UN INDOVINO MI DISSE Tiziano Terzani

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UN INDOVINO MI DISSE, di Tiziano Terzani

 

L’indovino disse a Terzani di non prendere l’aereo nel 1993, lui decise di seguire il consiglio e ne derivò un anno di spostamenti lenti: in treno, in nave, in auto… Mi sarei aspettata un libro sui paesaggi dell’oriente visti dal basso, dal suolo, dalla lentezza di chi cammina. In parte lo è. Solo in parte però. Finisce con l’essere soprattutto un libro sulle innumerevoli predizioni del futuro alle quali, durante quell’anno, Terzani si sottopose. Credendoci? Parzialmente.

Terzani vuole salvare l’irrazionale come parte di un patrimonio di cultura non meno dignitoso di quello scientifico. Lo riconosce come realistico? Soprattutto lo riconosce come parte della natura umana. In questo sono portata a dargli ragione, ma trovo che un concetto analogo sia stato espresso in modo più sintetico in un brevissimo saggio di Alberto Moravia intitolato L’uomo come fine.

Nel libro di Terzani avrei immaginato il fascino e la magia, non nel senso letterale, di un diario di viaggio in oriente, mentre ho trovato soprattutto un reportage giornalistico sulla situazione di alcuni paesi asiatici 20 anni fa.

In parecchi momenti mi sono chiesta come si sia evoluta la situazione negli ultimi tempi, in altri mi sono annoiata. Ho solidarizzato con Terzani solo nel leggere la magistrale descrizione di Singapore: un mondo finto, invaso dall’aria condizionata. L’autore rimane per me un enigma: al di là dei facili luoghi comuni su un mondo a contatto con la natura, che scompare, fino a che punto avrebbe ritenuto doveroso salvarlo se non avesse potuto, come fece, entrarne ed uscirne a piacere?

Recensione di Maria Cristina D’Amato
UN INDOVINO MI DISSE Tiziano Terzani
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