TI VOGLIO BENE, MI MANCHI, di Susie Boyt (Bollati Boringhieri – marzo 2026)

Di tanto in tanto, capita di imbattersi in un romanzo che conquista da subito per la bellezza della scrittura, la forza dei personaggi e la perspicacia del tema. Storie che hanno bisogno di una trama minimale per progredire e spingere il lettore a voltare pagina.
Ti voglio bene, mi manchi è uno di questi romanzi. C’è una trama, ovviamente: la storia si apre con la narratrice Ruth, un’insegnante di mezza età, che si assume il compito di crescere la sua nipotina Lily, che ha più o meno strappato alla figlia Eleanor e al compagno Ben, due giovani dipendenti da sostanze che faticano a badare a se stessi, figuriamoci a una bambina.
Nella narrazione che segue, che ci porta avanti e indietro nel tempo dalla nascita di Eleanor fino alla maggiore età di Lily, emerge la storia di una donna forte, coraggiosa, dignitosa e gentile, anche se lei stessa non ne è consapevole.
Mentre Ruth investe tutte le sue energie per garantire alla nipote una vita familiare serena e sicura, si tormenta per i fallimenti che percepisce nei confronti di Eleanor, che ha preso una brutta strada a soli 13 anni.
Il tema del rapporto madre-figlia è splendidamente esplorato da Susie Boyt, che comprende perfettamente la complessità dei legami familiari indissolubili – il che non sorprende, forse, visto che è la pronipote di Sigmund Freud.
La storia delle relazioni di Ruth con Eleanor, con Lily, con la sua defunta madre e con le sue amiche, delinea il ritratto di una donna che si sente “un fallimento”, che si sente “incompresa come madre”, ma che non crolla mai né si arrende, per quanto sola e impotente si senta. Si sforza con tutte le sue forze di essere una brava madre e nonna, reprimendo i suoi sentimenti per non allontanare la figlia, a prescindere da ciò che quest’ultima pensi del suo stile di vita.
La storia di Ruth è un’esplorazione dell’umanità, cruda, onesta e profondamente toccante. Sebbene sembra che giudichi severamente sé stessa, non è mai giudicante con gli altri, così come non lo sono l’autrice e il lettore, al quale non viene chiesto di esprimere giudizi, ma semplicemente di accettare la straziante potenza dell’amore materno.
Come finirà per Ruth, Eleanor e Lily? In un certo senso non importa. È il loro percorso attraverso la vita in cui si ritrovano a costituire l’interesse principale.
Ruth forse non crede in se stessa, ma qualsiasi lettore si innamorerà della sua capacità di sopportare con dignità ogni singola prova che la maternità, il suo ruolo di nonna e quello di figlia le riservano. Un romanzo che è un inno alla vita, nonostante tutto.
Recensione di Moreno Migliorati


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