VEDOVE DI CAMUS, di Elena Rui (L’Orma – maggio 2026)

La curiosità per i titoli entrati nella sestina del Premio Strega mi ha portata a leggere Vedove di Camus. L’idea alla base dell’opera mi aveva subito attirata: raccontare Albert Camus attraverso lo sguardo delle donne che lo hanno amato e che, dopo la sua morte, hanno continuato a convivere con la sua presenza e con la sua assenza.
La prospettiva è originale e si fonda su un accurato lavoro di documentazione, aspetto che molta critica ha giustamente valorizzato. La Rui intreccia dati biografici e invenzione narrativa con l’intento di restituire un ritratto indiretto dello scrittore, lasciando che siano le sue vedove a prendere la parola.
Eppure, durante la lettura, sono rimasta sempre un passo indietro. Cercavo una partecipazione emotiva che non è mai arrivata. Le protagoniste mi sono apparse più vicine a un progetto narrativo ben costruito che a presenze capaci di coinvolgermi fino in fondo. Avrei voluto percepirne le contraddizioni, il dolore, il desiderio, la fatica del ricordo. Ho avvertito invece una distanza che è rimasta costante dall’inizio alla fine.
Anche la scrittura ha contribuito a questa sensazione. Mi aspettavo una lingua più incisiva, più capace di dare corpo a un materiale così ricco. Ho trovato invece uno stile lineare, limpido, che accompagna il racconto senza cercare una particolare densità espressiva. Una scelta legittima, che altri lettori potranno apprezzare proprio per la sua misura, ma che nel mio caso ha lasciato le emozioni sullo sfondo.
Riconosco la serietà del lavoro della Rui e comprendo perché il romanzo abbia suscitato attenzione. La mia lettura, però, ha seguito un’altra direzione. Ho chiuso l’ultima pagina con la sensazione di aver osservato queste donne da lontano, senza riuscire ad avvicinarmi al loro mondo interiore. Per un’opera che affida tutto alle sue voci, è stata proprio questa distanza a pesarmi di più.
Recensione di Karin Zaghi


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