VENTI CORPI NELLA NEVE – IO SONO LO STRANIERO – IL FIUME TI PORTA VIA Giuliano Pasini

VENTI CORPI NELLA NEVE – IO SONO LO STRANIERO – IL FIUME TI PORTA VIA, di Giuliano Pasini

 

Un’altra botta di nostalgia! All’improvviso mi è venuta la voglia di rileggere i primi tre libri scritti da Giuliano Pasini che hanno come protagonista il commissario Roberto Serra – e cioè Venti corpi nella neve, Io sono lo straniero e Il fiume ti porta via, che poi dopo una lunga pausa di quasi dieci anni sono stati seguiti, con mio grande piacere, da E’ così che si muore e L’estate dei morti-. Letti in ben poco tempo gli ultimi due e temendo di ricadere in una brutta crisi di astinenza, mi sono andata a ricercare i primi tre romanzi nella mia libreria ed in poco tempo me li sono quasi bevuti, cercando di ricordare perché mi ero così tanto affezionata a questa figura di uomo travagliato ed al suo bravo autore, che ama portarci nelle più piccole realtà dell’Appennino dell’Emilia-Romagna e nei paesini del Veneto e raccontarci la storia di un giovane che dovunque vada è considerato e si sente uno “ed fora”.

Ed a questo punto mi sono ritrovata a Case Rosse, sull’Appennino tosco-emiliano, dove molti anni prima era avvenuta una strage di un considerevole numero di abitanti da parte dei nazifascisti e dove si svolge il primo romanzo; là Serra torna dopo vari anni, come ci viene raccontato nei due libri più recenti. Ci spostiamo poi con lui a Termine, vicino a Treviso dove è stato trasferito, “un incrocio di vigneti più un paese” tra le colline del prosecco e gli saremo vicini mentre elaborerà nella cucina del ristorante di un amico deliziosi manicaretti grazie alla sua capacità di unire paste, carni e verdure in un mix che solletica le papille gustative di chi ha la fortuna di poter assaporare le sue creazioni; questa sua capacità è infatti una specie di eredità trasmessagli dalla madre. Ed ancora lo seguiremo nella Bassa del Po, dove si troverà ad indagare sulla morte di un medico che anni prima lo aveva seguito e che era stato per molti anni il direttore del manicomio di Colorno.

E sempre in questo peregrinare per piccoli paesi Roberto Serra sarà lo straniero cioè colui che non solo “appartiene ad un altro paese ma anche chi si sente estraneo in qualunque luogo, che si sente esule in un mondo in cui tutto è difficile” e che per questo riesce a vedere quello che accade con un occhio particolare che nota piccoli dettagli dissonanti e che riesce a mettere in subbuglio queste piccole realtà consolidate nelle loro abitudini. Una bella figura di un uomo, che porta dentro di sé il trauma della morte dei suoi genitori, avvenuta quando aveva sedici anni in seguito ad un agguato, di cui non sono mai stati individuati gli esecutori ed i mandanti, nei confronti del padre anch’esso poliziotto e che stava svolgendo una delicata indagine.

Da quel trauma Roberto porta dentro di sé, come una specie di maledizione, quasi un male oscuro che lui stesso definisce la “danza”, una specie di trance durante la quale vive momenti angosciosi che lo mettono in comunicazione con gli autori di fatti violenti e con lo strazio delle vittime. Ed è anche grazie a questa “maledizione” che Roberto è un uomo sensibile ed un abile investigatore, che ha difficoltà spesso a seguire le procedure e le regole imposte dal suo ruolo, spingendolo a comportarsi in maniera poco consona, da cane sciolto, mettendolo spesso in difficoltà con colleghi e superiori.

E conosceremo la sua vita privata, il suo disperato amore per Alice e per la figlioletta Silvia, affetti forti e dolorosi che comunque non gli impediranno di isolarsi volontariamente in una solitudine tormentata. E così dopo questa veloce rilettura, mi sto preparando ad aspettare con ansia una prossima avventura di Roberto Serra, a cui Pasini ha affiancato negli ultimi due libri una particolare figura di donna, Rubina, una sua collaboratrice con la quale il nostro commissario ha molto in comune.

Di Ale Fortebraccio

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