CONFESSIONI DI UNA MASCHERA Yukio Mishima

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CONFESSIONI DI UNA MASCHERA, di Yukio Mishima

Recensione 1

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Questo breve romanzo, complesso, ambizioso ma non del tutto risolto, pur utilizzando la prima persona non è una vera autobiografia, piuttosto una riflessione, narrata con toni allucinati, sul ruolo dell’individuo nella società e sull’influenza che educazione e dettami sociali possono avere sullo sviluppo di un individuo.

 

 

 

Kochan è un ragazzino sensibile, costretto a crescere in un contesto sociale e familiare rigido e autoritario: la progressiva scoperta della propria omosessualità lo getta in una profonda crisi, poiché non vede sbocchi per il suo futuro e vive nell’ansia che il suo comportamento possa deludere le aspettative di parenti e amici, con i quali non può confidarsi.

Convinto che gli sia preclusa per sempre la possibilità di amare, poiché non riesce a trasformare il godimento estetico in un sentimento che possa essere condiviso, il ragazzo decide così di crearsi una falsa personalità, da indossare come una maschera, per proteggere la sua sensibilità dalla condanna altrui, ma scopre presto che la maschera è anche una prigione, poiché condanna nell’ombra il suo vero io.

 

 

Inoltre, Kochan si convince che anche chi lo circonda viva un dramma analogo, trasformando così ogni esistenza in un’infinita recita nella quale è vano cercare anche solo un barlume di autenticità.

Eppure, Kochan sa che l’unico modo per gettare via la maschera è accettare se stesso e vivere la vita secondo le proprie inclinazioni, piuttosto che secondo le regole imposte da una società chiusa e antiquata, verso la quale l’autore ha un atteggiamento sempre più critico.

 

 

 

Pur essendo breve, si tratta di una lettura impegnativa poiché Mishima affronta un tema fondamentale della letteratura del secolo XX, nella quale la riflessione sulle molteplicità dell’io assume un ruolo predominante, ricorrendo però allo stile aspro ma sorvegliatissimo e ermetico tipico della letteratura giapponese, che può spiazzare il lettore non preparato.

Per lettori coraggiosi e attenti.

Recensione di Valentina Leoni

 

Recensione 2

 

“Un breve capolavoro dell’angoscia e dell’atonia” Marguerite Yourcenar

Ci sono libri che quando li leggi non possono non causare moti dell’anima, tumulti di cuore e scompigliare i neuroni cerebrali; storie che riescono a scrostare il vecchio intonaco mettendo a nudo pareti di uno splendore originario e primitivo.

Il romanzo di Yukio Mishima è uno di questi.

Non si può rimanere indifferenti allo stile, alla forma, alla sostanza. Non si può non assaporare pagina dopo pagina una scrittura che raggiunge punte di sublime poesia in un gioco mascherato di opposti: nella pacatezza sentire l’inquietudine, nella serenità la disperazione, nell’indifferenza l’amore.

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Nelle pagine, magnum opus di parole fluide, sonore e mai stridenti, i lettori attenti possono percepire il lavoro di pulizia, faticoso e certosino, che il giovane protagonista affronta al fine di raggiungere l’identità reale; lo scortecciare la moralità artificiale che con genuinità e inconsapevolezza adolescenziale ha spalmato lungo le pareti della sua crescita, perché è così che sin dalla sua nascita gli hanno insegnato, con l’inganno di una condizione dettata dalla consuetudine sociale.
Il libro “Confessioni di una maschera” è una speculazione di candidi travestimenti utilizzati in solitudine e in moltitudine nella struggente e laboriosa ricerca della normalità. È percepire, in un gioco di delicato equilibrio, che è proprio nella contraffazione che si nasconde ogni forma di normalità in una società artificiosa dove in ogni maschera si nasconde inevitabilmente un volto (e ci risiamo con il nostro Pirandello che riaffaccia oltre confine!)
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Così il protagonista, che altro non è che l’autore stesso, si confessa spudoratamente, rafforzato dalla sua estrema timidezza, utilizzando la delicata lirica del suono delle parole ben concatenate fra loro e con l’abile capacità di saper descrivere i peccati e le virtù, gli interni e gli esterni della sua umana esistenza che respira in un contesto tanto tedioso quanto drammatico di quotidianità bellica senza provocare alcun scandaloso sbigottimento a chi è pronto ad ascoltare le sue testimonianze, sebbene queste in alcuni punti (leggi attrazione sessuale per le carni sode e bianche di S. Sebastiano o il sangue di giovani eroi trafitti da colpi di un pugnale e/di una freccia) possano provocare qualche insurrezione moralista.
Cosicché nella confessione delle sue esperienze Kochan/Mishima non cerca tanto di scoprire l’oggetto delle pulsazioni sessuali che differisce da quello delle persone cosiddette normali, non è tanto dare un nome alla depravazione dei sensi, anelare la morte per strapparsi al senso del dovere, falsificare il sentimento dell’amore negli occhi della virginale Sonoko, è il veemente desiderio di scoprire qual è il suo vero volto che si cela dietro quel camuffamento e dargli finalmente un nome con tanto di assoluzione.
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Le tematiche sono forti nella loro attualità, ma, per la potenza dell’educazione culturale nelle modalità del narrato, vengono rilegate a cornici di un capolavoro che altro non è che un’invidiabile scrittura – quanto mi sarebbe piaciuto saper scrivere così! – commista di inerte drammaticità e di pietosa ilarità.
Un “diario” dai tratti indiscutibilmente orientali ma che si imbeve dei sapori occidentali palesi nei richiami alla grande letteratura europea, creando una deliziosa bevanda di notevole potenza…letteraria.
“A lunga andare la “recita” è diventata una parte integrante della mia natura…Non è più una recita. La consapevolezza con cui continuo a camuffarmi da individuo normale ha corroso addirittura quel minimo di normalità che magari possedevo in origine, e ha finito così col farmi dire e ridire a me stesso che anche questa era una semplice parvenza di normalità. In altre parole, sto diventando una di quelle persone incapaci di credere a nulla che non sia contraffatto”

 

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