Due Libri a confronto:  La casa di Asterione Jorge Luis Borges – Il  Minotauro Dürrenmatt  

Due Libri a confronto:

La casa di Asterione (il racconto  fa parte della raccolta L’Aleph), di Jorge Luis Borges – Il  Minotauro, di Dürrenmatt.  

 

 

 

Sono arrivata a questo racconto per un rimando nato nei commenti: un lettore, rispondendo al mio post su Minotauro di Friedrich Dürrenmatt, ha chiamato in causa Borges. Ho seguito il filo e mi sono ritrovata in una stanza mentale che, a ogni riga, sposta il mito di qualche grado.

Qui parla Asterione. Parla con una voce che ha la calma di chi abita da sempre il proprio spazio e lo conosce fino all’ossessione: corridoi, cortili, porte, ripetizioni. La “casa” è un labirinto, certo, però è anche un modo di guardare il mondo: un pensiero che gira, torna, si conferma, si racconta da solo. Borges sceglie la semplicità del monologo e la porta in una zona ambigua, perché noi ascoltiamo e intanto aggiustiamo continuamente la nostra posizione di lettori: prima ci lasciamo guidare, poi ci accorgiamo che la guida sta dicendo più di quanto sappia, oppure meno di quanto creda.

La bellezza del testo è tutta in questa misura: poche frasi, una densità silenziosa, una precisione che lascia spazio. Asterione si descrive senza alzare la voce e, proprio per questo, la sua solitudine pesa. Il mito smette di essere un racconto di vittoria e diventa un racconto di percezione: che cosa vede chi è chiuso dentro, che cosa immagina, che cosa attende. Borges, come spesso accade, ci porta a una rivelazione che cambia retroattivamente le parole precedenti: finita la pagina, viene naturale tornare all’inizio e rileggerlo con un’altra disposizione.

Accanto a Dürrenmatt il confronto diventa chiarissimo. In Borges la pietà nasce dal linguaggio: è la voce che umanizza, è la coscienza che chiede ascolto. In Dürrenmatt, invece, la tragedia si organizza come un congegno più esposto, più teatrale, dove il labirinto assomiglia a un dispositivo di sguardi e di inganni, e il Minotauro appare soprattutto come corpo in balia di una macchina umana. Borges ci fa entrare dentro una mente; Dürrenmatt ci mette davanti a una scena in cui la crudeltà ha una geometria.

Eppure, letti uno dopo l’altro, i due testi sembrano porci la stessa domanda, con accenti diversi: quando spostiamo il punto di vista sul recluso, stiamo riscrivendo il mito oppure stiamo riscrivendo noi, il nostro bisogno di riconoscere subito chi meriti paura e chi meriti pietà?

 

Di Karin Zaghi

 

L’ALEPH Jorge Luis Borges

L’ALEPH Jorge Luis Borges

 

MINOTAURO  Friedrich Dürrenmatt

 

MINOTAURO Una ballata Friedrich Dürrenmatt

 

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