Abbiamo intervistato Kristine Maria Rapino partendo dal suo ultimo romanzo “Scialacca” e approfondendo temi come il tornare e il restare

1 Buongiorno e grazie per aver accettato questa intervista. Per prima cosa le chiederei di presentarci a grandi linee il suo ultimo romanzo “Scialacca”.

2 Con quali parole descriverebbe Francesco, il protagonista, Aria, la ragazza che lo accompagna e gli altri personaggi principali?
Francesco è un segno di contraddizione. Fragile nel corpo, scarnificato dalla droga, eppure ostinatamente ironico. Non chiede pietà, non si consegna mai del tutto al ruolo della vittima. È combattuto tra una natura luminosa, scherzosa, e una voce interiore che lo giudica, che lo inchioda all’idea di essere nato imperfetto. Francesco in strada ha perso tutto, perfino la dignità, ma resta un cercatore di senso. Di fede. Non smette di sperare.
Aria, invece, ha una forza che non sa di possedere. È cresciuta nella convinzione di doversi adattare a una normalità che non le appartiene. Ordina la vita, la pianifica, la controlla per gestire con disinvoltura i suoi limiti fisici. Il caos le fa paura. Ma proprio l’incontro con l’imprevedibile – con questa famiglia ferita, con Francesco, e soprattutto con Gillo – le permette di scoprirsi diversa: non “normale”, ma unica.
Gillo padroneggia la paura. Maneggiando materiale pirotecnico, sa che un incidente può sempre verificarsi, che la morte è una possibilità concreta. Ma non è la morte a spaventarlo: è la vita. Non fa programmi, tiene tutto insieme imponendosi una disciplina feroce, come una forma di espiazione. Si autopunisce restando lucido, e restando solo.
3 Francesco torna a casa e sembra tutto rimasto come quando se ne era andato, tranne suo fratello Gillo. Mi ha fatto pensare al testo di una vecchia canzone dei Nomadi, “Tutto a posto”, e allora le chiedo quanto può essere illusorio cristallizzare un luogo nel ricordo che abbiamo lasciato?
Cristallizzare un luogo è un inganno che ci infliggiamo per non sentirci orfani di momenti felici. Ci consola pensare che esista un posto sicuro, dove siamo stati bene e dove poter tornare per replicare quella sensazione. Immaginiamo che sia tutto ancora lì, intatto.
Ma i luoghi non sono scenografie immobili: sono carne che invecchia insieme a noi. E anche se davvero non cambiassero, saremmo cambiati noi. Lo diceva il mio professore di filosofia del liceo, e prima di lui lo diceva Eralcito: “nessun uomo entra mai due volte nello stesso fiume, perché il fiume non è mai lo stesso, ed egli non è lo stesso uomo.”
Forse per questo continuiamo a lanciare monetine nelle fontane, con la speranza di tornare. Eppure, tornare dove si è stati spesso rompe l’illusione di perfezione che il ricordo conserva. E delude.
Quando Francesco torna a casa inciampa proprio in quest’illusione: crede che il tempo abbia avuto riguardo per le sue radici. Dice che la casa l’ha aspettato, ma quella casa è anche un interlocutore severo. Seppure non sembri cambiata, è lui a esserlo, e questo trasforma radicalmente il loro rapporto. Tornare non significa ritrovare il passato: significa misurare la distanza tra chi eravamo e chi siamo diventati.
Ho provato una sensazione simile quando ho visto il lago di Tiberiade. L’orografia era la stessa di duemila anni fa, le curve delle montagne identiche, eppure chi le guardava era un altro: con altre aspettative, altre memorie, altri timori. Abitiamo i luoghi non come osservatori, ma come testimoni di un’epoca.
4 Nel romanzo ci sono due concetti secondo me fondamentali, il tornare e il restare. Quanto sono connessi tra loro e qual è la loro importanza tanto in quest’opera quanto nella realtà?
Chi ha avuto più coraggio, Francesco a tornare, o Gillo a restare? In realtà, il vero coraggio sta nel capire quando cambiare. Saper decidere, qualunque sia la strada: tornare sui propri passi o andarsene. Il metro di giudizio che fa comprendere l’utilità e la bontà di una scelta, dal mio punto di vista, è se questa scelta porta a una chiusura, o a un’apertura verso l’altro.
Nel corso della vita, ci capita di percorrere entrambe le strade. Non è detto che una sia preferibile all’altra, o meno rischiosa. A volte, restare non è sinonimo di passività. Implica rinunce importanti. Penso ai caregiver. Al contrario, quando la temperatura dell’acqua ha raggiunto il limite e ci siamo ormai assuefatti alla sofferenza, alla “tristezza dolciastra”, credendo anzi di non poter meritare altro, sapersi allontanare è spesso l’unica via per salvarsi, e salvare gli altri. Il dolore fine a se stesso, senza senso di prosecuzione o finalizzato a un amore più grande, non va cementato. Non è una zona residenziale, direbbe don Tonino Bello.
5 Il titolo del libro fa riferimento a una resina utilizzata nella realizzazione dei fuochi pirotecnici. Come è arrivata a questa scelta è qual è il suo valore nell’economia del testo?
La scelta del titolo nasce all’inizio come dato tecnico, durante gli studi preparatori in cui mi stavo documentando sui fuochi d’artificio. Solo durante la scrittura mi sono resa conto che era esattamente ciò che volevo comunicare. In un certo senso, il titolo mi ha guidata verso il significato della narrazione.
Scialacca è la resina naturale che dà il colore rosso ai fuochi pirotecnici, ma diventa anche il “rosso che manca”: l’emotività nascosta, trattenuta, l’unità di una famiglia che ha smesso di riconoscersi come organismo e di dialogare. Di sospendere la capacità di giudizio. Per tutti — Francesco, Gillo e Aria — c’è bisogno di questa scialacca: tornare in contatto. Ristabilire connessioni.
6 Il tema del ritorno era ben presente anche nel suo romanzo precedente “I fichi di marzo”. Quali analogie possiamo individuare tra i due testi e quali sono le principali divergenze?
Sono entrambi romanzi familiari che ruotano attorno all’accettazione di un’assenza e che individuano nell’incomunicabilità la frattura più profonda, quella capace di condizionare le scelte e determinare l’infelicità dei personaggi. In entrambi c’è un’azienda di famiglia: in Fichi di marzo un pastificio, in Scialacca una fabbrica di fuochi pirotecnici. E in entrambi c’è un segreto – anche più di uno – che viene rivelato.
In Fichi di marzo, la famiglia è costretta a riorganizzarsi dopo la morte del capofamiglia. Torna a vivere una convivenza forzata in una casa che conserva tradizioni ormai svuotate di senso. Di parole ne sono state dette fin troppe, spesso a sproposito. In Scialacca, al contrario, in famiglia regna il non detto. A un certo punto subentra la necessità di tacere, per non esporsi, per non sentirsi giudicati.
In ogni caso, si tratta di ritrovare una connessione. Nel primo sono soprattutto le figure femminili a farsi carico della trasformazione, e la risoluzione arriva dall’esterno: dal confronto con chi viene riconosciuto come famiglia pur non avendo legami di sangue, e da un’ipotesi di futuro che sembra, almeno all’inizio, inconciliabile con il passato. In Scialacca hanno maggiore peso le figure maschili dei due fratelli, Francesco e Gillo, e la riconciliazione può avvenire solo ripartendo dal passato, tentando di ricostruirlo per tornare al punto in cui la connessione si è spezzata.
7 Entrambe le opere hanno come base delle piccole realtà familiari fatte di tradizioni e usanze da trasmettere. Volendo guardare alla realtà quanto di tutto questo è rimasto secondo lei e cosa si è perso?
Le tradizioni, oggi, sono spesso diventate folclore. Nei balli, nei canti, rimane poco del movente che li ha generati. La volontà di custodirli esiste ancora, ma assume spesso la forma della rievocazione, che è una commemorazione, non un’esperienza diretta. C’è una spinta quasi obbligata all’innovazione, il bisogno di riassemblare il passato in forme nuove. Un po’ come il cannolo scomposto.
Credo molto nella necessità di conservare il passato, non per nostalgia, ma per poter accedere a un futuro che mantenga senso. Mi capita spesso di parlare con gli anziani: in Abruzzo, in alcuni paesi dell’entroterra, si ha la fortuna di vederli ancora seduti fuori dalla porta di casa, sulle sedie di paglia, nelle giornate di sole. Quando posso, mi fermo ad ascoltarli mentre mi spiegano un’usanza, un gesto, una ricetta, nella speranza di poterla riprodurre. Di imitare, in maniera imperfetta, qualcosa che forse non c’è più. Almeno ci provo.
Quello che scrivo, così come quello che vivo, è attraversato da questa tensione: il desiderio di non lasciare andare. Di conservare ciò che continua a rappresentarci.
E per il cannolo, continuo a preferire quello classico.
8 Rimanendo ai giorni nostri la comunicazione e il confronto passano spesso e volentieri attraverso i Social per cui le chiedo qual è il suo rapporto con questa realtà?
Ho i miei profili, ma non li uso per raccontare vicende strettamente personali. In generale non scrivo nulla se non sento il desiderio di condividere un’esperienza che mi abbia lasciato qualcosa e che possa, in qualche modo, valere anche per altri. Non mi sento in obbligo di pubblicare ogni giorno: faccio fatica a stare dietro a questi meccanismi. A volte, la mia incapacità di soddisfarne la voracità mi fa sentire in difetto. Mi chiedo però fino a che punto, per un autore di narrativa, sia davvero necessario essere così presenti sui social.
Li trovo invece uno strumento fondamentale per mantenere legami, per restare aggiornati su eventi e notizie. In qualche caso, si trovano anche contenuti validi. Una cosa che mi piace moltissimo è che chi ha letto i miei romanzi possa raggiungermi e scrivermi per condividere le proprie impressioni. Questa facilità di scambio, questo abbattimento delle distanze, offre senza dubbio una prospettiva di confronto importante. Ricevo spesso messaggi lunghi, densi di riflessioni e risonanze personali, e sono sempre felice di leggerli. Posso capire subito se la storia è arrivata e che forma abbia preso nella vita concreta di chi la legge. Che è poi il senso della scrittura.
9 Come ultima domanda, ringraziandola per la sua disponibilità, le faccio una domanda sulla sua terra, l’Abruzzo: quali sono a suo dire le caratteristiche di questa regione che la rendono una cornice ideale per le sue storie?
Una bella domanda, grazie. L’Abruzzo conserva tratti che sento molto vicini a me, anche a livello caratteriale. È una terra attraversata da una tensione continua tra la spinta verso il progresso e la maglia stretta della tradizione, che si cerca di preservare e tramandare. Ci sono città importanti, moderne, vive e connesse, che non hanno nulla da invidiare ad altri centri italiani. Si cresce, si avanza alla stessa velocità. Con tutti i contro che ne conseguono. In alcune zone, purtroppo, la cementificazione legata all’espansione dei centri commerciali sta impoverendo il commercio locale: chiudono le botteghe, le attività artigiane. Si perde identità. Le città finiscono per somigliarsi tutte. L’altro giorno passeggiavo in una città della Romagna e mi colpiva ritrovare gli stessi negozi di Pescara: attività in franchising.
Eppure, in Abruzzo, resistono ancora ampie porzioni di territorio selvaggio, dove non è l’uomo a comandare: foreste di faggi e aceri, forre e valloni, tratturi. Si trovano branchi di lupi, cervi, orsi bruni. Un mare breve come l’Adriatico continua a parlare dentro un dialetto che anche i giovani si tengono stretto tra i denti. Ed è ancora viva una simbologia antica, ancestrale, che Michetti nella pittura e D’Annunzio nella scrittura hanno saputo consacrare e portare alla ribalta nazionale.
Questa coesistenza di opposti è spesso ciò che contraddistingue anche i miei personaggi, con le loro fratture e le contraddizioni. Che forse riguardano tutti.
Intervista di Enrico Spinelli
SCIALACCA Kristine Maria Rapino


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