VITA DOPO VITA  Kate Atkinson

VITA DOPO VITA, di  Kate Atkinson (NORD)

“Vita dopo vita” di Kate Atkinson – ovvero: quante volte si può morire prima di capirci qualcosa?

Leggere “Vita dopo vita” è un po’ come infilarsi in un sogno lucido… o in un incubo elegantemente scritto. La trama (chiamiamola così, anche se lei fugge come una lepre braccata) segue Ursula, protagonista multitasking della reincarnazione, che vive, muore, rinasce, muore di nuovo, rinasce ancora… e nel frattempo ci lascia lì, con la sensazione di aver sbagliato binario alla stazione narrativa.

Il concetto è affascinante: cosa succederebbe se potessimo vivere la nostra vita infinite volte, correggendo gli errori, evitando certe fatalità, e magari prendendo meno freddo in una certa nevicata del 1910? Atkinson lo esplora con uno stile magnetico, ipnotico, che ti fa girare le pagine anche quando non capisci più se sei nel 1910 o nel 1947, se Ursula è viva, morta o semplicemente in pausa caffè nell’aldilà.

“Attraversando un fiume non s’immerge mai un piede nella stessa acqua”, diceva Eraclito, e Ursula sembra averlo preso alla lettera: ogni vita è diversa, anche se certi snodi tornano come deja-vu sfuggenti. Eppure c’è sempre quel battito d’ali che può cambiare tutto: un dettaglio, un gesto, una decisione. O un soffio di neve in più.

L’effetto “pipistrello nero” – quella familiarità strana e sinistra con la morte che bussa alla porta come un vecchio amico troppo affezionato – è forse l’aspetto più sorprendente del romanzo. Ursula muore con una frequenza che manco in un videogioco mal settato, eppure ogni volta ci lascia qualcosa: una riflessione, una possibilità, o almeno un’occhiata fugace a un universo alternativo.

E poi c’è la guerra. Anzi, le guerre. Atkinson non si limita a mettere Ursula davanti alla Storia: la ci lancia dentro a capofitto, e senza casco. Vediamo il Blitz, la fame, le macerie, il puzzo della paura e della carne bruciata. Viviamo i bombardamenti in prima linea e in prima persona. E con un colpo di penna la scrittrice ci ricorda che la guerra non è solo un fatto storico, ma un orrore ripetuto, riscritto, rivissuto. Ursula è una testimone multipla dell’assurdo: infermiera, vittima, spettatrice, perfino carnefice mancata. La brutalità della Seconda guerra mondiale attraversa il romanzo come una cicatrice che non guarisce mai del tutto.

In mezzo a tutto questo orrore, però, la vita non smette di reclamare il suo spazio. Ci sono anche i momenti teneri, i dialoghi che restano:

“Promettimi che non morirai.”

“Farò del mio meglio.”

Una promessa impossibile in un romanzo dove morire è quasi una routine, eppure quel “farò del mio meglio” è la definizione perfetta dell’umanità fragile e ostinata che Atkinson racconta.

Difficile esprimere un giudizio univoco. È un libro che ti lascia sospeso, come dopo un sogno particolarmente vivace: stavi dormendo? Stavi vivendo? Hai davvero letto tutto o ti sei reincarnato a metà?

Atkinson affronta temi pesanti – la violenza, la solitudine, l’alcolismo, l’isolamento esistenziale – con una delicatezza chirurgica e una certa dose di crudele ironia cosmica. Alla fine, ti chiedi se siamo davvero individui che interagiscono… o solo sogni che si sfiorano nella nebbia del tempo.

Un romanzo non facile, ma affascinante. Un’esperienza letteraria più che una storia nel senso tradizionale. E se ti capita di perderti… tranquillo: morirai, rinascerai e potrai sempre riprovarci. Forse.

Recensione di Vincenzo Anelli

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