Scopriamo la scrittura creativa di Raul Montanari nella nostra intervista

Scopriamo la scrittura creativa di Raul Montanari nella nostra intervista

Raul Montanari

Intervista n. 307

 

Nei tuoi romanzi si percepisce unenergia che nasce da fonti molto diverse: noir, filosofia, psicologia, persino una certa ironia esistenziale. Qual è oggi la scintilla che più spesso accende una storia nella tua mente?

Sai, le storie nascono nei modi più inattesi. Io giro per Milano in bici, cosa che per inciso fa di me un kamikaze, e non hai idea di quanti frammenti di storie si colgono osservando le persone da vicino, senza schermi: a volte basta pochissimo perché scocchi la proverbiale scintilla. Molte storie comunque nascono semplicemente da altre storie. Leggi un libro o guardi un film e ti fermi su un dettaglio, un personaggio minore che ti colpisce, un diverso sviluppo che avrebbe potuto avere la trama. Tutto il resto che ci metti fa parte della tua cultura, in senso esteso.

C’è un episodio, unimmagine o un dettaglio reale che negli ultimi anni ti ha fatto dire: Qui c’è un romanzo che vuole nascere”?

Moltissimi episodi avvenuti nel mio condominio, che è il luogo in cui passo più tempo. L’esistenza condivisa fra esseri umani che non si sono scelti, e che sono costretti a vivere a pochissimi metri gli uni dagli altri, ha una qualità esplosiva sul piano narrativo perché è piena di sfasature, smottamenti, attrazioni e conflitti, tutto ciò che Freud chiamava “narcisismo delle piccole differenze”. E pensa che alle assemblee condominiali non vado mai!

Nei tuoi libri la realtà sembra sempre filtrata da una lente obliqua. Quanto è importante per te che il lettore percepisca questo scarto?

Per la verità preferirei che non lo percepisse. Lo dico meglio: vorrei che non si accorgesse della lente ma solo di questa realtà lievemente straniata, non tanto però da non sembrare la realtà vera.

Il tuo stile è riconoscibile: asciutto, teso, ma capace di improvvise aperture emotive. È una scelta consapevole o un modo naturale di guardare il mondo?

Non hai descritto il mio stile, hai descritto me. La razionalità è sempre il primo strumento a cui mi affido nell’affrontare il mondo, anche quello interiore, ma finisco ogni volta per cedere alle emozioni.

Nei tuoi romanzi la suspense non è mai solo un meccanismo, ma un modo per rivelare le zone dombra dei personaggi. Come lavori su questo equilibrio?

Come insegna il maestro Hitchcock, e come già sapevano i tragici greci, la suspense nasce quando il lettore ha la sensazione di sapere sui personaggi più di quello che sanno loro stessi. È proprio la percezione di quelle che chiami zone d’ombra a inquietare il lettore e a incuriosirlo, imprigionandolo negli ingranaggi narrativi.

Lironia nei tuoi libri è sottile, quasi una lama nascosta. Che ruolo ha per te?

Non potrei affrontare la vita senza le armi dell’ironia e anche della comicità, che nei miei ultimi libri ha acquistato sempre maggiore presenza. Il senso del comico non è altro che il senso della realtà, ce lo raccontano anche le grandi fiabe come I vestiti nuovi dell’imperatore di Andersen. Non a caso non c’è niente che i tiranni odiano più del sorriso e della risata, e questo vale in ogni contesto in cui può instaurarsi una tirannia: non solo uno Stato ma una famiglia, un gruppo di ragazzi, un ambiente di lavoro.

Molti autori noir costruiscono saghe attorno a un personaggio. Tu no. È una scelta di libertà, di rischio, o un modo per evitare di essere ingabbiato?

Io ho fatto peggio che non avere un personaggio seriale: ne ho uno che è la negazione della serialità perché è vero che ritorna, ma non è mai protagonista delle storie in cui compare! Si chiama Ric Velardi ed è un bizzarro detective, che di solito arriva per mettere nei guai il protagonista, spesso scavando nel suo passato, e finisce invece per aiutarlo. Compare dal nulla e torna nel nulla, il nulla multiforme di Milano. Finora lo si è visto in sette romanzi. Einaudi Stile libero, che ne ha pubblicato uno, mi propose di scrivere una serie di vere e proprie “avventure di Ric Velardi”, ma io rifiutai.

Ti è mai capitato che un personaggio ti chiedesse di tornare, di avere unaltra storia?

Oltre a Velardi, che doveva comparire in un solo romanzo e invece si è fatto strada in altri sei, è capitato per esempio con don Carlo Peute, il sacerdote che aiuta il protagonista de I morti hanno sempre ragione nella sua indagine sulla morte misteriosa dei genitori. Don Carlo si era già visto in un romanzo del 2018, La vita finora, e mi era piaciuto così tanto che l’ho ritrovato volentieri. Ma è successo anche con altri personaggi minori, e di questi ritorni si accorgono solo i lettori più attenti. È anche un gioco fra me e loro.

 

Pensi che un personaggio ricorrente limiterebbe la tua possibilità di esplorare identità sempre nuove?

È proprio come dici. Finora ho pubblicato diciannove romanzi e un centinaio di racconti, e ho sempre trovato rigenerante immaginare di volta in volta come protagonista una persona nuova, con uno sguardo tutto suo sul mondo, vizi e virtù propri, desideri e paure che sono solo suoi. È come rinascere ogni volta, per me, e penso che lo sia anche per il lettore. Poi magari ecco che a pagina 100 compare Velardi, o don Carlo, o gli Han, gli enigmatici cacciatori di scafisti che ho messo in tre romanzi; ma intanto il lettore ha abitato il mondo di quel protagonista, si è affezionato a lui. Si è messo per così dire i suoi occhiali sul naso per guardare le cose.

Nei tuoi romanzi si avverte una tensione tra disincanto e compassione. Come leggi la società italiana di oggi?

Con disincanto e compassione. Da ragazzo sono stato uno di quelli che pensavano che si potesse cambiare il mondo, anche se non ho mai fatto politica in forma diretta. Col passare degli anni ho dovuto arrendermi: certe caratteristiche della natura umana sono immutabili, le trovi in un personaggio di Sofocle come in un maranza o in un giornalista, e questo vale ancora di più per le dinamiche sociali, il potere, la sopraffazione. Osservare questi meccanismi ripetersi identici, mentre tutt’intorno il mondo sembrava cambiare sempre più velocemente, mi ha insegnato molto.

Il male nei tuoi libri non è mai spettacolare: è vicino, domestico, quasi banale. È così che lo percepisci nella realtà?

Certo. Facciamo di tutto per allontanarlo nella nostra percezione, ci ripetiamo che il male dimora altrove, che è degli “altri”, ma questi “altri” pensano lo stesso di noi e hanno ragione. Il male va riconosciuto e accettato, il che non vuol dire sposarlo. Nel famoso finale dell’Orestea di Eschilo, la dea Pallade invita gli ateniesi ad accogliere dentro le mura della città le terribili Erinni, demoni sanguinari. È una grande lezione: se il male lo lasci fuori, farà ancora più danno; se ammetti che sta dentro di te lo puoi controllare, puoi dialogare con lui.

I tuoi personaggi sembrano sempre oscillare tra desiderio di salvezza e autodistruzione. È una metafora della condizione umana?

Se permetti rispondo fuori fuoco rispetto alla domanda: nei miei romanzi spesso il protagonista da solo non ce la fa, ha bisogno di essere aiutato. Questa credo che sia la vera condizione umana. Siamo soli, eppure non possiamo salvarci da soli; per questo l’amore degli altri ci sembra così desiderabile, è il conforto più grande.

Stai lavorando a un nuovo libro? Puoi dirci quale domanda, quale ossessione o quale immagine lo sta guidando?

Sto progettando un saggio su Seneca, una nuova traduzione di passi scelti dalle sue opere, visto che in fondo sono anche un traduttore. Seneca ha scritto pagine incredibili su quello che lui chiama “dominio delle passioni”. Detto così uno pensa: mah, sembra proprio il titolo di una traduzione del liceo. Proviamo ad attualizzare le parole senza tradirne il significato: “gestione delle emozioni”. E di colpo siamo in pieno contemporaneo: oggi non si parla d’altro! Poi non è detto che lo scriva nei prossimi mesi, perché potrebbe sempre venirmi l’idea per un nuovo romanzo e pretendere la precedenza.

Ti immagini di restare nel noir o senti il bisogno di spostarti verso altri generi o forme narrative?

Se si parla di narrativa devo ammettere che raramente sono uscito dal noir, tanto più che con il mio libro d’esordio, Il buio divora la strada, che fu pubblicato nel 1991 da Leonardo Mondadori, mi sono trovato quasi per caso all’inizio del grande rilancio del genere, insieme ad Andrea Pinketts e Carlo Lucarelli. Però per esempio come traduttore mi sono sempre occupato d’altro: teatro (i classici e Shakespeare), poesia, autori letterari come Poe, Stevenson, Oscar Wilde, Borges, Philip Roth, Cormac McCarthy.

Se dovessi immaginare la tua traiettoria nei prossimi anni, la vedi più vicina alla continuità o alla trasformazione?

Mi piacerebbe, come sto facendo negli anni ’20, alternare la narrativa con la saggistica. Nel 2022 ho ripubblicato Il Cristo zen, un saggio sui rapporti fra Cristianesimo e Buddhismo. È seguito il romanzo Il disegno magico, poi nel 2024 è uscito L’amore non è un arrocco, un libro sugli spunti che gli scacchi ci danno per interpretare la vita. Ora appunto Seneca.

Alla fine, come vedi, l’argomento è sempre quello: il senso da dare all’esistenza, il modo migliore per affrontare la vita. E la morte.

 

Intervista di Paolo Pizzimenti

 

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