UNA STORIA SBAGLIATA Giancarlo De Cataldo

UNA STORIA SBAGLIATA, di Giancarlo De Cataldo (Einaudi – novembre 2025)

In Una storia sbagliata, Giancarlo De Cataldo mette in campo non solo il talento narrativo che lo ha reso uno dei maestri del noir italiano, ma soprattutto la sua conoscenza diretta della scena politica e sociale dell’Italia degli anni più bui. Da ex magistrato, De Cataldo ha attraversato da vicino le dinamiche del potere, le zone d’ombra, le complicità e le ferite che hanno segnato Roma negli anni della Banda della Magliana. Questa esperienza non rimane sullo sfondo: è la linfa che alimenta ogni pagina.

De Cataldo non ricostruisce un’epoca: la ricorda. La conosce dall’interno, nei suoi meccanismi e nelle sue distorsioni. Per questo il romanzo non ha mai il tono della cronaca o della ricostruzione storica: ha invece la forza di una testimonianza filtrata dalla narrativa. Ogni dettaglio — un ambiente, un dialogo, un gesto — porta con sé la credibilità di chi ha visto come funzionavano davvero certi ingranaggi.
Uno degli elementi più potenti del romanzo è la rappresentazione dell’invasione dell’eroina sul mercato italiano. De Cataldo mostra come quella sostanza non sia stata solo una droga, ma un dispositivo sociale:
ha devastato intere generazioni,
ha alimentato economie criminali,
ha creato dipendenze non solo chimiche ma politiche,
ha rivelato l’incapacità — o la complicità — delle istituzioni.
Nel romanzo, l’eroina non è un semplice sfondo: è un personaggio muto, ma onnipresente. Una forza che corrompe, che trascina, che annienta.
Con Una storia sbagliata, De Cataldo riporta alla superficie un’epoca che molti preferirebbero dimenticare. Non lo fa con nostalgia né con moralismo, ma con la lucidità di chi sa che la memoria è un atto politico. Il romanzo diventa così un modo per ricordare:
la violenza diffusa,
la collusione tra criminalità e potere,
la fragilità delle periferie,
la solitudine delle vittime.
È un libro che non consola: illumina.
La forza del romanzo sta proprio qui: nel modo in cui De Cataldo usa la narrativa per restituire complessità a un periodo che spesso viene ridotto a stereotipo. La sua conoscenza non è esibita, ma incarnata. E il lettore, pagina dopo pagina, percepisce che dietro la storia c’è una verità più grande: quella di un Paese che ha attraversato un abisso e che ancora oggi porta addosso le cicatrici.

Recensione di Paolo Pizzimenti

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