stringendo vene, arterie, polmoni, intestini, capelli, bulbi oculari…

E questo corpo sovversivamente erotico è presente anche nelle pagine del libro.

I frammenti di cui è composto vengono interrotti a casaccio più di una volta, da due pagine scritte in alfabeto maiuscolo che elencano parti del corpo (saliva, viscere, coronarie, nervi, ecc, ecc come sulla copertina) e così il “corpo lesbico” di Wittig è un corpo intero, che ama, si esprime e si narra in un modo tutto nuovo, a prescindere dal corpo maschile eterosessuale.

Infine un cenno a “i/o” e al modo in cui sempre compare come segno grafico con la barra che divide le due lettere che troviamo anche nelle forme riflessive e possessive riferite (m/ia, m/i, m/e). La stessa Wittig nel tempo ne da spiegazioni differenti. Dissociazione perché l’autrice si trova a muoversi in un campo linguistico e letterario che impedisce alle donne di esprimersi come soggetti. O un modo per esprimere esaltazione ed eccesso: una sorta di “cuneo” che forza un linguaggio in cui si entra solo con una effrazione violenta. O infine, un segno che indica una soggettività inedita – la lesbica – appunto.

Non è un libro per tutti.

Occorre leggerne l’introduzione lunga, complessa e articolata e avere le basi per comprenderla. Servono conoscenza del contesto storico culturale in cui è nato, qualche base di cultura classica.

Certamente, se compreso in tutta la sua stravaganza, la sua valenza “politica” e culturale sovversiva, colpisce, resta, stimola.

Recensione di Chiara Rossini

Due commenti alla recensione dal gruppo facebook Un libro tira l’altro… 

…perché c’ero anche se molto giovane e il femminismo degli anni ’70 si è protratto fino agli anni ’80.

Il mio non è un giudizio irrispettoso, è la testimonianza di chi ha visto le donne lottare anche per essere accettate dalle altre donne, nella professione medica, ad esempio o lottare per avere il divorzio e la possibilità di abortire, lotte che sono sfociate nei due referendum.

Le femministe di oggi per cosa “lottano”? Per avere la desinenza in -a? Avvocata, sindaca e via dicendo, dimenticando le donne che non fanno lavori che hanno bisogno di una targhetta sulla porta, che sono sottopagate, non rispettate… le femministe degli anni ’70 e ’80 lottavano davvero per diritti che riguardavano tutte le donne non solo le laureate.

E non parliamo di quelle ancora prima degli anni ’70 e ’80, le suffragette, caricate dalle guardie a cavallo mentre sfilavano per ottenere il diritto al voto, ancora una volta, per tutte le donne anche per quelle che le avversavano, non solo per alcune

S.

Complimenti, hai espresso quello che penso io, parola per parola. Anch’io ho vissuto il “vero femminismo” degli anni 70, quello per cui abbiamo lottato allora era importante, fondamentale, sacrosanto. E mi pare, anzi sono convinta, che le attuali femministe ci hanno fatto fare parecchi passi indietro con il loro fingere di lottare per il nulla cosmico.
Per tornare all’argomento “libri” proprio negli anni settanta una carissima amica di mia mamma (parliamo di donne nate agli inizi del secolo scorso), lesbica mi fece leggere un bellissimo libro: il pozzo della solitudine che affronta in modo incredibilmente “duro” ma nel contempo delicato un argomento che allora era ancora considerato un tabú.

N. M.

IL CORPO LESBICO Monique Witting

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