Gli intramontabili: GUERRA E PACE Lev Tostoj 

Gli intramontabili: GUERRA E PACE, di Lev Tostoj 

 

 

L’immensità che (stranamente) non uccide

Leggere ”Guerra e pace” è una di quelle imprese che si annunciano con lo stesso tono grave con cui si comunica un trasloco o l’inizio di una dieta drastica: “Prima o poi dovrò farlo”. Lo guardi in libreria come si guarda l’Everest dal divano: affascinante, certo, ma sei consapevole che servirebbe l’ossigeno. Poi, però, lo apri e scopri il segreto meglio custodito della letteratura russa: non è un libro difficile, è solo immensamente… tanto. Non è una scalata tecnica, ma un mondo parallelo in cui entri per un weekend e ne esci tre settimane dopo, chiedendo notizie dello Zar come se fosse un tuo vicino di casa.

All’inizio, lo ammetto, il disorientamento è totale: entri in un salotto e ti scontri con decine di personaggi che possiedono, nell’ordine, un nome, un patronimico, un soprannome e un titolo nobiliare. Andrej non è mai solo Andrej, e Pierre cambia identità a ogni capoverso. Eppure Tolstoj, con la pazienza di una nonna russa, ripete, ricorda e insiste, finché quella che sembrava una giungla di nomi non diventa la chat di gruppo della tua famiglia, dove sai esattamente chi è lo zio molesto e chi la cugina idealista. Il romanzo si muove come un enorme set cinematografico: in un capitolo sei a un ricevimento elegante a sorseggiare champagne, in quello dopo stai marciando nel fango verso Austerlitz con un fucile che pesa quanto il libro stesso. E proprio quando credi di aver capito il genere, Tolstoj ti spiazza inserendo la natura come protagonista: querce, betulle e cieli infiniti osservano gli uomini agitarsi con una silenziosa superiorità, come a dire: “Ma dove credete di andare?”

In questo caos calpestato dagli stivali di Napoleone si muove Pierre Bezuchov, che a mio avviso è il vero cuore morale dell’opera. Se Anna Karenina (sia concessa l’eresia) mi è risultata simpatica quanto un lunedì mattina di pioggia, Pierre mi ha conquistato subito: è goffo, erede per sbaglio, perennemente fuori posto e armato solo di una disarmante ricerca di senso. È l’uomo che vuole capire tutto e finisce per scoprire che la vita non si lascia imbrigliare in formule, ma va semplicemente vissuta, in equilibrio tra una caduta e un entusiasmo improvviso. Accanto a lui, Tolstoj ne approfitta per demolire il mito dei “Grandi Uomini”: la Storia non la fanno i geni alla Bonaparte (qui ritratto come un tizio un po’ ridicolo, quasi meschino nella sua vanità), ma i milioni di piccoli gesti invisibili della gente comune. Smaschera l’ipocrisia eterna dell’umanità ricordandoci che ogni violenza, da che mondo è mondo, trova sempre una giustificazione nobile, che sia la patria, la fede o il “bien public”.

C’è spazio anche per la filosofia pura nel celebre Secondo Epilogo, dove l’autore abbandona quasi del tutto la narrazione per spiegarti direttamente come, secondo lui, gira il mondo. È un gesto radicale, quasi ostinato, che molti lettori saltano a piè pari, ma che lascia addosso una strana nostalgia una volta chiusa l’ultima pagina. Non provi la soddisfazione di chi ha “superato” un esame, ma il vuoto di chi lascia una città in cui ha vissuto a lungo. ”Guerra e pace” non ti chiede di capirlo tutto al primo colpo: ti chiede solo di restare. E, sorprendentemente, lo fai volentieri.

Guida rapida alla sopravvivenza (Note pratiche):

– Scegli saggiamente l’edizione.

Non fare l’eroe con le edizioni economiche dai caratteri lillipuziani. Ti serve una traduzione scorrevole (fondamentale!) e, soprattutto, un apparato di note che ti spieghi perché i personaggi parlino francese a San Pietroburgo mentre infuria la guerra contro i francesi. Un buon apparato editoriale è come il GPS in una città sconosciuta: indispensabile per non perdersi.

– Le tre grandi famiglie (per non perdere la bussola).

1 – I Bezuchov: Ricchi, problematici e caotici. Pierre è il centro gravitazionale, l’eterno cercatore che passa dalle logge massoniche alla prigionia francese inseguendo un senso, una verità che gli sfugge sempre.

2 – I Bolkonskij: L’aristocrazia del rigore e dell’orgoglio. Il vecchio Principe è un dispotico geniale e terrificante; suo figlio Andrej è il cinico tormentato che cerca la gloria in guerra ma trova solo il vuoto e la disillusione; Mar’ja è la forza silenziosa della fede, capace di una resilienza inaspettata.

3 – I Rostov: Il calore umano e il disastro finanziario. Nataša è l’anima vibrante del romanzo, che passa dall’impulso adolescenziale alla consapevolezza adulta, incarnando quella vitalità pura di cui Tolstoj è profondamente innamorato.

 

Recensione di Vincenzo Anelli

 

 

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